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Ho visto un episodio di Grey’s Anatomy dopo quasi 10 anni

Grey's Anatomy

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulla sesta puntata della ventiduesima stagione di Grey’s Anatomy.

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Si torna sempre dove si è stati bene. È quello che mi sono detta seduta sul divano di casa mia, con la cena davanti e il telecomando in mano, mentre mandavo in play l’episodio 22×06 di Grey’s Anatomy, il mid-season finale dell’ultima stagione della serie. Una puntata scritta con lo scopo di mantenere alta l’attenzione per far tornare gli spettatori più carichi di prima dopo lo stop invernale. Un episodio, dunque, dal finale più aperto del solito. Forse qualcuno tra voi lettori si starà facendo una domanda: se sto parlando del mid-season finale, quindi della puntata che precede la pausa, che senso ha dire che si torna sempre dove si è stati bene? Ecco, questa frase un senso ce l’ha eccome, dato che l’ultima volta che mi ero volontariamente piazzata davanti alla tv per guardare Grey’s Anatomy era il 2017.

Ho smesso di vedere Grey’s Anatomy alla fine della tredicesima stagione. La motivazione era stata principalmente una: la serie non era più quella di una volta, quella che amavo visceralmente e di cui non mi sarei persa un episodio nemmeno sotto tortura. Troppi volti erano cambiati, troppe trame erano diventate ridondanti, troppe dinamiche invece quasi surreali. Tutto questo non mi piaceva per niente. Ho smesso di vederla e negli ultimi nove anni non me ne sono mai davvero pentita. Rettifico, quasi mai. A volte ne ho sentito la mancanza, lo ammetto. Ma esattamente come può succedere con una relazione appena finita, a mancarmi non era la serie in sé, era quello che era stata quando tutto andava ancora per il verso giusto. Grey’s Anatomy però non era più la stessa, e io non ero più una spettatrice disposta ad accontentarsi. Volevo di più e sono andata a cercarlo altrove.


Cast ventunesima stagione Grey's Anatomy
Credits: Disney+

Ma certi amori non finiscono, fanno giri immensi e poi ritornano.

Piccola precisazione: in tutti questi anni non sono stata isolata in un eremo, e in un modo o nell’altro qualche notizia su ciò che in Grey’s Anatomy stava accadendo mi è arrivata. L’algoritmo dei social sa benissimo che passo davanti alle serie tv buona parte del mio tempo libero, e mi ha suggerito contenuti che la mia umana debolezza non è riuscita a skippare. Alcune persone che mi sono molto vicine hanno continuato a guardare la serie e mi hanno raccontato cose che in alcuni casi ho capito, in altri no. E, dulcis in fundo, in un pomeriggio di febbre ho dato inizio a un’importante sessione di zapping terminata con me che recupero l’ultimo addio del Grey Sloan Memorial Hospital al dottor De Luca. Non ci ho capito troppo ma se ve lo state chiedendo sì, ho pianto.

Pur sempre ferma sulla mia decisione di abbandonare la serie in via definitiva, qualcosa in tutti questi aggiornamenti randomici mi ha spinta a chiedere a Grey’s Anatomy un ultimo confronto. Ed è con questo background e con la stessa curiosità con cui si può andare a prendere un caffè con un vecchio ex (solo con uno di quelli con cui ci si è lasciati bene, ça va sans dire), che mi sono ritrovata a pianificare un appuntamento a distanza di quasi dieci anni con una serie che ho tanto amato e che poi tanto mi ha delusa. A questo appuntamento sono arrivata con alcune domande: come sta e cosa sta facendo la cara Meredith Grey? Troverò ancora in questo universo seriale qualcosa (o qualcuno) che mi è familiare? E soprattutto, cosa si prova a tornare dopo tanto tempo in un universo in cui mi sembra di essere praticamente cresciuta?

Alla prima domanda non sono riuscita a dare risposta.

La domanda “Dov’è Meredith?” ha risuonato nella mia testa per tutto l’episodio con la stessa intonazione con cui Morgan si chiedeva dove fosse Bugo sul palco di Sanremo 2020. Non lo so, Meredith non c’è. La voce narrante della serie si è limitata in tutto l’episodio a restare tale, senza mai palesarsi. Dove è finita? È ancora a Seattle o è in giro per il mondo a cercare la cura per l’Alzheimer? Quanti anni hanno a questo punto Zola, Bailey ed Ellis? La bambina che io ricordo piccolissima, soggetto d’amore puro per Derek e Meredith che di lei e con lei avevano voluto fare famiglia, probabilmente sarà in età da laurea. E questo, non lo negherò, un po’ di magone me lo fa venire. Significa che il tempo è passato per davvero, per loro e per me.

