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La cancellazione di Designated Survivor è una ferita ancora aperta

designated survivor

Ho una particolare predilezione per le serie TV che raccontano le vicende politiche, magari
farcite con qualche cospirazione. In particolar modo sono un fan sfegatato di quelle serie che
raccontano la vita politica degli Stati Uniti d’America. Ho amato “The West Wing”, divorato
“Political Animals” apprezzato “The House of Cards”, l’originale e la versione americana, e “The
Politician”, ho guardato “VEEP”, “Madame Secretary”, “1600 Penn”, “The Brink”. E naturalmente
non ho potuto esimermi dal guardare “Designated Survivor”, quando l’ho scoperta.
La storia è quella di un segretario del Governo americano, segretario di un Dipartimento
piuttosto misero e senza particolare prestigio, che viene tenuto in un luogo segreto durante il celebre
“Stato dell’Unione”, discorso che annualmente il Presidente americano tiene al Congresso di fronte
ai membri di governo, ai senatori e ai deputati. Proprio perché riuniti tutti in un unico luogo viene
scelto, nella catena di successione, un “sopravvissuto designato”, colui che, in caso di
un’apocalittica coincidenza che veda distrutto tutto il governo americano in un sol colpo, possa
garantire la continuità governativa del paese.

Designated Survivor

Mentre è lì che mangia pop corn insieme alla moglie, discutendo telefonicamente con la
figlia minore che dovrebbe essere già a letto da un pezzo, il segretario Kirkman non può nemmeno
immaginare cosa succederà di lì a pochi minuti: l’esplosione del Campidoglio e così la morte di
tutto il Governo facendo di lui, appunto, il nuovo Presidente degli Stati Uniti.
Da questo momento in poi la vita del buon Kirkman cambierà radicalmente
obbligandolo a scontrarsi con la dura realtà politica washingtoniana, fatta di sotterfugi e
compromessi, tradimenti e ricatti. Senza contare la necessità di trovare i responsabili del più grande
attentato dopo l’11 settembre, ordito da chissà quale mente atroce, colpevole di aver gettato il Paese
nella più ottenebrante difficoltà.

Designated Survivor, malgrado le promesse e un cast non da poco (oltre a Kiefer Sutherland
ci sono Maggie Q nei panni dell’agente dell’FBI con pieni poteri speciali direttamente alla
dipendenze del Presidente degli Stati Uniti e Natascha McElhone nei panni scomodi della First
Lady) è stata sospesa non una ma ben due volte. La prima, quando era in produzione dalla ABC,
dopo due stagioni per un totale di 43 episodi; la seconda, prodotta da Netflix, dopo una stagione
composta da 10 episodi. Solitamente, quando una serie viene sospesa una volta difficilmente viene
ripresa. Diversamente è stato per Designated Survivor che evidentemente godeva di qualche santo
in Paradiso, ripescate e riprodotta dal colosso Netflix che le ha concesso una seconda chance,
purtroppo sprecata malamente.

Sì, perché Designated Survivor non è altro che una sinfonia incompiuta non soltanto per il
finale mancato (non sapremo mai chi è effettivamente dietro all’attentato e perché) ma per tutta una
serie di questioni più o meno importanti che l’hanno resa una sorta di pot pourri a tratti anche un po’
indigesto.

Per un amante del genere come me, Designated Survivor è una ferita ancora aperta. Non
tanto per il mancato finale, non è la prima e non sarà l’ultima serie che ti molla senza darti una
dannata spiegazione. Quanto, piuttosto, perché i vari tasselli e i vari personaggi, che ti lasciano
l’impressione di esser sospesi a metà e con quella sensazione di incompletezza che te la fa anche odiare.
I personaggi, primo fra tutti Kirkman, sono scolpiti con l’accetta, fin troppo americani,
capaci di vedere solo o tutto bianco o tutto nero, e risultano a tratti difficili da digerire per via delle
loro reazioni ai fatti che il destino mette loro di fronte. In un mondo dove non ci si può fidare di
nessuno, nemmeno della propria moglie, ci si aggrappa alle proprie convinzioni certi che il mondo
possa essere migliorato seguendo certi comportamenti.

Un inno al cerchiobottismo utile per evitare che il mondo si sgonfi improvvisamente e si afflosci su se stesso.
Al Designated Survivor, uomo integerrimo, un po’ (troppo) sottone, incline a essere
accondiscendente il più possibile per evitare di scontrarsi con quelli che dovrebbero sostenerlo ma
che in realtà vogliono soltanto fargli le scarpe, ne capitano di tutti i colori. Problemi politici,
tradimenti, drammi famigliari, tentativi di ucciderlo e chi più ne ha più ne metta. Lui, di contro,
cade ogni volta per poi rialzarsi mai domo, mai sconfitto, sempre con un insegnamento da recepire
dopo ogni caduta, convito di poter fare del proprio paese un luogo differente rispetto a prima.

Insomma, Tom Kirkman è l’alfiere del “ne usciremo migliori“, dopo ogni disgrazia, che nemmeno si
rende conto che la batosta successiva è già dietro l’angolo, pronta a colpirlo, ancora più duramente.
Designated Survivor punta tutto sui colpi di scena, continui. Uno dietro l’altro, cuciti insieme
nella grande trama generale dello spettacolo. Ciononostante ha continuato a perdere spettatori fino alla doppia sospensione. Errare è umano, perseverare è diabolico. E chi come me l’ha vista e
rivista (ebbene sì, una volta non mi è bastata!) resta lì, al termine dell’ultima puntata, a guardarsi la
ferita ancora aperta, sanguinante chiedendosi perché possa fare così male. Senza rendersi conto che il
tempo, perso, non ce lo restituirà più nessuno.

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