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No Other Choice – Nessun eroe, nessun colpevole. Solo esseri umani. La Recensione

No Other Choice

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su No Other Choice.

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No Other Choice è uno di quei film che non si limitano a raccontare una storia, ma ti costringono a prendere posizione. Fin dai primi minuti è chiaro che non siamo davanti a un semplice thriller, bensì a un’opera brillante, capace di mescolare intrattenimento e riflessione con una leggerezza solo apparente. Il film ti prende per mano e, scena dopo scena, ti accompagna in un labirinto morale da cui è impossibile uscire senza farsi delle domande. Cosa faresti tu, se davvero non avessi alternative? È questa la domanda che rimbalza continuamente nella mente dello spettatore, rendendo la visione un’esperienza attiva, quasi scomoda. Dimenticate la violenza stilizzata di Oldboy o il romanticismo perverso di Decision to Leave: qui l’orrore nasce da qualcosa di molto più vicino a noi. Il lavoro. La paura di perderlo. La sensazione di non valere più nulla senza di esso.

Come Parasite, anche No Other Choice parte da un contesto realistico, quasi banale, per poi scivolare lentamente in una spirale sempre più nera. Non ci sono mostri, non ci sono eroi. Solo un uomo qualunque e un sistema che lo mette con le spalle al muro. Park Chan-wook osserva tutto con uno sguardo freddo, ironico, a tratti persino elegante. Non giudica apertamente il suo protagonista, non lo assolve, ma lo segue passo dopo passo mentre attraversa una linea invisibile. E lo spettatore, inevitabilmente, lo segue con lui. Il risultato è un film brillante, tesissimo, con un cast incredibile e un plot twist che non arriva come uno shock improvviso, ma come una verità che faceva già male prima di essere pronunciata. (Qui puoi trovare Parasite).

No Other Choice – La discesa razionale

Alcune scene del film coreano No Other Choice

Il protagonista di No Other Choice è Man-soo (Lee- Byung-Hun – Squid Game), un uomo di mezza età che lavora da anni come dirigente in una grande azienda. Ha una moglie, Yoo Mi‑ri, due figli e una vita costruita con fatica, fatta di rate, responsabilità e abitudini. Quando l’azienda lo licenzia improvvisamente, Man-soo è convinto che si tratti solo di una battuta d’arresto temporanea. È competente, esperto, sicuro di trovare presto un nuovo impiego. Ma i mesi passano, i colloqui non portano a nulla e la lista dei candidati si accorcia sempre di più. Ogni volta Man-soo scopre di essere stato scartato a favore di qualcun altro. Uomini simili a lui, con competenze simili, che diventano lentamente i suoi rivali invisibili. È qui che il film compie il suo primo, inquietante scarto.

Man-soo inizia a osservare questi concorrenti. A studiarli. A pedinarli. E a convincersi, con una lucidità sempre più spaventosa, che se loro non esistessero, il posto sarebbe suo. La scelta che prende non nasce da un impulso violento, ma da un ragionamento freddo, quasi matematico. Uno dopo l’altro, gli ostacoli devono essere eliminati. Park Chan-wook racconta questa discesa senza accelerazioni improvvise, lasciando che lo spettatore entri nella mente del protagonista. Il plot twist più potente non è tanto cosa Man-soo fa, ma quanto facilmente riesce a convincersi di non avere alternative. (9 ottimi film horror coreani da recuperare subito)

Il fallimento come vergogna sociale

Alcune scene del film coreano No Other Choice

Man-soo è uno dei personaggi più inquietanti del cinema di Park Chan-wook proprio perché incarna una paura profondamente radicata nella cultura sudcoreana: quella del fallimento pubblico. In Corea del Sud, perdere il lavoro non è solo una difficoltà economica, ma una frattura identitaria. Significa perdere status, rispetto, ruolo sociale. E Man-soo vive questa caduta come un’umiliazione silenziosa, qualcosa da nascondere più che da affrontare. Il suo comportamento non è mai isterico. È controllato, misurato, educato. Questo perché, culturalmente, la compostezza è una forma di sopravvivenza. Mostrare debolezza equivale a esporsi al giudizio. Park Chan-wook sfrutta questa dinamica per rendere la trasformazione del protagonista ancora più disturbante: Man-soo non esplode, scivola. Razionalizza. Si convince che eliminare i concorrenti non sia un atto malvagio, ma una necessità.

