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Dearest gentle readers,
proprio come Lady Whistledown, torno a scrivere questa colonna dopo un bel po’ di tempo. La stagione è iniziata e chi siamo noi – chi sono io – per non commentare e dire la mia sulla nuova storia d’amore che coinvolge uno dei più amati fratelli Bridgerton?
Così ho indossato il mio storico plaid viola sulle spalle, come fosse un mantello; ho chiesto all’AI di trasformarmi in un personaggio della serie (e devo dirvi che ha fatto un ottimo lavoro: ho un certo je ne sais quoi di Elisa di Rivombrosa, a essere onesti, ma senza il mio Conte Fabrizio Ristori, ahimè… o per fortuna???); e, telecomandino del proiettore alla mano – comprato a pochi spicci sullo store di un noto social – ho guardato tutte e quattro le puntate di Bridgerton ignorando un dettaglio marginale: sono un’adulta, ho un lavoro, sono un essere abbastanza maturo (non mi azzarderei a eliminare quell’avverbio, è una responsabilità troppo grande e non me la sento proprio) e, in quanto tale, avrei dovuto ascoltare il mio buonsenso e riposare, visto che l’indomani mattina sarei comunque dovuta andare in ufficio.
Ma come si fa? Quando la famiglia Bridgerton chiama, io rispondo come un accolito. Perchè sì, seguirei ovunque i miei amati Bridgerton senza tener conto dei seguenti fattori: dignità, buonsenso, intelligenza (anche emotiva) e un minimo di rispetto per me stessa e per gli altri.
Comunque, tornando a noi e mettendo un attimo da parte le digressioni – ma solo per poco – ho divorato i primi quattro episodi di Bridgerton come un ingordo davanti a un buffet.
Mi sono lasciata travolgere dalla squisita caoticità di quella famiglia, dalla loro insaziabile voglia di trovare l’amore e dall’inarrestabile capacità di Lady Violet Bridgerton di giocare all’agenzia matrimoniale con i suoi figli.
Vorrei infatti cominciare questa riflessione su Bridgerton 4 proprio da lei, dalla nostra instancabile Kris Jenner dell’Ottocento: una concentrazione di determinazione, occhio per gli affari (visti i piazzamenti che, in totale, so già che farà per i suoi figli), popolarità e – seppur sia un commento alquanto banale, ma non sono una persona sofisticata, quindi la banalità è casa mia – un fidanzato leggermente più giovane di lei, prestante, attraente e in gran forma.
Ecco, più passa il tempo e più Kris Jenner e Lady Violet si somigliano. Ma era qualcosa che ci aspettavamo e che avevamo già anticipato, come brave veggenti, fin dalle pagelle della prima stagione.
Ad ogni modo, quest’anno Violet è più agguerrita che mai: vuole sistemare suo figlio e, soprattutto, ritagliarsi un po’ di tempo per sé. Ed era pure ora. Dopo un’infinità di tempo di vedovanza è arrivato il suo momento perché va bene tutto ma come ci insegnano diversi proverbi: morto un papa se ne fa un altro, e il suo conclave per decidere il successivo è durato fin troppo.
Finalmente è arrivato il fratello di Lady Danbury, e l’ha aiutata a riscoprire la sua libertà: Lady Violet si è ricordata di essere una persona a sé stante, non un’appendice dei figli. Non la Vecna che, nel Mind Flayer, si nutre delle energie di tutti quei mocciosi decidendo, però, in autonomia quale sarà la sua vittima dell’edizione. In quanto tale, ha diritto alla sua libertà, ha diritto a vivere e a lasciarsi andare ai piaceri della carne, perché può ancora farlo.
Soprattutto con accanto un uomo di quella prestanza fisica. Signore e signori, non prendiamoci in giro: lo zio “spigne” ancora, come direbbero i romani.
Poi c’è Penelope. Vittima della regina.
Non saprei come altro descrivere il lento declino a cui va incontro la povera Lady Whistledown. Ma non preoccupatevi: qualora lo scettro del pettegolezzo stagionale dovesse passare di mano, sono certa che si troverebbe presto una sostituta degna. Hyacinth, per esempio. O io, se volesse. Mollerei tutto per entrare nelle grinfie di Shondaland e perché no, in una delle sue creazioni (no, non è vero, non sono un’attrice e avrei una paura immensa ad esserlo, ma vabbè, il budget del sogno è alto e sogniamo).
