ATTENZIONE: l’articolo contiene spoiler su BoJack Horseman!!
Ogni giorno proviamo a raccontare le serie TV con la stessa cura e passione che ci hanno fatto nascere.
Se sei qui, probabilmente condividi la stessa passione anche tu.
E se quello che facciamo è diventato parte delle tue giornate, allora Discover è un modo per farci sentire il tuo supporto.
Con il tuo abbonamento ci aiuti a rimanere indipendenti, liberi di scegliere cosa raccontare e come farlo.
In cambio ricevi consigli personalizzati e contenuti che trovi solo qui, tutto senza pubblicità e su una sola pagina.
Grazie: il tuo supporto fa davvero la differenza.
➡️ Scopri Hall of Series Discover
Se chiudo gli occhi, non esiste. Se chiudo gli occhi, sparisce. Non è mai stato reale. Affoga nella negazione. Resta a galla solo in un angolo remoto della coscienza, un posto angusto e fuori mano, dove il frastuono è silenziato e basta poco per ignorarlo. Se chiudo gli occhi, non mi tocca. Non mi sfiora. Guarda altrove e mi dimentica, come se non rilevasse più la presenza. Il dolore annusa solo chi lo guarda in faccia. Se ti eclissi e sparisci, passa oltre. BoJack Horseman ha costruito la sua cortina di ferro su questo assioma. Ci si è trincerato dietro sprangando le porte e sigillando i fori (da qui il desiderio di non essere come lui).
BoJack Horseman non vede e quindi non sente. O meglio: sente, ma può non dargli un nome. Può fingere che non esista, che non lo riguardi.
Il mondo è un pantano melmoso dove chi si concede di provare delle cose, ne esce disintegrato. Cade a pezzi, si disunisce, ansima e arranca. BoJack no. Lui mette a mollo le emozioni in una palude annichilente di rifiuto e negazione (ma attenzione: questa non solo una serie tv nichilista). Ogni pezzettino della sua vita è sparito dietro il velo scuro dell’oblio, un confine tracciato per astenersi dal vivere con coscienza. Per schermirsi dal dolore, per proteggersi dal senso di colpa. Abita in un limbo, BoJack Horseman. Abbastanza lontano dalla vita e ancora meschinamente distante dal suo opposto.
È tutto nebbia e foschia. Tutto confuso e sfumato. Il dolore, i rimpianti, il senso di frustrazione, la vergogna, la paura sono indistinguibili l’una dall’altra. Sono un tutt’uno appannato e grigiastro, una spessa coltre di sensazioni oscure da soffocare dove non batte la luce. È cresciuto scansando i sentimenti, BoJack Horseman. In una famiglia in cui piangere era visto come un segno di debolezza. Gli sono rimbalzate addosso la frustrazione di un padre insoddisfatto e il dolore oscuro di una madre che non è mai riuscita a riemergere dal suo inferno.
Ha assorbito la rabbia, reprimendola senza saperlo.
La vita ammaccata dei genitori gli è caduta addosso senza nessun ombrello protettivo. Gli sono piombate sulla pelle le schegge impazzite delle vite naufragate dei suoi familiari. Dal dolore si può ricominciare, ma non per BoJack Horseman. Se nasci in un precipizio e nessuno ti insegna a risalire, sei destinato a precipitare in eterno, senza annusare mai la superficie (è stato Secretariat ad averlo spinto verso il baratro?). Se avesse imparato a guardare in faccia i suoi traumi, avrebbe potuto iniziare a risalire il baratro. Un passettino alla volta, magari, ma con lo sguardo rivolto verso l’alto. Invece BoJack i suoi traumi li ha affondati, provando a cancellarne le tracce.
Solo che non basta ignorarli per sfuggirgli. Il dolore cresce non visto, mette radici anche dove non si vede, dove ci si illude di poterlo sopprimere. BoJack ha accolto con un fatalismo stanco la propria condizione. Non ha lottato più di tanto, si è abbandonato al proprio destino sfasciato, senza azzardarsi a contraddirlo. Ha ereditato la frustrazione del padre e il dolore silenzioso della madre, inseguendo la metafora della sua vita menzognera: la carriera da attore. Se ci pensiamo, non poteva esserci abito più azzeccato per uno con la vita a pezzi come BoJack Horseman. L’attore indossa sempre i panni di un altro. Fugge da se stesso e cambia pelle. Non è costretto a sentire se stesso perché impegnato a provare le emozioni degli altri.
