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Forse non è la fine – La prima puntata dopo l’ultima puntata di Mad Men

Cosa succede dopo l’ultima puntata delle vostre serie tv preferite? ‘Forse non è la fine’ è la prima puntata (immaginaria) dopo l’ultima puntata delle vostre serie tv preferite. Oggi è il turno di Mad Men.

Quella mattina Don Draper si risvegliò con la luce vellutata dell’alba, tra i brontolii insonnoliti dei suoi compagni di stanza. Per la prima volta dopo tanto tempo aveva semplicemente chiuso gli occhi e dormito alla stregua di un bambino, senza la necessità di cedere all’ebbrezza mista al pianto per abbracciare Morfeo. Così, l’alba calda si appiattì su quell’angolo senza nome della California, mentre da qualche parte nel cuore di Don Draper tramontavano i rimasugli di Dick Whitman. Con il volto disteso e un rinnovato sorrisetto a stropicciargli l’angolo della bocca, Don strinse il nodo della sua cravatta, accartocciò per l’ultima volta la busta di carta che conteneva i pochi averi che aveva portato con sè, e si diresse verso quel mondo di uomini pazzi che, ora, aveva inteso essere parte integrante e irrinunciabile di se stesso.

L’uomo immobile del giorno prima si era dissolto sotto il peso di un’idea.

Mad Men

Quel viaggio senza meta era l’ennesima fuga da se stesso, dall’inquetudine irrequieta di chi è affamato e non trova cibo e di chi è assetato e non trova acqua. Così, Don Draper pensava di colmare le lacune della sua vita abbandonando le infrastrutture della pubblicità e i castelli di aria di cui lui era il più grande architetto. Ma in quel sorriso di ferro e negli occhi chiusi sul prato Californiano, Don Draper comprese la più grande verità della sua vita.

Solo qualche giorno prima era rannicchiato immobile e impaurito, nudo e solo al fianco di una cornetta telefonica muta. Quella nudità fragile lo aveva messo al cospetto dei suoi limiti. Don aveva realizzato che, nel corso della sua esistenza mascherata, l’unica cosa in grado di fargli vibrare l’anima era la pubblicità. Aveva un talento innato nel manipolare le persone, carpirne le esigenze e piegarle al suo volere, ma non era in grado di amare. Questo perchè il suo essere era agganciato con insistente masochismo all’arte del confezionare illusioni, di cui lui era allo stesso tempo maestro e schiavo.

Così, quella mattina Don aveva stretto il nodo della sua cravatta con la consapevolezza di non essere cambiato, ma di essere sempre il solito Mad Men con le fila della Madison Avenue strette nel palmo della sua mano al sapore di tabacco.

Mad Men
Don Draper, Mad Men

L’arte creativa è sempre stata, e sempre sarà, l’amante fedifraga e passionale della sua esistenza. L’intima disperazione, il dissidio interiore, l’angoscia e gli abbandoni derivano tutti dal suo genio, e lui non può rinunciarvi. È l’unica cosa dalla quale non potrà mai fuggire.

Quella constatazione raggiunse il suo animo con la stessa veemenza e la stessa automaticità con cui l’idea aveva bussato al suo inconscio. Si sentiva come se per tutta la vita avesse osservato la sua immagine in uno specchio appannato, mentre ora aveva la forza di dissolvere quella patina opaca e guardare negli occhi il suo riflesso limpido, terrificante e chiaro. Così, con in tasca una rinnovata concezione di sè, abbandonò la fuga e tornò sui suoi passi.

Mentre nella testa di Don Draper si aggrovigliavano convinzioni e idee, in un ufficio scarsamente illuminato Peggy Olson, avvolta dal silenzio e dal fumo dell’ennesima sigaretta, sedeva con lo sguardo rigido rivolto verso il muro.

Gli ultimi giorni erano diventati per lei un trambusto di emozioni contrastanti. Un secondo prima affogava i suoi pensieri nello sbuffare allegro di una lattina di Coca Cola e quello dopo si ritrovava irrimmediabilmente impigliata in una serie discotinua di telefonate stravolgenti.

Peggy Olson, da buona Mad Men qual era, era brava a rincorrere i suoi pensieri in corsa.

Crogiolandosi nella compagnia di un bicchiere mezzo pieno e di una sigaretta sempre accesa, Peggy aveva raggiunto quella fiducia in se stessa che le permetteva di lasciarsi travolgere dalla fugacia dell’immaginazione. Era ormai in grado di gestire i suoi pensieri e modellarli fino a raggiungere la completezza di progetto, presentandolo poi al mondo con la stessa naturalezza con cui perdeva innumerevoli accendini negli intrecci della Madison Avenue.

Eppure, quel paio di telefonate avevano immediatamente fatto fuggire via lo stormo dei suoi pensieri. Nel cielo azzurro della sua mente si era accesa dapprima la nube di una tempesta e successivamente la bellezza serena di un arcobaleno.

Così, mentre Don Draper stringeva al collo la sua cravatta da Mad Men, Peggy Olson era alla ricerca dei pensieri che le erano scappati via.

Mad Men

A tal proposito fissava insistentemente il muro sperando che, sotto la minaccia del suo sguardo pervicace, quest’ultimo tramutasse il suo bianco smorto nei colori di un’idea.

