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Dead to Me: fidarsi è bene, non fidarsi è meglio

Dead to Me è una storia di fiducia tra due amiche, in cui la morale è solo una: fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio.

Adattata con il pessimo titolo Amiche per la morte in italiano, Dead to Me è stata parecchio sottovalutata. Non c’è però da farsi trarre in inganno, perché la qualità è presente in tutte le sue forme. Uscita nel 2019 con la prima stagione, e con la seconda nel 2020, ci ha tenuti con il fiato sospeso fino alla fine. Noi come Jen non volevamo proprio accettare la realtà dei fatti. Sul filone delle serie trattanti l’amicizia (come la recente Firefly Lane), Dead to Me ci coinvolge in un binge watching senza limiti e ci porta a interrogarci sul vero valore della fiducia.

La trama di Dead to Me

L’incipit è un grande classico della serialità: l’elaborazione del lutto. In particolare si parla del marito di Jen (Christina Applegate), investito da un pirata della strada che è poi scappato via. Bloccata e incapace di superare il lutto, la donna decide di frequentare un gruppo di sostegno e lì incontra Judy (Linda Cardellini). Le due sono diversissime e in modo altrettanto differente affrontano i propri lutti: Jen è una donna sulle sue, fredda e arrabbiata con il mondo, mentre Judy cerca di dare fondo al sarcasmo. Il punto di convergenza è un bisogno comune: parlare e sfogarsi. Tra alti e bassi le due donne diventano molto legate, ma Judy nasconde un passato che vorrebbe cancellare: centra qualcosa con la morte del marito.

A primo impatto Dead to Me potrebbe illudere di essere la classica serie mistery drama non troppo diversa dalle altre, con l’aggiunta di qualche colpo di scena. Al contrario, ciò che a primo acchito non risulta evidente, è il fulcro che vede proprio il rapporto tra due personaggi forti: il plot si sviluppa mostrandoci stralci di un’amicizia atipica, iniziata in modo strano e continuata in modo altrettanto ambiguo.

I personaggi

dead to me

Il punto forte di Dead to Me è che dà il giusto spazio ai personaggi e li analizza da cima a fondo, dandoci la possibilità di empatizzare a tal punto che quando veniamo a conoscenza dell’amara verità non possiamo che impietosirci per Judy. Scopriamo infatti che è proprio lei, o meglio lei e il partner in love (lo strepitoso James Marsden), ad aver ucciso il marito di Jen. Completamente differente da Judy, il personaggio di Jen viene delineato seguendo i vari aspetti della sua vita: al lavoro la si vede risoluta, capace di gestire gli affari sfruttando i suoi “nemici”. Nella vita privata, invece, la protagonista cerca di rappresentare un punto di riferimento per i due figli, senza però riuscire a colmare l’assenza lasciata dal marito e lasciandosi spesso andare a momenti di rabbia e violenza. Complesso anche il personaggio di Judy, le sue decisioni sono quasi sempre sbagliate e moralmente ambigue, reduce da un passato complicato, segnato da perdite incolmabili e da un rapporto tossico con Steve, la donna ci conquista e in 9 puntate su 10 vorremmo solo abbracciarla.

È proprio grazie alla costruzione eccellente di questi due personaggi che non risulta affatto difficile l’immedesimazione e la credibilità dei fatti e delle vicende. Come potremmo mai giudicare Jen per essersi fidata (e poi per aver perdonato) di Judy quando siamo le prime ad esserci fidate di lei?

La morale sulla vera amicizia

Dead to me

La vera amicizia può superare davvero qualsiasi ostacolo? È questa la domanda su cui ci siamo interrogati tutto il tempo.

Alla fine della prima stagione Jen viene finalmente a conoscenza della verità, uno shock per lei e per noi che vorremmo lanciare il computer consapevoli di dover aspettare l’uscita della seconda stagione per sapere come si sarebbe evoluta la faccenda. Poi finalmente lo scopriamo: Jen, dopo aver appreso la verità sulla morte del marito, non riesce ancora a perdonare Judy, e allo stesso tempo nasconde quanto accaduto realmente a Steve. I ruoli si invertono e anche Jen diventa custode di un segreto orribile (ha ucciso Steve), le due donne sono ossessivamente legate da un omicidio: quello dei loro mariti.

Nessuna delle due è innocente ma nessuna delle due è pienamente colpevole. Judy si sarebbe fermata a soccorrere il marito di Jen se non fosse stato per Steve, e Jen non avrebbe mai ucciso Steve se lui non fosse diventato aggressivo e violento. E dunque come scagionare o colpevolizzare una delle due? Come pretendere che lo facciano loro quando non riusciamo a farlo neanche noi? E ancora, come ci saremmo comportati in una situazione del genere?

Dead to Me è una serie mascherata, ci illude di essere una comedy, un semplice drama, e poi ci sbatte in faccia una dark comedy pesante da assimilare, difficile da capire e che ci fa riflettere e stare anche male, il cui fulcro è uno solo: può la vera amicizia superare tutto questo?

Chi siamo noi per giudicare?

Dead to Me non ha cattivi e non ha buoni, ed è davvero difficile capire di chi fidarsi. Ci dimostra come nessuno è esente da colpe, come sia facile giudicare qualcuno senza essere nei suoi panni e senza aver provato il suo vissuto. La seconda stagione, ancora di più, ci porta a riflettere mettendo altra carne al fuoco ma lo fa senza cadere nell’errore del cliché.

In particolare, l’ultima puntata (proprio come le protagoniste) ci inganna ancora, illudendoci di un epilogo finalmente risolutivo ma frettoloso e poco convincente, il quale ci lascia scioccati quando veniamo investiti dall’ennesimo colpo di scena finale che impenna di nuovo lo show.

In attesa della terza stagione, non possiamo che interrogarci su un punto fondamentale, sul quale forse non avremo mai risposta: il valore della fiducia e a chi decidiamo di darla.

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Scritto da Maria Virginia Destefano

Potrei scrivere la solita bibliografia, nome, età, luogo. Ma temo che queste informazioni siano riduttive e alquanto superflue in confronto al mondo che c'è dentro la mia testa. Amo scrivere, amo leggere, se guardate un film o una serie tv con me aspettatevi ogni tipo di commento e di osservazione, la mia visione non sarà mai passiva. La regia è il mio sogno, le luci, le inquadrature. Il piano sequenza è un'arma a doppio taglio, è un'arte, ma come tale non tutti la sanno sfruttare. C'è chi non ha hobby, io ne ho troppi e la scrittura e il videomaking fanno parte di questi.

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