Scherzi a parte, la rivelazione della scorsa stagione le sta costando carissima: Penelope è ormai diventata, a tutti gli effetti, la marionetta della regina. Un intrattenimento di corte, una curiosità da salotto. Ma cosa succederà quando l’esposizione costante le renderà difficile accumulare pettegolezzi davvero succulenti? E, soprattutto, cosa accadrà quando la regina smetterà di trovare così divertente tutta questa storia? Non lo so, ma non prevedo nulla di buono.
Ad ogni modo, spero solo che Penelope riesca a ritrovare la passione per la scrittura, che sotto il peso di queste pressioni sembra attraversare una fase di stallo – o quantomeno di dolorosa consapevolezza della perdita della sua libertà d’espressione. Rivelare così presto la sua identità è stato un errore: avrebbero dovuto attenersi alle tempistiche dei romanzi.
Sì, lo so, sto facendo la librivendola e Linda Hutcheon sarebbe profondamente delusa da me, considerando la sua Teoria degli adattamenti. Ma resto comunque della mia opinione: le tempistiche sono state sbagliate.
Come è sbagliato, poi, il trattamento che sta subendo uno dei pilastri dello show: Lady Danbury.
Ma sì, era inevitabile. Purtroppo, ci siamo innamorati tutti della Regina Charlotte e della sua storia con Re Giorgio guardando l’omonima serie e, davanti al suo comportamento infantile, viziato e spesso fastidioso, non so voi, ma io non ho potuto fare altro che contestualizzare. Pensare alla sofferenza di quella donna il cui grande amore è intrappolato nella malattia del marito. Ed è tragico, assolutamente devastante. Ma la prigionia sentimentale della Regina e la sua paura dell’abbandono non possono costare a Lady Danbury la sua libertà.
Per quanto la amiamo, quanto tempo le resterà ancora da vivere nella storia? È pur sempre l’Ottocento e, news flash, la gente non campava chissà quanto. Perciò capisco anche il tentativo – profondamente machiavellico – di incastrare Lady Mondrich nel suo ruolo, pur di potersi finalmente godere i suoi, forse, ultimi anni: viaggiare, tornare nel suo paese natale e lasciarsi alle spalle decenni di asservimento, prima al marito e poi alla regina.
Povera Lady.
Vorrei tanto poterti regalare un calzino e renderti un elfo libero… a patto che tu ritorni nella stagione di Hyacinth, per ovvi motivi che non menzionerò per non spoilerare nulla ai nostri amici che non hanno letto il suo libro.
Ok, sto facendo di nuovo la Librivendola.
Ora smetto… forse.
Nel frattempo, colgo la palla al balzo per parlare proprio di questo straordinario personaggio che sta cominciando a prendere forma. Dal blocco di marmo sta emergendo la scultura di uno dei personaggi più interessanti, divertenti e meglio scritti dell’intera collana. E sì, non riesco proprio a contenere i complimenti quando si tratta di lei: Hyacinth Bridgerton, che – affiancata da una sempre arguta, esilarante, sagace e riconoscibile Eloise – ci sta regalando momenti davvero straordinari.
Hyacinth è un mix perfettamente riuscito delle sorelle Bridgerton: è Daphne per precisione, è Eloise per curiosità e intelligenza, è Francesca per bellezza. Ma è anche, e soprattutto, profondamente se stessa. Ed è per questo che io la adoro.
Nelle ultime battute di questi primi quattro episodi, Hyacinth spinge Eloise a riflettere su un punto fondamentale: le fa notare quanto sia talmente concentrata su se stessa da non riuscire ad accorgersi di ciò che la circonda. Ed è una verità importante, una di quelle che potrebbero davvero farle da monito e aiutarla a uscire dalla sua condizione di stallo.
Eloise vuole essere una zitella, ed è una scelta sacrosanta. Anche io lo sono – e anche a me non dispiace lo ammetto – seppure il mio debutto in società l’abbia fatto già da un po’. Fatto sta che Eloise sta bene nella sua zona di comfort: lei, i suoi libri, le sue amiche. (Amo noi) 💕
Tuttavia, questa sicurezza, unita alla convinzione – più che valida – che nessun uomo possa rubarle il cuore e che avere qualcuno accanto sia solo un impedimento alla sua libertà (considerazione plausibile e tragicamente contemporanea), le impedisce di guardarsi attorno, di scoprire cosa il mondo ha da offrirle e, soprattutto, di rendersi conto di tutto ciò che le accade intorno: il suo fratello preferito, Benedict, si è innamorato non una volta, ma ben due e della stessa donna, ma non lo sa e non può dirlo; la sua migliore amica è alle prese con una crisi legata alla rivelazione della propria identità segreta; sua sorella minore si sente profondamente trascurata dall’unica compagna che le è concessa in questa delicata fase di preparazione al debutto in società, mentre l’altra è smarrita e in balia delle onde in un rapporto che non sa se sta vivendo nel modo giusto.
