Ogni settimana migliaia di lettori ricevono i nostri consigli su cosa guardare.
Scopri come →Vuoi smettere di perdere tempo a cercare una serie da vedere?
Trova quella giusta per te →Non sai che serie iniziare?
Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Era tutto acquamarina, lo giuro. Come se il paesaggio fosse rimasto incagliato sul fondo di una bottiglia di vetro verde. Erano verdi il cielo e il mare, verdi le distese deserte puntellate di alberi dalla chioma perfettamente rotonda. Una roba che, se ci penso, non era poi così normale. Verdi pure le persone, lo giuro. Tutte con un paio di antennine sopra la fronte, che parevano acchiapparti i pensieri attraverso onde elettromagnetiche che si sprigionavano dalle loro testoline buffe. Ho questo ricordo della mia infanzia, di una botola spalancata sul verde di un posto lontano dove qualcosa deve essere successa al mio Io bambino frastornato e ancora poco incasinato. Un posto dove risuonavano alte le voci di Dragon Dragon Dragon Dragon Ball, colonna sonora di ogni mio pomeriggio fanciullesco.
Non so che cosa sia capitato, a noi di quella generazione. A noi che guardavamo Dragon Ball tutti i giorni alla stessa ora, con lo stesso identico trasporto della prima volta. Non so dove si siano incagliate le nostre vite, contro quali scogli siano andate a frantumarsi. Ma so che c’è stata una fase, nella mia vita di allora, in cui tutto era color acquamarina e il tempo, che allora scorreva su frequenze differenti, era immobile. Lo giuro, dottore: ne ricordo ogni dettaglio come se ci avessi trascorso tutta l’infanzia.
Sì, è vero. È stato Lei a dirmelo: questo malloppo aggrovigliato di ansie e scoramento, questa tendenza remissiva al catastrofismo, vanno rintracciate in un angolo remoto del passato, sepolto dai materiali disgregati della vita di dopo.
Allora voglio raccontarglieli, perché ce li ho ancora ben impressi nella mia mente. Voglio raccontarle di quell’ultimatum agghiacciante a cui siamo rimasti appesi per giorni e giorni, agitati, atterriti e impazienti come tanti piccoli Gohan annaspanti. Devo raccontarle di quel che è successo laggiù, perché ogni tanto mi risuonano ancora le note di Dragon Ball nella testa mentre mi sveglio sul più bello. Voglio raccontarle dei “cinque minuti” più lunghi della mia vita. Proprio così, cinque minuti. Perché tanto è durata la parte più succulenta della battaglia tra Freezer e Goku su Nameec. Una parte importante di Dragon Ball Z è occupata dalla Saga di Freezer (uno dei migliori villain di sempre). Nella mia memoria si tratta tipo di cinque anni e un migliaio di episodi, ma deve essere stato qualcosina meno.
È comunque la battaglia più lunga di Dragon Ball, più di quella contro Cell e gli androidi e più di quella contro Majin Bu, che pure sembrano scolpite in un tomo di quattromila pagine di storia. Lo ricordo perfettamente, quel duello. Gohan e Crilin avevano viaggiato con Bulma alla volta di Namecc perché lì c’erano delle sfere del Drago particolari con cui poter resuscitare gli amici. Solo che su quel pianeta, dove era tutto verde e non tramontava mai il Sole, era giunto anche il potente Freezer, intenzionato a impossessarsi delle stesse sfere. Risultato? Un trambusto assurdo. Vegeta, Gohan, Crilin, i namecciani, Freezer e i membri della squadra Ginyu (l’anticamera dell’antagonismo), tutti insieme appassionatamente per invocare la versione acquamarina del drago Shenron: Polunga.
Ricordo di aver iniziato e finito le scuole medie nell’attesa di scoprire chi sarebbe riuscito a risvegliarlo.
A un certo punto su Namecc atterra anche la navicella di Goku, che in Dragon Ball ha tante qualità meno quella del tempismo. Il duello contro la squadra Ginyu lo mette però k.o., così spetta a tutti gli altri provare a fermare Freezer. Ci prova per primo Vegeta, che qualche conto in sospeso col potente Freezer ce l’aveva. Gli va male, ovviamente (la scena tra Vegeta e Goku su Namecc è una delle cose più commoventi di Dragon Ball). Ci prova anche Junior, fresco di fusione con il suo omologo namecciano. Ma va male anche a lui. Se c’è una cosa che Dragon Ball ci ha insegnato è che, per sconfiggere un cattivissimo, non sia mai unire le forze e combatterlo tutti insieme. Nooo. La formula deve essere sempre quella dell’1vs1: si disperdono le energie, ma almeno si spera di prenderlo per sfinimento.
