7. La solitudine nella confession dial (Stagione 9, ep. 11 “Heaven Sent”)
Un’intera puntata con un solo attore: un capolavoro narrativo. Il Dodicesimo Dottore si trova intrappolato in una prigione mentale chiamata Confession Dial. Per fuggire, deve affrontare la morte… per miliardi di anni. Una metafora brutale della resistenza psicologica, del dolore che si ripete, della volontà di non cedere. La potenza della storia sta proprio in ciò che questo loop rappresenta. Una silente e minacciosa ricostruzione della sua esistenza. Il ripetersi di tutto che porta a riflettere su sé stessi, sulle proprie scelte e su ciò che si è diventati. Noi abbiamo assistito alla discesa nell’inferno emotivo di un personaggio che sembra invincibile ma è profondamente umano. Probabilmente possiamo considerarlo gigante nella sua capacità di uscirne fuori, ma in quegli occhi vediamo tutta la sofferenza e la stanchezza che diventa determinazione.
Peter Capaldi dà il meglio di sé in una performance magistrale. Il dolore, la determinazione, la fragilità: tutto in uno. Doctor Who qui si fa teatro dell’anima. Un episodio straordinario e straziante.
8. Clara e il Dottore si dimenticano (Stagione 9, ep. 12 “Hell Bent”)
Quando due persone condividono tutto, l’unica cosa peggiore dell’addio… è dimenticare. Se l’addio di Donna ci aveva preparati, questo episodio ci dimostra come nessuno è mai pronto a lasciarsi. Clara e il Dottore si sono salvati più volte, ma stavolta c’è un prezzo. Per proteggerla, il Dottore pianifica di cancellarle la memoria. Ma le cose vanno storte. Alla fine, è lui a dimenticare. Lei lo guarda, lui la osserva senza sapere chi sia. Un capovolgimento dolorosissimo. Vedere il Dottore, che conosce tutto, privo di questo suo tratto distintivo ci spiazza, ci lascia attoniti. Clara cammina via dal TARDIS e lui resta lì, ignaro.
Eppure, nella tristezza, c’è poesia: Il Dottore suona un tema musicale al bar, lo stesso che Clara aveva sentito tante volte. Un segno che, forse, qualcosa è rimasto. Una scena malinconica, struggente. In Doctor Who, le memorie contano: diventano oggetti, loop infiniti, diari, parole che corrono nel tempo. Perderle è come perdere la propria identità. E qui, entrambi ne escono a pezzi. Parti di un puzzle grande quanto l’universo, con noi al centro incapaci di trovare i bordi. Un addio anomalo, ma devastante.