E, soprattutto, Eloise non permette a nessun esemplare di genere maschile di provare a dimostrarle che qualche rappresentante della categoria “uomini che vale la pena frequentare” esiste ancora.
Sì, Sir Philip, faccio riferimento proprio a te: infinitamente bono e degno di essere amato sopra ogni cosa… ovviamente dopo i libri, la libertà e l’autodeterminazione, a cui ogni donna – ed Eloise in particolare – ha sacrosanto diritto.
Chissà, magari nella seconda parte della stagione qualcosa cambierà in lei e questo assist fornito da Hyacinth potrebbe preparare il terreno per la sua stagione. Se così fosse, ne trarrei enorme giovamento: godrei come una donna gravida durante un massaggio ai piedi; come quando entri in un supermercato d’estate mentre fuori ci sono quaranta gradi all’ombra; come quando torni a casa dopo una lunga giornata e togli finalmente il reggiseno.
Ma prima di arrivare alla coppia di punta, mi sembra giusto parlare anche di un’altra sorella Bridgerton, una che mi fa una tenerezza assurda e su cui bisognerebbe scrivere un articolo a parte: Francesca. La Francesca dei libri è talmente marginale che non mi ha mai fatto né troppo caldo né troppo freddo. Era come la penna marrone nella penna multicolore: ti ricordi che esiste non perché la userai, ma perché la schiacci per sbaglio quando stai cercando quella rosa. Ecco.
Questa Francesca, però – quella della serie – acquisisce di stagione in stagione sempre più sfaccettature e devo confessarlo: mi piace tantissimo. Mi piace perché è awkward in ogni situazione, ed è bellissimo, perché in qualche modo ci rappresenta tutti: abbiamo tutti un contesto nel quale ci siamo sentiti o ci sentiamo alieni. È lì, in una famiglia in cui sembra che chiunque sappia perfettamente qual è il proprio posto, ognuno ricopre un ruolo ben definito, ha una personalità ben definita, mentre lei quel posto lo occupa solo perché deve. Fa ciò che ci si aspetta che faccia, ma mi sembra che non ne comprenda davvero il motivo. Lo fa perché va fatto.
Ed è così che – per me – incarna l’essenza di noi giovani adulti di quest’epoca catapultati in un mondo che comprendiamo sempre meno e che ci fa sentire sempre meno accolti, sempre meno capiti, sempre meno inquilini e sempre più abusivi.
Forse una parte di responsabilità è anche della signora Violet – e questo lo sapevamo fin dalla prima stagione. Basti pensare al tema della sessualità: “fin dal tempo degli Dei dell’Olimpo, dei signori della guerra e dei re che spadroneggiavano su una terra in tumulto” (cit., e se non la riconoscete non possiamo essere amici), ovvero da quando Daphne ebbe quel confronto con la madre perché non era stata minimamente preparata alla vita matrimoniale.
Lo stesso vale per Francesca. Ed eccoci dunque, alla quarta stagione di Bridgerton, davanti alla medesima problematica, con una differenza sostanziale: Francesca ha meno faccia tosta e molta più ingenuità rispetto a Daphne.
E in più – se proprio dobbiamo dirlo – Francesca sembra collocarsi nello spettro e potrebbe quindi diventare un vero baluardo, la rappresentazione di un’intera categoria di persone raramente raccontate nei media. Oltre a questo – ed è ormai chiaro, e chi era innamorato di Michael dovrà mettersi l’anima in pace una volta per tutte: se l’ho fatto io che lo adoravo, potete farlo anche voi – Francesca non sembra provare interesse per gli uomini in generale.
Ed ecco che potrebbe diventare il personaggio deputato a raccontare la diversità, a parlare di inclusione – perché no – in un periodo storico in cui tutto questo era esplicitamente vietato. Sappiamo già che la sua potrebbe essere una storia difficile da mettere in scena, proprio per il contesto storico, e francamente quando è stata presentata Michela temevo (e temo ancora) che la loro sarebbe stata una relazione vissuta nel segreto. Ma sono certa che Shonda e il suo team troveranno il modo giusto per far passare il messaggio giusto.
Ad ogni modo, guardare questa cucciolina essere sempre così fuori posto in tutto, è veramente tenero. Non so a voi, ma a me viene voglia di abbracciarla e di accarezzarle la testa mentre le dico che andrà tutto bene e che troverà il suo posto nel mondo e soprattutto la persona che le ruberà il cuore.
