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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Ci sono anime che riescono a intrattenere e altri che, una volta terminati, continuano a far riflettere per giorni, se non per anni. Fullmetal Alchemist è uno di quelli.
A oltre quindici anni dalla conclusione di Fullmetal Alchemist: Brotherhood, l’opera di Hiromu Arakawa continua a essere considerata uno dei punti più alti dell’animazione giapponese. Non solo per la qualità della sua storia, della regia o dei combattimenti, ma perché riesce a raccontare temi universali con una naturalezza rara, senza mai rinunciare al ritmo di un grande racconto d’avventura.
Quella dei fratelli Edward e Alphonse Elric è, in fondo, una storia molto semplice. Due ragazzi cercano disperatamente di rimediare all’errore più grande della loro vita: aver tentato di riportare in vita la madre attraverso la trasmutazione umana. Da quel momento in poi il loro viaggio diventa una continua ricerca di redenzione. Ma, anche, un percorso di crescita che li porta a mettere in discussione tutto ciò in cui hanno sempre creduto.
È proprio qui che Fullmetal Alchemist dimostra la sua straordinaria profondità. Dietro ogni battaglia e ogni colpo di scena si nasconde una riflessione sul significato dell’essere umani.
Fin dalle prime puntate, Fullmetal Alchemist mette al centro il tema dell’ambizione. Edward e Alphonse non agiscono per egoismo o sete di potere, ma per amore. Vogliono soltanto riabbracciare la loro madre. Eppure, è proprio questo desiderio, apparentemente così puro, a spingerli oltre un limite che non avrebbero dovuto superare. La lezione che Arakawa costruisce non è mai banale: l’ambizione non è un male in sé. Anzi, è ciò che permette all’uomo di progredire, di imparare e di cambiare il mondo. Il problema nasce quando la convinzione di poter fare qualsiasi cosa prende il posto dell’umiltà, quando si smette di accettare che esistano limiti che non possono essere ignorati.
Non è un caso che quasi tutti gli antagonisti della serie siano guidati proprio da questa ossessione. Il Padre sogna di diventare un essere perfetto, libero da qualsiasi debolezza. Gli alchimisti che lavorano nell’ombra sono pronti a sacrificare migliaia di vite pur di ottenere una conoscenza superiore. L’ambizione, quando si separa dall’etica, diventa distruttiva. È un tema incredibilmente attuale, soprattutto in un’epoca in cui il progresso scientifico e tecnologico pone continuamente interrogativi su ciò che possiamo fare e su ciò che, invece, dovremmo scegliere di non fare.

Ma la domanda che attraversa tutta Fullmetal Alchemist è un’altra: cosa significa davvero essere umani?
La risposta non arriva mai attraverso lunghi monologhi filosofici. Arriva osservando i personaggi. Alphonse, ad esempio, ha perso completamente il proprio corpo ed è costretto a vivere con la sua anima legata a un’armatura. Eppure, è forse il personaggio più profondamente umano dell’intera opera. Prova paura, compassione, affetto, dubbi. Soffre per chi gli sta accanto e cerca sempre di aiutare gli altri, anche quando questo significa mettere a rischio sé stesso. Arakawa suggerisce così un’idea semplice ma potentissima: non è il corpo a definire una persona, bensì la capacità di amare, di provare empatia e di assumersi la responsabilità delle proprie azioni.
Anche gli Homunculus, che dovrebbero rappresentare il contrario dell’umanità, finiscono spesso per desiderare proprio ciò che li renderebbe umani. Greed è forse l’esempio più evidente. Convinto di voler possedere tutto, scopre progressivamente che ciò che ha sempre cercato non erano ricchezze o potere, ma qualcosa di molto più semplice: avere qualcuno da chiamare amico. È uno dei tanti momenti in cui Fullmetal Alchemist riesce a ribaltare completamente la prospettiva dello spettatore.
Uno degli aspetti che rendono l’opera così diversa da molti altri shōnen è il modo in cui affronta la guerra. Il massacro di Ishval non è soltanto un evento del passato che serve a dare profondità ai personaggi. È una ferita aperta che continua a influenzare ogni decisione presa nel presente. Roy Mustang, Riza Hawkeye, Alex Louis Armstrong e molti altri soldati convivono con il peso delle atrocità a cui hanno partecipato. Nessuno di loro viene celebrato come un eroe. Al contrario, tutti portano dentro di sé un senso di colpa che li accompagnerà per il resto della vita.
