Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su Girls.
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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Quando Girls debuttò su HBO nel 2012, gran parte della critica la presentò come la risposta generazionale a Sex and the City. Bastarono però pochi episodi per capire quanto quel paragone fosse fuorviante. Darren Star aveva raccontato il sogno romantico e professionale di quattro donne nella New York scintillante degli anni Novanta e dei primi Duemila. Lena Dunham costruì, invece, il suo esatto opposto: una città meno glamour, una generazione economicamente instabile, relazioni sentimentali tossiche e protagoniste incapaci di diventare la versione migliore di sé.
Nel panorama televisivo contemporaneo, abituato a racconti di formazione in cui gli errori rappresentano semplicemente tappe necessarie verso una maturazione finale, Girls rimane ancora oggi un’anomalia. La serie non vuole rassicurare, non cerca di dimostrare che esista una morale universale e, soprattutto, non sente il bisogno di rendere simpatici i suoi personaggi. Al contrario, li osserva mentre prendono decisioni sbagliate, si feriscono a vicenda, mentono, manipolano e falliscono. Senza mai interrompere il racconto per spiegare allo spettatore chi abbia ragione e chi abbia torto.
È proprio questa assenza di giudizio a rendere Girls una delle opere più radicali della televisione degli ultimi vent’anni.

Creata, scritta, diretta e interpretata da Lena Dunham, Girls è andata in onda dal 2012 al 2017 per sei stagioni. Racconta la vita di quattro ragazze poco più che ventenni a Brooklyn: Hannah Horvath, Marnie Michaels, Jessa Johansson e Shoshanna Shapiro. La serie nasce nel momento storico in cui i Millennials si trovano a fare i conti con le conseguenze della crisi economica del 2008. I protagonisti non vivono più la New York delle grandi opportunità, ma una città in cui mantenere un appartamento è complicato, trovare un lavoro stabile è quasi impossibile e persino costruire una relazione sentimentale sembra richiedere uno sforzo enorme. Le ambizioni artistiche convivono con lavori precari, gli stage non pagati diventano la normalità e l’idea stessa di successo appare continuamente irraggiungibile.
Girls utilizza questo contesto non come semplice sfondo, ma come motore del comportamento dei personaggi. L’insicurezza economica alimenta quella emotiva. La precarietà lavorativa si riflette nell’incapacità di costruire rapporti stabili. Tutto sembra temporaneo: gli appartamenti, gli amori, le amicizie e perfino l’identità personale. Lena Dunham sceglie inoltre uno stile narrativo estremamente realistico. I dialoghi sono spesso imbarazzanti, le conversazioni si interrompono senza trovare una conclusione soddisfacente. Molti episodi sembrano raccontare frammenti di vita, più che una trama tradizionale: la quotidianità diventa il vero spettacolo.
L’episodio pilota di Girls parte da un evento apparentemente banale: i genitori di Hannah decidono di interrompere il sostegno economico alla figlia.
È il primo vero trauma dell’età adulta. Da quel momento Hannah cerca disperatamente di diventare una scrittrice, passando da uno stage gratuito a lavori occasionali, fino ad alcune opportunità che sembrano poter cambiare la sua vita, ma che puntualmente finiscono per complicarla ancora di più.
Parallelamente assistiamo alle vicende delle sue tre migliori amiche. Marnie tenta di costruirsi una carriera nel mondo dell’arte e cerca continuamente conferme attraverso relazioni sentimentali che diventano una dipendenza emotiva. Jessa vive, invece, nel rifiuto assoluto di qualsiasi responsabilità. È impulsiva, autodistruttiva e attraversa matrimoni, dipendenze e crisi personali senza mai trovare un vero equilibrio. Shoshanna rappresenta inizialmente la figura più ingenua del gruppo. Ma, nel corso delle stagioni sarà forse quella che compirà il cambiamento più evidente, fino a prendere definitivamente le distanze dalle amiche.
La trama procede attraverso piccoli eventi quotidiani: una convivenza che fallisce, un licenziamento, una gravidanza inattesa, una malattia mentale, nuove relazioni sentimentali e amicizie che lentamente si sgretolano. Non esistono grandi colpi di scena. Il vero conflitto è interno ai personaggi. Ogni stagione racconta un diverso tentativo di diventare adulti. Tentativo che quasi sempre termina con un nuovo fallimento. Uno degli aspetti più rivoluzionari di Girls riguarda proprio la costruzione dei suoi personaggi femminili. Per decenni la televisione ha imposto protagoniste forti, positive oppure vittime. Anche quando erano imperfette, conservavano comunque caratteristiche capaci di renderle facilmente amate dal pubblico. Lena Dunham rompe completamente questo schema.
Hannah è probabilmente una delle protagoniste più divisive della televisione contemporanea.
