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Generazione 56k è l’Italia che ci manca

generazione 56k

Il primo luglio Netflix ha rilasciato le otto puntate che compongono Generazione 56k, la nuova serie italiana realizzata in collaborazione con il gruppo comico The Jackal e con la casa di produzione Cattleya, già nota per aver portato sullo schermo grandi successi come Suburra (e che si occuperà anche del remake italiano di This Is Us). Generazione 56k s’incentra sui personaggi di Daniel (Angelo Spagnoletti) e Matilda (Cristina Cappelli) e si consuma a spasso nel tempo, intrecciando la linea narrativa del presente con flashback ambientati nella Procida degli anni ’90, quando i protagonisti facevano le scuole medie.

Se nel presente i personaggi devono confrontarsi con le beghe della vita adulta, destreggiandosi tra lavoro, vita sentimentale e vita familiare – a riprova che le cose non cambiano poi tanto quando si diventa grandi: i genitori continuano ad assillare, gli amori continuano a ricorrersi e l’ansia da prestazione lascia i banchi di scuola per occupare le sedie degli uffici – dando vita così a una storia semplice ma gradevole da seguire, sono i flashback a costituire il punto di forza della serie (e se volete saperne di più su cosa ne pensiamo della prima stagione, trovate la nostra recensione qui).

Generazione 56k, infatti, è un bellissimo tuffo nel passato.

generazione 56k

La particolarità della nuova serie italiana di Netflix è che entrambe le sue linee narrative risultano interessanti e cariche di emozioni, nonostante nessuna delle due segua dinamiche e avvenimenti particolarmente originali o complessi. La storyline del presente propone una rappresentazione della soglia dei trent’anni, niente che altri prodotti non abbiano già fatto, e anche alcuni dettagli dei rapporti interpersonali tra i personaggi non sono particolarmente innovativi. Anche nella linea temporale del passato non avviene nulla di particolarmente rilevante, se non alcuni momenti che rafforzano il rapporto tra i protagonisti ai nostri occhi.

Nonostante si tratti di un prodotto piuttosto semplice, però, Generazione 56k è in grado di colpire lo spettatore, perché insieme alle back story di Daniel, Lù, Sandro, Matilda e Ines ci propone anche la (ri)scoperta dell’Italia degli anni ’90, con le sue cabine telefoniche, le vecchie pubblicità (come quella che gira il padre di Matilda, che verrà poi scartata per mandare in onda la nota versione che vede protagonista Dante Alighieri), le chiamate al telefono di casa perché i cellulari erano una rarità. E nonostante la linea narrativa principale sia gradevole, i flashback vengono attesi e accolti con gioia, perché portano con sé delle emozioni tutte loro.

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La realtà della Procida del 1998, infatti, è una continua riscoperta della nostra infanzia e adolescenza.

La frenesia della vita adulta di Daniel e Matilda, con i suoi problemi da grandi e le importanti decisioni a prendere, è piacevolmente spezzata dalle scene nello studio del padre di Daniel, accompagnate dal rumore del modem 56k e dal lentissimo caricamento del vecchio PC. E mentre nel presente il protagonista deve risolvere importanti problemi di lavoro, nel 1998 il suo dramma più grande era scambiarsi videocassette proibite a scuola, cercando di ingannare gli adulti attorno a lui.

Procida, con le sue casette colorate e le stradine in cui i protagonisti sfrecciano in bicicletta, è un fermo immagine dell’era dei floppy disk e delle VHS: oggetti ormai opacizzati dalla polvere del tempo, sostituiti da CD e DVD prima e da pennette UBS e network di streaming poi. A ogni nuovo flashback ci vengono rivelati nuovi giochi, oggetti e abitudini che in parte avevamo dimenticato, lontani come sono dalla nostra quotidianità attuale, ma che guardiamo con l’emozione del ricordo e della rievocazione.

Questi inframmezzi ci fanno riflettere anche su quanto le cose siano cambiate in una manciata di anni, mostrandoci come all’epoca Daniel fosse un privilegiato, poiché era l’unico su tutta l’isola ad avere una linea internet e a poter navigare sul web (seppure al salatissimo prezzo della bolletta che compare a fine stagione): un paradosso se pensiamo all’accessibilità che hanno oggi internet e i computer (ormai l’ultimo scoglio della barbarie è mettere il wifi sui mezzi di trasporto).

generazione 56k

Generazione 56k è l’Italia che ci manca per la sua rappresentazione romantica degli anni ’90.

Quella nostalgica patina che avvolge i ricordi sul passato dei protagonisti, ma che avvolge anche il nostro. Una vibe tutta The Jackal, che spesso tingono i loro video col si stava meglio negli anni ’90, divertendosi a rituffarsi nel passato continuamente, alla ricerca di ricordi sopiti e a volte dimenticati. Un dettaglio che sono riusciti a trasferire anche alla serie, rendendola un po’ più loro e conferendole un’aura che la rende ancor più appetibile a un pubblico italiano (ma, perché no, anche internazionale).

In questa serie, i flashback non sono dei meri approfondimenti che spiegano dettagli e danno maggiore tridimensionalità alle storie dei personaggi, ma diventano dei tasselli immancabili per conferire a Generazione 56k quello che la distingue da altri prodotti simili. Se vi va di farvi un tuffo nell’Italia di un tempo, riscoprendovi emozionati di fronte all’uso di quei floppy disk che a scuola ci veniva insegnato come caricare con dei file, emozionandovi di fronte ai colori del passato al ritmo degli 883, Generazione 56k è la serie che fa per voi.

Un piccolo interludio di spensieratezza, di speranza, di rincorse contro il tempo e il tempismo che non funzionano mai. Una cartolina dal 1998, con un saluto dalla nostra infanzia e adolescenza che ci scrive una lettera anziché un SMS, che ci telefona dalla cabina telefonica anziché videochiamarci, che ci ricorda che forse un po’ i The Jackal hanno ragione: il mondo ha fatto tanti passi avanti, ma a volte è bello tornare indietro, alla leggerezza del passato.

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Scritto da Elisa Frassinelli

Vivo in bilico tra libri, università e serie tv. Nel tempo libero cerco di avere una vita sociale e non diventare schiava del mio gatto (fallendo, ovviamente). Un altro dei miei passatempi preferiti è cercare di non implodere quando ho appena finito una stagione ma ho solo me stessa con cui parlarne.

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