Arakawa evita qualsiasi forma di spettacolarizzazione del conflitto.
La guerra non viene raccontata come un’occasione per dimostrare coraggio, ma come un fallimento collettivo. Attraverso Ishval, l’autrice affronta temi come il genocidio, la propaganda e gli abusi del potere militare, mostrando quanto sia facile trasformare uomini comuni in strumenti di un sistema che li spinge a obbedire senza fare domande. È una riflessione sorprendentemente matura.
Se la guerra rappresenta la colpa collettiva, il senso di colpa individuale attraversa praticamente ogni protagonista. Edward non riesce mai a perdonarsi per ciò che è accaduto al fratello. Mustang vive con il rimorso delle vite spezzate durante la guerra. Scar è consumato dalla vendetta per la distruzione del suo popolo. Nessuno può cancellare il proprio passato, ma tutti hanno la possibilità di decidere cosa farne. Ed è proprio questo uno dei messaggi più belli di Fullmetal Alchemist: la redenzione non consiste nel dimenticare i propri errori, ma nel trovare il coraggio di costruire qualcosa di migliore nonostante essi.
In tutto questo, la famiglia occupa un posto centrale. Non solo quella di sangue, ma anche quella che scegliamo lungo il cammino. Edward e Alphonse non sarebbero mai arrivati fino alla fine senza persone come Winry, Pinako, Maes Hughes, Roy Mustang o tutti coloro che, in modi diversi, diventano parte della loro vita. Fullmetal Alchemist racconta una famiglia costruita sulla fiducia e sull’affetto reciproco, dimostrando che i legami più importanti non sempre coincidono con quelli imposti dalla nascita. Lo stesso discorso vale per la conoscenza. L’alchimia rappresenta il sapere, la curiosità e il desiderio di comprendere il mondo. Ma, la serie ricorda continuamente che la conoscenza, da sola, non basta. Edward è un genio, eppure la sua crescita non consiste nell’imparare tecniche sempre più potenti. La sua vera evoluzione è capire che nessuna forma di sapere può sostituire l’esperienza, l’empatia e la capacità di riconoscere i propri limiti.
Tutti questi temi convergono nel momento più importante dell’intera serie: il finale.
Non è un caso che venga spesso citato tra i migliori mai scritti nella storia degli anime. Dopo decine di episodi, colpi di scena e sacrifici, Fullmetal Alchemist: Brotherhood riesce nell’impresa più difficile: chiudere ogni arco narrativo senza tradire il percorso dei suoi personaggi. La conclusione non si basa sull’ennesimo aumento di potere o su un espediente narrativo dell’ultimo minuto. Al contrario, Edward ottiene ciò che desidera solo quando comprende che il vero equivalente scambio non riguarda la materia, ma la volontà di rinunciare a qualcosa di prezioso per il bene di chi si ama.
La scelta di sacrificare l’alchimia per riportare indietro Alphonse è perfettamente coerente con tutto ciò che la serie aveva costruito fino a quel momento. Edward rinuncia al potere che lo ha definito per tutta la vita, accettando finalmente i propri limiti. È una conclusione che ribalta l’idea classica dell’eroe invincibile: la sua vittoria non nasce dal diventare più forte, ma dal capire che alcune cose valgono molto più della forza stessa.
Forse è proprio questo il motivo per cui Fullmetal Alchemist continua a essere considerato uno degli anime più profondi di sempre. Perché dietro una storia di alchimisti, pietre filosofali e creature artificiali parla di qualcosa che riguarda tutti noi. Parla del desiderio di rimediare ai propri errori, della paura di perdere chi amiamo, della responsabilità delle nostre scelte e della ricerca di un senso in un mondo imperfetto. È un’opera che riesce a emozionare, divertire e far riflettere allo stesso tempo, senza mai risultare pesante o pretenziosa.
Ed è questa, forse, la sua alchimia più grande. Trasformare un racconto fantasy in una storia profondamente umana, capace di parlare a spettatori di ogni età e di rimanere attuale anche dopo tanti anni. Pochi anime possono vantare un equilibrio così perfetto tra spettacolo, emozione e riflessione. Ed è per questo che, ancora oggi, Fullmetal Alchemist continua a occupare un posto speciale non solo tra i migliori shōnen mai realizzati, ma tra le opere più complete che l’animazione giapponese abbia mai regalato al suo pubblico.