Yoo Mi‑ri, la moglie, rappresenta un altro aspetto tipico della società coreana: il silenzio come forma di protezione. Intuisce che qualcosa non va, ma non fa domande dirette. In una cultura in cui l’armonia familiare spesso prevale sulla verità, anche lei sceglie di non vedere fino in fondo. I rivali di Man-soo, poi, non sono antagonisti, ma riflessi: uomini schiacciati dallo stesso sistema ipercompetitivo, dove fallire significa scomparire. Come in Parasite, la violenza non nasce dall’odio, ma dalla paura di scendere di livello. (Ricordate l’idea della Serie Tv HBO di Parasite? Bong Joon-ho racconta cosa sta accadendo alla produzione)

Regia, sonoro e colonna sonora – La precisione chirurgica di Park Chan-wook

Alcune scene del film coreano

In No Other Choice, Park Chan-wook lavora per sottrazione. La sua regia è controllatissima, quasi algida, e proprio per questo estremamente efficace. Ogni inquadratura è costruita con una geometria precisa: linee nette, composizioni simmetriche, movimenti di macchina lenti e calibrati. Non c’è mai nulla di casuale. La macchina da presa osserva Man-soo come un’entità neutra, senza mai cercare l’empatia forzata o il giudizio morale. Il montaggio è uno degli elementi chiave della tensione: Park Chan-wook alterna sequenze dilatate, quasi contemplative, a tagli improvvisi che spezzano la continuità emotiva. Questo ritmo irregolare riflette lo stato mentale del protagonista, creando un senso di instabilità costante. Anche nelle scene più drammatiche, la regia evita qualsiasi enfasi spettacolare: la violenza, quando arriva, è rapida, spesso fuori campo, lasciata all’immaginazione dello spettatore.

La colonna sonora, minimale e mai ridondante, ruota in modo significativo attorno al violoncello, strumento legato direttamente alla figlia di Man-soo. Le sue esecuzioni non sono semplici intermezzi musicali, ma veri e propri momenti di sospensione emotiva. (La Classifica delle 10 migliori Serie Tv coreane presenti attualmente su Netflix)

No Other Choice – Vincere, ma a quale prezzo?

Alcune scene del film coreano

Nel finale di No Other Choice, Man‑soo ottiene ciò per cui ha sacrificato quasi ogni principio: torna al lavoro, ristabilisce sicurezza economica e riprende la routine familiare. Non c’è arresto né resa dei conti drammatica: la sua vittoria arriva come una quiete apparente, ma ogni immagine porta con sé il peso di ciò che abbiamo visto. La normalità sembra tornata, ma nulla è più come prima. La trasformazione di Man‑soo è al cuore del film. All’inizio è un uomo rispettoso delle regole, metodico, convinto che il duro lavoro basti a garantirgli stabilità. Ma di fronte ai rifiuti continui, alla paura di perdere tutto, il suo pensiero cambia: la logica sostituisce l’empatia, il calcolo la compassione. Ogni azione estrema, ogni omicidio, diventa per lui un “aggiustamento necessario” per sopravvivere socialmente e professionalmente. Alla fine, Man‑soo non è più l’uomo ansioso e rispettoso di prima, ma qualcuno che ha interiorizzato la violenza come soluzione razionale.

In questo contesto, il silenzio di Yoo Mi‑ri, la moglie, è significativo. Lei non urla né cerca di fermarlo, perché ha compreso che le parole non avrebbero più effetto. Il suo silenzio non è approvazione, ma accettazione tacita. Dopo aver ascoltato finalmente la figlia suonare il violoncello, capisce che non ci sarebbe stato altro modo per poterle assicurare una vita agiata, che in fondo fa comodo anche a lei. Il film si chiude così: un uomo che ha vinto alla cieca, una moglie che tace, e uno spettatore lasciato solo con la consapevolezza che la normalità può essere il luogo più terrificante di tutti. Perché a volte la vera mostruosità non è ciò che viene mostrato, ma ciò che decidiamo di ignorare.