Terrestri, Sayan e namecciani, comunque, non possono niente. L’unico che può salvare la situazione è, come sempre, lui: Goku, il nostro unico e solo spirito guida. La saga di Namecc arriva a un punto di svolta quando Frezeer uccide Crilin (una delle scene più disturbanti di Dragon Ball). La ricordo ancora quella sensazione di impotenza e incredulità che mi si strinse alla gola quando vidi il corpo del piccolo Crilin gonfiarsi fino a esplodere e sparire nel cielo acquamarina di quel pianeta lontano. Ricordo di aver provato la stessa rabbia di Goku di fronte a un’ingiustizia così insopportabile. E ricordo pure lo stato di paralisi che mi prese quando i suoi capelli iniziarono a colorarsi di giallo.
È stata la prima trasformazione in Super Saiyan di Dragon Ball e la accogliemmo con la stessa deferente devozione con cui si accolgono i miracoli.
Da quel momento in poi, Goku ha avuto un solo obiettivo: far saltare in aria il potente Freezer. Ridurlo in poltiglia, farlo a pezzetti e strappargli dalla faccia quel ghigno irritante. Per Crilin, per Vegeta, per i namecciani, per l’umanità che gli prestava l’energia. Siamo intorno all’episodio 86 quando le cose iniziano a farsi serie. Anche Freezer si è stancato e lancia un ultimatum che ci avrebbe tenuti col fiato sospeso per tutta una vita ancora. Tra cinque minuti questo pianeta esploderà. Cinque minuti alla fine di Nemecc e di tutte le persone presenti sul pianeta. Sarebbero stati i 300 secondi più lunghi delle nostre vite.
Il nostro senso d’angoscia non è mai stato così dilatato. Ce ne siamo andati in giro per quel tempo sospeso stretti da una morsa di inquietudine che probabilmente non sarebbe andata più via. Ecco, dottore, sarà per questo che l’acquamarina è una tonalità così ricorrente nei miei sogni. Non c’è stata più una sola battaglia, in Dragon Ball, che sia durata di più di quei cinque minuti. Eravamo intorno all’episodio 86 e sapevamo di avere a disposizione ancora cinque minuti. Su Namecc dopo succede tutto e non succede niente. I due guerrieri si affrontano passando da un’interminabile fase di studio a un acceleratissimo scambio di colpi. Trascorrono i minuti, più di cinque. Passano i giorni, si susseguono gli episodi, la Terra fa innumerevoli giri intorno a se stessa.
Arriva la primavera, la natura cambia, la scuola finisce, ma Namecc è ancora lì.
Ogni giorno più apocalittico, ogni giorno più devastato, inghiottito dalla lava e disintegrato nelle sue montagne più possenti, ma ancora lì. Glielo giuro, dottore, credo che buona parte della mia infanzia si sia consumata in quello stato mentale di imminente catastrofe, in quella paralisi da perenne stato d’emergenza, sperando ogni volta che si intravedesse la luce in fondo al tunnel. E invece niente. Credo che debbano essere compresi, i millennials, quando il loro orologio biologico non si allinea alle lancette di questa realtà moderna che schizza veloce. Può biasimarli? Quando ci dite “hai tre giorni per consegnarmi il lavoro” dovete partire dal presupposto che il nostro metro di misura sono i cinque minuti di Namecc.
Come potrebbe essere altrimenti? Siamo ritardatari, lenti, procrastinatori per inerzia, ci lasciamo sopraffare dall’ansia e dallo stress. Rimaniamo paralizzati dinanzi alle difficoltà e sappiamo che, per sconfiggere quella paralisi, dovremmo trasformarci tutti in Super Saiyan. Farci venire i capelli biondi, gli occhi chiari e raschiare dal nostro pozzo di motivazioni tutti gli stimoli possibili per fronteggiare il nemico. Abbiamo un radar cerca-sfere che ci porta a zonzo per il mondo illudendoci che un giorno, dal cielo livido della Terra, possa sbucare un Drago Shenron pronto a esaudire i nostri desideri. Siamo rimasti bloccati su Namecc per un tempo che non è più quantificabile.
La battaglia tra Goku e Freezer in Dragon Ball Z si chiude all’episodio 106.
I cinque minuti annunciati con un ghigno da Freezer sono durati in realtà circa una ventina di episodi e 420 minuti. Un tempo sufficiente a consentire all’acquamarina di radicarsi nel nostro subconscio. Ogni tanto, rivivo quella stasi nei miei sogni. Il tempo torna a essere quello di quando eravamo bambini, l’attesa una cosa bella, la sospensione un piccolo spazio in cui abitare noi stessi. Sogno spesso di trovare le sfere del drago, dottore, sul fondo del mare o in una caverna. L’altra notte stavo per mettere le mani sulla settima, quella che mi mancava. Poi qualcosa mi ha svegliato: era il verso di una rana. O era forse un ranocchio namecciano?