Una scena della 22x6 di Grey's Anatomy
Credits: Disney+

Certo, potrei dare tutte le risposte ai miei dubbi aprendo la pagina Wikipedia di Grey’s Anatomy. Potrei anche chiedere a ChatGPT di farmi un breve riassunto di ciò che è successo a Meredith negli ultimi anni. Ma non lo farò, perché il punto non è la mia mera curiosità. Il punto è: può davvero una serie che da Meredith Grey prende addirittura il nome lasciare spazio a una trama portata avanti da tanti personaggi che non sono lei? A quanto pare sì, dato che continua ad andare avanti senza sosta. D’altra parte però il distacco che sentivo già dieci anni fa – e che dieci anni fa mi ha portata a tagliare il filo che mi univa alla serie – oggi mi sembra ancora più profondo. E questo un po’ mi fa male.

La mia Grey’s Anatomy era quella di Meredith e Derek, di Izzie, George, Alex e Cristina.

Era quella di Mark e Lexie e del suo I love you uscito d’istinto e non più ricacciato dentro. Quella di Teddy che si innamora di Henry e costringe Cristina a ripeterle a memoria ogni singola procedura dell’intervento che lo ha visto morire. Quella che ho trovato nella stagione ventidue è una Teddy che sembra tornata dal passato, di nuovo – o forse ancora – legata a Owen in quello che mi sembra un nuovo tentativo fallito, dato che lui frequenta un’altra persona e che si parla di separazione. C’è una nuovissima generazione di specializzandi sconosciuti che si rivolgono a specializzandi più grandi ma per me comunque altrettanto sconosciuti. Mi fa sorridere il fatto che uno di questi sia Harry Shum Jr., che fino a ieri conoscevo come Mike Chang di Glee. A quanto pare c’è chi tra le Nuove Direzioni si è dato alla scienza.

Qualche volto noto oltre a Teddy e – ahimé – Owen per fortuna c’è ancora. Jo vive una gravidanza gemellare molto complicata, il braccio rotto del marito mi fa pensare che qualcosa di tragico come al solito ultimamente sia successo. Comunque sono contenta che l’abbandono da parte di Alex (ebbene sì, su questo non posso non essere aggiornata) non l’abbia chiusa all’amore per l’eternità. Ci sono Bailey e Ben: la persona che ha cambiato più vocazioni dell’intera serialità ha dato una nuova svolta alla sua vita. E c’è lui, il Capo Webber, che vuole andare in pensione dalla stagione 3 eppure è sempre lì in prima linea. Io la ricordo la battaglia a colpi di specializzazioni tra Derek, Addison, Mark e Burke per chi avrebbe dovuto prendere il suo posto. Due di loro sono morti, gli altri due sono in giro per il globo. Lui è ancora lì, inesorabilmente lì.

Credits: Disney+

A essere ancora inesorabilmente nella trama di Grey’s Anatomy sono anche le tragedie di ogni forma e tipo.

A livello statistico Seattle sta agli incidenti come Gubbio sta agli omicidi. E quindi nell’episodio 22×6 un bus disteso al suolo si somma ai vari incidenti aerei, automobilistici, navali e alle voragini nel suolo che ricordo di aver visto in passato. E chissà quante cose mi sono persa in tutti questi anni. Ovviamente i nostri protagonisti oltre a essere medici sono anche senza paura alcuna, ed ecco che Teddy decide di passare mezzo episodio rischiando la vita sotto il suddetto autobus non messo in sicurezza. Probabilità di crollo dell’autobus in questione? 100%, e infatti così fu.

Grey’s Anatomy ci ha insegnato che nessuno è al sicuro. Le cose accadono a chiunque, quando e come non ce le aspettiamo: è proprio questo il bello e il brutto della vita. E forse io non sono più così attaccata alla serie da provare vero timore per Teddy sotto l’autobus o per Jo che va verso la sala operatoria, ma questa sensazione di apprensione a distanza di anni mi è ancora più che familiare.

E proprio mentre penso questa cosa mi rendo conto di quanto Grey’s Anatomy, sotto sotto, sia ancora un po’ casa.

Sarò onesta, prima di cominciare la visione temevo di ritrovarmi totalmente spaesata tra volti e dinamiche che non sono più le mie. E invece così non è stato. I pochi personaggi familiari che mi sono rimasti sono stati la bussola che mi ha permesso non solo di orientarmi, ma paradossalmente anche di interessarmi alle storie di quelli che invece non conosco. Mi sono mossa tra i corridoi del Grey Sloan, quelli nei quali ho visto correre, piangere e innamorarsi i miei personaggi del cuore, con la naturalezza di chi non li aveva mai lasciati. Anche dopo dieci anni. Forse è per questo che Grey’s Anatomy, ormai così diversa dalle origini, è ancora lì ad appassionare alcuni degli spettatori di un tempo. E magari anche chi l’ha recuperata negli anni e ormai considera questi volti a me sconosciuti i suoi personaggi del cuore.

Continuerò a non guardare Grey’s Anatomy, il mio tempo ormai è passato. Ma sapere che è ancora lì, così diversa ma anche così uguale a se stessa, è una piccola carezza per una spettatrice nostalgica.