Narcisista, insicura, egocentrica e incapace di comprendere davvero i sentimenti degli altri, vive ogni esperienza come se fosse il centro dell’universo. La sua continua ricerca di autenticità finisce spesso per trasformarsi in egoismo. Persino quando soffre di disturbo ossessivo compulsivo o affronta momenti di evidente fragilità psicologica, la serie evita accuratamente di trasformarla in una vittima. Marnie rappresenta il bisogno quasi patologico di controllo. Vuole apparire perfetta in ogni ambito della propria vita, ma dietro questa immagine si nasconde una persona profondamente insicura. Ogni relazione sentimentale diventa uno strumento attraverso cui definire il proprio valore. Il suo matrimonio, probabilmente uno degli archi narrativi più frustranti della serie, dimostra quanto sia incapace di distinguere l’amore dalla necessità di sentirsi desiderata.
Jessa è il personaggio più imprevedibile. Libera, anticonformista e apparentemente disinteressata alle convenzioni sociali, finisce spesso per utilizzare questa libertà come giustificazione per ferire gli altri. Tradisce amicizie, evita responsabilità e scappa continuamente dalle conseguenze delle proprie azioni. La sua relazione con Adam rappresenta uno dei momenti più controversi dell’intera serie. Shoshanna all’inizio sembra essere il personaggio più ingenuo. Parla velocemente, sogna una carriera brillante e osserva il mondo con entusiasmo. Con il passare delle stagioni diventa però la più lucida del gruppo. È l’unica a comprendere che alcune amicizie possono diventare tossiche e che crescere significa anche imparare ad allontanarsi da persone che impediscono la propria evoluzione.

Girls non ha mai cercato di educare nessuno. È questo il punto centrale della serie.
Oggi gran parte della serialità contemporanea sembra avvertire la necessità di giustificare ogni comportamento dei propri protagonisti. Se un personaggio compie azioni discutibili, quasi sempre il racconto interviene per spiegarne le motivazioni o per offrirgli un percorso di redenzione. Girls non fa nulla di tutto questo. Eppure, la serie non sente mai il bisogno di punirle secondo una logica morale. Questo non significa che le loro azioni siano prive di conseguenze. Al contrario, ogni scelta produce effetti concreti. Le amicizie si rompono, gli amori finiscono, le occasioni lavorative sfumano. Ma ciò accade perché la vita funziona così, non perché gli autori vogliano impartire una lezione.
Non esistono buoni e cattivi. Esistono soltanto persone estremamente imperfette. Persino i personaggi maschili seguono questa logica. Adam, Ray, Elijah e Desi oscillano continuamente tra gesti di grande sensibilità e comportamenti profondamente egoisti. Uno degli elementi che ha fatto discutere maggiormente Girls riguarda proprio l’egoismo delle protagoniste. Le quattro amiche parlano continuamente di sé, trasformano ogni conversazione in un’occasione per riportare il discorso sui propri problemi, manipolano emotivamente amici e partner. Molti spettatori interpretarono questa caratteristica come un difetto della scrittura. In realtà, era una precisa scelta narrativa. Lena Dunham raccontava una generazione cresciuta in una cultura che aveva trasformato l’autorealizzazione nel principale obiettivo dell’esistenza. L’egoismo non viene celebrato, ma viene semplicemente mostrato.
Forse l’aspetto più sorprendente della serie è che nessuna delle protagoniste conclude il proprio percorso diventando una persona completamente diversa.
Crescono, certo, e acquisiscono maggiore consapevolezza. Ma, continuano a essere fragili, incoerenti e profondamente umane. Il finale stesso rifiuta qualsiasi conclusione rassicurante. Non offre una risposta definitiva su cosa significhi davvero diventare adulti. Suggerisce, piuttosto, che la maturità non coincida con la perfezione, bensì con l’accettazione della complessità.
A distanza di anni, Girls continua a dividere pubblico e critica proprio perché non cerca mai di essere confortante. Non costruisce eroine, non distribuisce assoluzioni e non trasforma i difetti delle protagoniste in qualità nascoste. Le osserva vivere, spesso nel modo peggiore possibile, senza pretendere che ogni errore abbia una funzione pedagogica.
È questa la sua forza più grande. In un panorama televisivo sempre più incline a spiegare, giustificare e moralizzare, Girls ha scelto una strada diversa: raccontare persone imperfette senza chiedere allo spettatore di approvarle. La serie non insegna come vivere, né suggerisce quali decisioni siano giuste. Costringe piuttosto a confrontarsi con il disagio di riconoscere, nelle sue protagoniste, contraddizioni che appartengono a tutti. Per questo, ancora oggi, Girls rimane una delle rappresentazioni più oneste e spietate della giovinezza contemporanea. Non perché offra risposte, ma perché accetta l’idea che alcune storie possano limitarsi a mostrare il caos dell’esistenza, lasciando allo spettatore il compito di interpretarlo.




