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Ritornare a Everwood è stato come non essersene mai andati

Everwood

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C’è una frase che non so se sia una diretta citazione di Everwood, ma sicuramente è stata detta da tantissimi dei fan di questa serie tv durante la visione: “Aaaaahhhh, finalmente a casa”. Perché questo è stata Everwood per tantissimi, dall’inizio, oltre vent’anni fa, fino a oggi: casa. Senza andare troppo nel filosofico, né abbandonarci ad attestazioni troppo concrete, le avventure delle famiglie Brown ed Abbott sono state il rifugio di moltissimi di noi, un posto dove la terra, il cielo, il divino e l’umano si incontrano.

Everwood è arrivata in Italia come un vento gentile, ma inarrestabile, che ci ha deliziato per anni.

Una relazione silenziosa ma lunghissima, che oggi ha trovato la sua definitiva consacrazione.

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Se solo due anni fa ci chiedevamo perché Everwood è così amata ancora oggi, è di poco tempo fa la notizia che tutti i fan hanno potuto apprezzare: Netflix ha ampliato il suo catalogo, mettendo questa perla delicata a disposizione del suo enorme pubblico.

Distribuita da The WB tra il 2002 e il 2006 e In onda in Italia a partire dal 2005, Everwood, per circa due decenni, è stata la confort series della famiglia Mediaset.

Prima sui canali principali (con ascolti rilevanti) e poi in tutti i canali afferenti alla galassia (La5, Canale 20 etc.), non c’era anno che non rispuntasse da qualche parte. E non c’era anno che il suo zoccolo duro di appassionati non ripartisse in religioso silenzio a seguirla. Perché Everwood non era una serie tv, era la casa a cui tutti periodicamente sentivamo il bisogno di tornare. Ed era ancora terribilmente attuale.

Ed è l’attualità della serie, forse, il suo vero segreto.

Everwood
Credits: The WB

Vedete, quando una serie resta attuale dopo vent’anni, le possibilità sono solo due: o il mondo che raccontava non è mai cambiato, oppure era quella serie a essere avanti di vent’anni e adesso è il mondo che l’ha raggiunta. Incredibile ma vero, Everwood fa parte del secondo caso, e sono qui a dimostrarlo. Vi porto due esempi, entrambi tratti dalla prima stagione.

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Nel primo (puntata 1×03), la comunità di Everwood scopre che Nina, la donna che da anni gestisce il Mama Joy, la tavola calda più apprezzata del luogo, porta in grembo il figlio di un’altra donna che ormai non ha più l’età per restare incinta. In una scena molto accorata, dicevamo, Nina difende la sua scelta, la comunità, capeggiata dal Dr. Abbott (un Tom Amandes straordinario), la giudica e alla fine il Dr. Brown, per provare a fare da paciere, entra come un elefante in cristalleria mettendo in imbarazzo tutti (sarà un suo tratto distintivo per intere puntate della serie).

Come in ogni buon family drama, alla fine un problema più importante prederà il posto della discussione analitica, ma ci resta un piccolo scambio di battute tra due personaggi sulla vicenda:

– Non so come ha fatto… Non so come una donna possa dare via il suo bambino!

– Era molto più concentrata su ciò che dava che su ciò che perdeva

Ecco, dopo vent’anni, ancora oggi, la discussione potrebbe serenamente chiudersi qui, se avessimo un briciolo della chiarezza che Everwood ha provato a portare nelle nostre vite. Perché a chiamare le cose col loro nome, ci vuole coraggio.

Ma lo stesso coraggio ci vuole anche a non chiamarle. A scegliere i termini giusti, perché attaccare è facile, ma è lasciar andare che ti fa crescere davvero. Siamo alla 1×22: dopo mesi di crisi, Nina, sempre lei, scopre qual è il vero problema del suo matrimonio: suo marito ha da mesi una relazione con un altro uomo. Le parole con cui lei lo affronta sono tra le più intense di tutta la prima stagione:

Non immagini quanto fosse umiliante cercare sempre una ragione, un motivo per cui non ero all’altezza. C’era qualcosa di profondamente sbagliato, ma non ne coglievo l’essenza. Ho avuto paura di di indagare più a fondo, ma mi chiedo: se lo avessi fatto, mi avresti detto la verità? Anche tra le mie braccia ti sentivo distante, ma la verità è che tu non mi amavi come io amavo te. Perché essere onesto con me non ti interessava.

Tu non hai scelto qualcun’altra, Carl. Tu… eri qualcun altro.

Ah, il marito di Nina è interpretato da uno splendido Dylan Walsh che di lì a poco avrebbe ottenuto il ruolo della carriera per una serie tv che ricordiamo ancora oggi e che, guarda caso, parlava proprio della difficoltà di essere sé stessi. A questo aggiungiamo la prima grande occasione per Chris Pratt ed Emily Vancamp, uno degli ultimi ruoli da protagonista assoluto in una serie tv per Treat Williams (ma ve lo ricordate in C’era una volta in America?), il primo grande lavoro come compositore di musiche per Blake Neely etc.

Potremmo andare avanti per molto, ma qui si capisce la cura maniacale che Greg Berlanti, sceneggiatore e produttore della serie (devo specificare che pure lui, appena trentenne, ha poi goduto di una carriera favolosa nel mondo delle serie tv?) ha avuto nello scegliere ogni persona che poi avrebbe reso Everwood quella che è diventata: casa. Perché la casa non giudica, spiega; non esclude, accoglie; non isola dal mondo, ma ne è la sua prima lettura. Ed Everwood assolve proprio questo compito, da oltre vent’anni. Finalmente lo ha capito anche Netflix, che ha ridato a tanti appassionati la loro casa perduta, pronta ad aprire di nuovo le porte a chi non si è mai scordato di lei.