In realtà, non poteva fare a meno di pensare alla voce rotta di Don e a quella più rassicurante del suo Stan. Che poi di rassicurante c’era ben poco. Da qualche parte nel suo inconscio sapeva che si era lasciata travolgere dalla fragilità di Don. D’altronde, non importava quanto fosse cresciuta, non importava avere un ufficio tutto suo o il rispetto dei suoi colleghi, avrebbe sempre ceduto al fascino telepatico e fremente di Don Draper.

Le infrastrutture illusorie di cui entrambi vivevano si dissolvevano quando entravano in contatto tra di loro e, a quel punto, non esistevano più difese o maschere a proteggerli. Quel giorno, con la sua telefonata, Don Draper aveva fatto irruzione nella sua vita con la stessa puntualità del vento di fine autunno. Il soffiare vorticoso della sua disperazione aveva denudato Peggy Olson delle sue sicurezze, proprio come il vento denuda gli alberi delle loro foglie quando l’inverno è alle porte.

La verità è che si sentiva quasi in colpa di essere felice. Aveva passato così tanto tempo nella società dei Mad Men che era giunta alla conclusione di non avere tempo per l’amore, di non poterselo permettere. Ora era così difficile scrollarsi queste convinzioni di dosso. La consapevolezza che avrebbe sempre e comunque rinunciato a tutto per il suo lavoro la rendeva al contempo fiera della sua tenacia e spaventata dal suo egoismo.

Quando questa riflessione le attraversò la mente, il suo sguardo abbandonò il muro e si posò sulla piccola pianta grassa adagiata pigramente in un angolo della sua scrivania disordinata. Ripensò immediatamente a Pete Campbell che gliel’aveva regalata e che, a quell’ora, stringeva soddisfatto la mano di Trudy e quella più piccola e vellutata della sua Tammy. Per quanto non volesse ammetterlo neanche a se stessa, Peggy covava ancora un po’ di invidia nei suoi confronti. Lui, in quanto uomo, non si era mai trovato nella posizione di scegliere davvero, mentre lei nascondeva i suoi rimpianti nel cassetto più remoto e polveroso del suo animo indaffarato.

Ma il litigioso avvicendarsi di queste considerazioni fu ben presto sedato dall’abbraccio morbido di Stan.

mad men
Mad Men

Pensò che avrebbe dovuto insegnargli a non interferire mai con i processi creativi della sua mente, non poteva permettersi di lasciar sfiorire le idee con la distrazione di un amore, ma quella volta lo lasciò fare. In quel momento aveva assolutamente bisogno di sprofondare nella familiare stretta delle sue braccia. Fu solo allora che si rese conto, con colpevole ritardo, che il profumo della sua pelle aveva un sentore di casa, nonostante lei non si fosse mai sentita a casa da nessuna parte.

Per un secondo si ritrovò a combattere con le sue paure ancora una volta, ma le lasciò sfumare via accompagnate dalla cicca moribonda della sua sigaretta. La lasciò spegnersi in solitaria, tra i riflessi opachi del suo posacenere, e diresse le sue dita affusolate e ancora intrise del pungente odore di tabacco, prima verso l’intreccio arruffato della barba del suo Stan e poi verso la sua rumorosa macchina da scrivere.

Ma quel setoso attimo di tenerezza durò il tempo di un singhiozzo, interrotto bruscamente dallo spalancarsi irruento della porta.

Don Draper era finalmente giunto a New York.

Don Draper mad men

Scese dal taxi con il solito sguardo frenetico di chi affronta la vita come un’amica di infanzia. Si sistemò la giacca perfettamente stirata e si diresse verso il suo ufficio come se non lo avesse mai davvero lasciato. Qualsiasi altra persona si sarebbe chiesta più e più volte se nel mentre qualcosa fosse cambiato, avrebbe temuto il giudizio degli altri, avrebbe chinato il capo. Ma Don Draper è sempre stato diverso e, anche questa volta, non per l’ultima volta, avrebbe fatto rimbalzare quei pensieri altrove, ci avrebbe giocato come un gatto gioca con il suo gomitolo, e avrebbe poggiato il mondo a un centimetro dai suoi piedi.

Fu così che si diresse verso il palazzo della McCann Erickson, con il passo deciso di chi non ha tempo da perdere. Si sistemò i capelli ed entrò nell’ascensore affollato.

C’era solo un ufficio che aveva fretta di raggiungere, lo fece lasciandosi alle spalle un corteo di sguardi increduli e sussurri a mezza voce. Li accolse con il volto piegato dal classico sorriso egocentrico che costituiva il suo marchio di fabbrica.

Si soffermò un secondo in più dinanzi la porta di legno scuro, posò lo sguardo soddisfatto sullo scintillio borioso della targhetta recante “Peggy Olson, bussò fugacemente e spalancò la porta interrompendo il friabile suono di una macchina da scrivere impegnata.

Peggy, sono a casa e ho un’idea.

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Scritto da Clotilde Formica

Scrivo, mi piace farlo.

Mi piace scivolare via veloce sulla cresta dei pensieri che si affollano, si inseguono, si punzecchiano e a volte mi scappano.

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