Ultimi, ma non per importanza, i nostri protagonisti: Sophie e Benedict.
Premetto subito che il loro è stato il libro della saga che mi è piaciuto di meno. Pur essendo consapevole che fosse il tributo della scrittrice alla fiaba di Cenerentola, avevo le consistenze sotto i piedi per la noia: troppo simile, troppo ridondante, troppo già visto. Detto questo, è anche vero che la serie riesce quasi sempre a stravolgere le storie e, in questo caso, a fare persino un buon lavoro.
Continuo a trovare la trama orizzontale profondamente noiosa, ma essendomi affezionata nel tempo al personaggio di Benedict Bridgerton riesco a ingoiare questa pillola amara con un po’ più di grazia. Anche se – bisogna ammetterlo – ogni volta che un fratello Bridgerton si innamora, improvvisamente si trasforma in una sorta di imbecille ipnotizzato dalla donna del suo desiderio e allo stesso tempo in un ragazzino capriccioso.
L’unico degno del mio amore più puro e viscerale, nonostante questa degenerazione comportamentale, è Anthony. Perché il visconte è un essere speciale e io avrò cura di lui (cit. doverosa al grande Franco) per sempre, finché morte non ci separi. Amen.
Scherzi a parte, Benedict in questa stagione non mi sta prendendo come aveva fatto nelle precedenti. E non è nemmeno troppo colpa sua. È che Benedict è un po’ come Troy Bolton con il cuore spaccato a metà: da una parte ama il basket, dall’altra il teatro. Vorrebbe cantare mentre tira a canestro, get his head in the game, ma allo stesso tempo sente di dover fare ciò che la società si aspetta da lui. E noi sappiamo tutti benissimo che sì, il basket lo ama. Ma forse lo ama anche perché è ciò che gli dà una sensazione di sicurezza. Il musical, invece, è qualcosa che scopre giorno dopo giorno: non è un amore in stallo, ma in continua crescita e progressione, come una pianta che viene annaffiata e cresce bella e rigogliosa con il tempo.
Capite cosa voglio dire con questa metafora su High School Musical, da brava zillenial (generazione cuspide a cavallo tra Millenial e GenZ) quale sono?
La Dama in Argento è il basket: rappresenta quella sensazione di sicurezza – lo so, sembra paradossale, ma seguitemi – che nasce dalla sua incapacità di legarsi davvero. È la sua comfort zone. Ed è forse per questo che, per quanto la cerchi con tutto se stesso, non riesce mai davvero a trovarla: non trovarla gli permette di non impegnarsi fino in fondo. Il teatro, invece, è Sophie. È quell’amore che cresce piano, che ti coglie alla sprovvista e ti appassiona. È quello che ti brucia dentro come un fuoco. È l’I burn for you della prima stagione di Bridgerton. Ecco.
E questo lo dimostra anche l’orribile proposta indecente che Benedict fa a Sophie chiedendogli di essere la sua amante. Ora io capisco che è l’Ottocento, lui fa parte di una famiglia nobiliare e Sophie appartiene a una casta inferiore, però chiederle di essere la tua concubina, l’amante, è così svilente e degradante per Sophie. E la cosa peggiore è che lui non si è ancora resto conto che lei sia la donna che sta cercando, lei è la dama in Argento. Benedict, “amore mio, svegliati che se no mamma non ce la fa” (altra cit. trashissima).
E così, dearest gentle readers, eccoci al punto. Benedict Bridgerton continua a inseguire un’idea di amore che non osa davvero afferrare, confondendo la prudenza con la virtù e la paura con il buon senso. Ma c’è una verità che nemmeno l’artista più talentuoso può permettersi di ignorare: quando l’amore bussa alla porta sotto forma di fuoco, non lo si può relegare a un ruolo secondario senza pagarne il prezzo.
Sophie non è un compromesso, non è un’alternativa comoda, non è una soluzione notturna da tenere nascosta alla luce del giorno. Sophie è la risposta che Benedict cerca da tempo, anche se non ha ancora avuto il coraggio di ascoltarla. E se continuerà a voltarsi dall’altra parte, a rifugiarsi nella sua Dama in Argento pur di non rischiare tutto, allora non potrà che incolpare se stesso quando scoprirà di aver perso l’unica cosa che contava davvero.
Perché, caro Benedict Bridgerton, l’amore che non scegli, prima o poi smette di sceglierti.
Sempre vostra,
Lady Trashington
P.s. lo so che avremo il lieto fine, ma non avrei avuto materiale per la chiusa di questa letterina in stile Whistledown se non avessi ignorato questo dettaglio, perciò.














