Attenzione: questo articolo contiene spoiler sulla serie tv DTF St. Louis.
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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →C’è qualcosa di profondamente destabilizzante, e al tempo stesso magnetico, nell’esperienza proposta da DTF St. Louis. Una serie che, giunta al termine della sua prima stagione (in streaming su HBO Max), lascia dietro di sé non tanto un’impressione univoca quanto una scia di sensazioni contrastanti, difficili da ricondurre a una categoria precisa. Come se il suo vero obiettivo non fosse raccontare una storia nel senso più convenzionale del termine: piuttosto, mettere lo spettatore nella condizione di attraversare uno stato di costante ambiguità percettiva ed emotiva.
Creata da Steven Conrad, autore già noto per una sensibilità capace di oscillare tra il malinconico e l’assurdo, la serie si presenta inizialmente come un crime-drama con venature sentimentali.
Una struttura apparentemente riconoscibile che però viene progressivamete scardinata dall’interno, fino a trasformarsi in qualcosa di più sfuggente, meno rassicurante. Proprio per questo più interessante. Il punto di partenza è, sulla carta, quasi canonico. Un triangolo relazionale che si sviluppa attorno ai personaggi interpretati da Jason Bateman, David Harbour e Linda Cardellini. Il primo, nei panni di Clark, è un presentatore del meteo dalla personalità trattenuta e ironica. Il secondo, nei panni di Floyd, è un interprete della lingua dei segni dotato di una sensibilità disarmante, e la terza è Carol, figura oscillante tra apertura e chiusura, desiderio e difesa. Tuttavia, è proprio nel modo in cui questi elementi vengono orchestrati che DTF St. Louis rivela la sua natura più peculiare.
Ciò che potrebbe sembrare un semplice intreccio amoroso si trasforma rapidamente in un dispositivo narrativo molto più complesso.

DTF St. Louis è capace di inglobare il mistero, il disagio e una forma di ironia sotterranea che non sfocia mai nella comicità esplicita, ma si insinua nei dettagli, nei silenzi, negli sguardi. Il cosiddetto “fattaccio” – la morte di Floyd, che avviene già a metà del pilot – non rappresenta tanto un punto di svolta quanto un detonatore, un evento che obbliga la narrazione a riorganizzarsi secondo una logica frammentata, fatta di continui salti temporali che alternano passato e presente. Si costruisce così un puzzle progressivo in cui ogni tessera sembra portare con sé una nuova ambiguità invece di un chiarimento.
In questo senso, la scelta di mantenere Floyd costantemente presente attraverso flashback e ricostruzioni non è soltanto una soluzione narrativa funzionale: diventa un modo per suggerire che la verità, in questo universo, non è mai completamente accessibile. Perché è sempre filtrata dalle percezioni soggettive e dai fraintendimenti dei personaggi. Ed è proprio il tema del fraintendimento a costruire il cuore della serie. Una linea sotterranea che attraversa ogni episodio e che finisce per trasformare quello che potrebbe essere un semplice giallo in una vera e propria tragedia contemporanea. I personaggi di DTF St. Louis non sono bugiardi nel senso classico del termine. Non costruiscono deliberatamente inganni complessi, ma vivono intrappolati in una dimensione comunicativa in cui ogni gesto, ogni parola, ogni tentativo di connessione viene inevitabilmente distorto, reinterpretato, frainteso.
Ogni personaggio ha il suo modo bizzarro di relazionarsi agli altri.

Clark, ad esempio, utilizza l’ironia come una barriera costante, un filtro che gli permette di evitare il contatto diretto con le proprie emozioni. Ma che al tempo stesso impedisce agli altri di comprenderlo davvero. Floyd, al contrario, si muove con una purezza quasi infantile, cercando un amore autentico che però non riesce a decodificare correttamente finendo per attribuire significati sbagliati a segnali ambigui. Carol, infine, incarna una tensione continua tra il desiderio di apertura e la paura della vulnerabilità, oscillando tra momenti di apparente sincerità e improvvisi ripiegamenti che sabotano ogni possibilità di relazione stabile. Questa dinamica produce un effetto cumulativo che si manifesta con particolare forza nel finale di stagione.
La rivelazione della verità si configura, infatti, come un momento di dolorosa consapevolezza. Qui diventa chiaro che la tragedia non è stata il risultato di un piano orchestrato, bensì la conseguenza inevitabile di una catena di incomprensioni. In questo senso, DTF St. Louis suggerisce che il vero mistero non è “chi ha fatto cosa”, ma perché nessuno è stato in grado di capire l’altro. A renderla ancora più intressante, è la scelta di adottare un tono che si colloca costantemente in bilico tra il dramma e una forma di ironia obliqua, mai dichiarata. Non si tratta di comicità nel senso tradizionale, ma piuttosto di una sorta di sguardo disincantato sulla pochezza umana. Una consapevolezza implicita che i personaggi, pur credendosi spesso più lucidi e controllati di quanto non siano, finiscono per rivelare la propria fragilità proprio nei momenti in cui cercano di affermare il contrario.
Anche i detective incaricati di indagare sulla morte di Floyd si inseriscono perfettamente in questa logica.

Naturalmente, una proposta così ambiziosa e volutamente irregolare non è priva di difetti, e sarebbe ingenuo sostenere che ogni elemento della serie funzioni con la stessa efficacia. Ci sono momenti in cui la frammentazione narrativa rischia di diventare dispersiva, sequenze in cui il tono oscilla in modo forse eccessivo, rendendo difficile mantenere un equilibrio coerente tra le diverse componenti del racconto. Tuttavia, è proprio in questa imperfezione che risiede parte del fascino di DTF St. Louis, perché la sua forza deriva dalla capacità di proporre un’esperienza che sfida le nostre abitudini di spettatori. Costringendoci a confrontarci con un linguaggio narrativo meno immediato, più esigente. Non è una visione facile, né particolarmente accomodante, ma proprio per questo riesce a toccare corde meno battute, offrendo una riflessione che va oltre la semplice trama.
Il tema dell’intimità come illusione, che attraversa l’intera serie, si configura allora come vero centro gravitazionale di DTF St. Louis.
Un punto attorno al quale ruotano tutte le dinamiche relazionali e che finisce per assumere una valenza quasi universale. Viviamo in un’epoca in cui la comunicazione è apparentemente facilitata da strumenti sempre più sofisticati, ma questa serie suggerisce che il problema non risiede nella mancanza di possibilità di espressione. Ma nella difficoltà di interpretare correttamente ciò che l’altro comunica. Una distanza sottile, ma decisiva, che trasforma ogni tentativo di connessione in un potenziale terreno di fraintendimento. In definitiva, DTF St. Louis è una serie che non si lascia ridurre a una semplice definizione. E forse è proprio questa la sua qualità più preziosa: quella di ricordarci che l’incomprensione non è solo un ostacolo da superare, ma una condizione da esplorare. Un territorio complesso in cui si annidano le verità più difficili da accettare.