Forse era prevedibile che BoJack diventasse un attore, un volto di quella Hollywoo stanca e ipocrita, dove conta sempre quello che appare e mai quello che si è.
Interpretare la vita di un altro, calarsi in emozioni che non ci appartengono, essere per qualche ora un’altra persona, ha solo dilazionato la presa di coscienza. Ha spostato sempre di un giorno il fatidico momento in cui fare i conti con se stessi e con la vita che ci si è ritagliati. La procrastinazione è stata la risposta immunitaria di BoJack al franare delle sue certezze (vi siete resi conto di come le serie tv abbiano cambiato il concetto di procrastinazione?). Ha rimandato a oltranza il confronto con se stesso, convinto che bastasse non guardarsi allo specchio per allontanare i suoi mostri. Eppure, la ricetta non ha funzionato. Da qualche parte si è inceppato il meccanismo.
L’arte del procrastinare ha solo contribuito a ingolfare le insicurezze di BoJack. Mettendole a tacere per così tanto tempo, le ha solo fatte deflagrare. BoJack Horseman è scoppiato, le sue fragili difese plasmate di rifiuto e negazione hanno fallito. Sono state assediate da tutti quei rimasugli di coscienza che piano piano hanno messo radici, sono cresciute e hanno finito per divorarlo da dentro. BoJack odia se stesso e trasferisce il risentimento verso di sé sugli altri. Ha trascinato Sarah Lynn nella sua spirale autodistruttiva, senza essere in grado di salvarla. Si è preso il tempo migliore di Princess Carolyn, svalutandolo egoisticamente per sentirsi meno solo. Ha guardato con invidia Todd e Mr Peanutbutter, cercando di sabotare il loro proverbiale ottimismo.
E si è preso anche Diane, trasferendole per osmosi il flusso velenoso dei propri errori.
È stato un disastro, BoJack. E più incamerava fallimenti, più si girava dall’altra parte, tentando di schivarli. Se avesse guardato in faccia i suoi demoni, una volta ogni tanto, il vuoto circostante avrebbe avuto una circonferenza meno ampia. Se nascondi tutto dentro, l’io interiore prima o poi va in saturazione, è costretto a ricacciare fuori la lava magmatica di tutti i problemi non affrontati, diventati adesso un miscuglio amorfo di sensazioni senza più un nome. Non si è aiutato, BoJack Horseman. Ha pensato che per stare bene bastasse ignorare i segnali allarmanti che di volta in volta gli inviava la propria coscienza. Che bastassero alcol, droghe e sesso per addomesticare i propri fallimenti e che un cambiamento vero sarebbe arrivato senza passare da una sua presa di coscienza.
Tutti quelli che gli suggerivano di guardarsi dentro e analizzare i propri traumi li ha allontanati. Trattati male, scansati, respinti o trascinati nel suo vortice di problemi irrisolti. Gli amici muniti di paracadute sono riusciti a salvarsi da prima dello schianto, gli altri no. Superati i quarant’anni, l’immondizia che marcisce dentro non vista rischia di formare una discarica troppo grande per orientarcisi dentro. Se il BoJack ragazzino avesse affrontato i suoi traumi familiari, sarebbe cresciuto come un uomo meno insicuro e più consapevole delle proprie debolezze.
Se si fosse fermato un attimo ad analizzare i suoi fallimenti da attore, questi non avrebbero finito col prendere il sopravvento su tutto il resto della sua vita.
Se fosse stato in grado di curare un po’ meglio le sue relazioni, di preoccuparsi delle persone che gli stavano accanto, di affrontare meno egoisticamente il suo senso di solitudine, avrebbe fatto del male a meno persone. Invece BoJack è andato avanti convinto che, se è una cosa non la vedi, allora non esiste. Non ti appartiene, non ti riguarda. Si è trascinato avanti arrancando nella convinzione che bastasse nascondere la polvere sotto il tappeto per avere un uscio pulito. Tentativo fallito, caro BoJack. Perché sì, è vero: se chiudi gli occhi non esiste. Ma si sente. E si sente forte.








