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L’importante eredità di Black-ish, la comedy che ha riscritto le regole senza dimenticare le tradizioni

black-ish

Esistono serie capaci di non finire mai, anche quando ormai si sono concluse. L’ultima puntata di black-ish è andata in onda qualche settimana fa, eppure la comedy creata da Kenya Barris continua a vivere, la sua eredità talmente radicata nel mondo della serialità da averne modificato inevitabilmente i paradigmi. Black-ish non ha mai avuto un grande successo fuori dai confini statunitensi, non è mai diventata un fenomeno di culto come Friends, The Office o più di recente Brooklyn Nine-Nine, ma la sua natura rivoluzionaria ha comportato un cambiamento radicale nella percezione del ruolo della comedy nel contesto americano e di conseguenza – data l’influenza che i prodotti made in USA hanno nel resto dell’Occidente – anche in quello mondiale.

Per 8 stagioni black-ish ha mantenuto un livello qualitativo degno delle migliori produzioni comiche (non a caso l’abbiamo inserita nella classifica delle migliori serie comedy di sempre), rimanendo statica nel formato e negli intenti, ma rinnovandosi continuamente nei contenuti, non ponendosi mai dei limiti quando si è trattato di portare in televisione tutte le contraddizioni degli Stati Uniti contemporanei. Ciò che rende la comedy di Barris unica nel suo genere è proprio la capacità di utilizzare un format tradizionale come quello della sitcom familiare single-camera per affrontare tematiche che invece vengono raramente inserite all’interno di prodotti comici, sebbene con eccezioni importanti come Brooklyn Nine-Nine.

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Black-ish è una serie essenzialmente e profondamente politica, che vuole essere provocatoria fin dal suo titolo, che facendo riferimento all’identità di afroamericano e allo stesso tempo aggiungendo il suffisso -ish (a significare più o meno, non del tutto) mette in chiaro che tutto quanto verrà raccontato nella serie sarà filtrato attraverso un punto di vista preciso, che porta con se implicazioni politiche che non si possono ignorare. Infatti la famiglia Johnson, protagonista della serie, è innanzitutto caratterizzata per il suo background socio-culturale e ognuno dei membri delle tre generazioni che ci vengono presentate ha un suo vissuto specifico che si lega necessariamente alla condizione di essere nero e benestante negli Stati Uniti odierni.

Dre Johnson, padre di famiglia e voce narrante di black-ish, rappresenta il cuore pulsante della serie, il simbolo di tutta la portata rivoluzionaria di quanto portato in scena da Kenya Barris. Come molti protagonisti dei classici delle sitcom familiari, Dre è a capo di una famiglia numerosa, ha un moglie perfetta, è un instancabile lavoratore senza particolari vizi o virtù, vive in una splendida villa in un quartiere residenziale. Eppure, fin dall’inizio capiamo subito che questa descrizione del protagonista di black-ish non soltanto è sommaria, ma è anzi la base di partenza per ribaltare tutte le regole del genere.

Basta guardare poche puntate della serie per comprendere che il racconto della famiglia borghese e perfetta che a volte lo stesso Dre sembra portare avanti non è corrisponde affatto ai Johnson, che diventano il simbolo stesso di una rivoluzione nel mondo della commedia televisiva. Innanzitutto Dre non è il capofamiglia, il male breadwinner della tradizione, bensì condivide quel ruolo con la moglie Bow, ginecologa di grande successo. Dre e Bow si dividono le responsabilità familiari senza che questo sia mai messo in dubbio, nessuno dei due rinuncia alla carriera ed è per loro ugualmente difficile cercare di trovare un equilibrio tra vita privata e lavoro, nonostante alle volte lo stesso Dre voglia raccontarsi una storia differente, nel tentativo di rafforzare l’immagine a cui è così legato di uomo nero e di successo. La famiglia Johnson vive sì in una splendida villa nei sobborghi ricchi di Los Angeles, ma è anche l’unica famiglia nera dell’intero quartiere, qualcosa che li porta a doversi costantemente confrontare con il proprio status di outsider, con la responsabilità di dover essere perfetti in ogni momento, di non poter fallire perché vivrebbero il loro fallimento come quello dell’intera comunità nera.

Inoltre, se è vero che Dre è un uomo tutto sommato normale, ha un’ossessione che i suoi figli faticano a tollerare: vede nel razzismo e nei rapporti di forza tra bianchi e afroamericani la spiegazione di tutto. Durante le otto stagioni di black-ish l’ossessione di Dre lo porterà – e noi spettatori con lui – a sviscerare in ogni suo aspetto la questione razziale e a dimostrare come la discriminazione su base etnica sia ancora viva e presente tanto nelle istituzioni quanto nei piccoli gesti quotidiani. Vi sono episodi più apertamente politici, che affrontano per esempio la brutalità delle forze dell’ordine verso i neri (Hope, 2×16) o le conseguenze di secoli di schiavitù (Juneteenth, 4×01), ma la maggior parte delle puntate di black-ish si concentra sulla quotidianità, tra ricerca di solidarietà e denunce a un sistema che favorisce sempre chi lo ha costruito.

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A livello di struttura, black-ish non è volontariamente poco innovativa, se non fosse per un’unica nota che tuttavia definisce chiaramente il tono e gli intenti della serie. Ogni puntata si apre infatti con una riflessione di Dre sulla società statunitense, o sul suo essere padre, o ancora sul suo essere un uomo nero di successo. Le introduzioni di Dre alle puntate assumono di proposito toni didascalici, servono ad anticipare quanto verrà affrontato nel resto dell’episodio e a suscitare nello spettatore una riflessione. Se black-ish fosse una sitcom familiare tradizionale e il suo protagonista il classico padre di famiglia, queste riflessioni sarebbero boriose e supponenti, ma Kenya Barris ha voluto portare in scena un prodotto che di convenzionale ha solo la forma. Ecco allora che la presunta essenza didascalica di queste lezioni di vita si trasforma in motore comico, perché pur nella sua natura politica, irriverente e anticonvenzionale, black-ish è prima di tutto una comedy, e anche una davvero divertente.

Prendendosi gioco di stereotipi e situazioni prestabilite, i protagonisti della serie vivono con uno spirito nuovo, fresco e realista le stesse vicende che prima di loro hanno sperimentato i personaggi di decine di sitcom familiari, che vengono tuttavia portate in scena con una forte attenzione alla consapevolezza dei diversi contesti e delle differenti identità dei singoli personaggi.

Conoscendo fin nei minimi dettagli quelli che erano i riferimenti del genere della sitcom familiare prima di black-ish, Kenya Barris ha voluto allo stesso tempo rendervi omaggio e adattarli a un contesto televisivo e geoculturale nuovo, creando un prodotto che fosse allo stesso tempo fedele a certi schemi e ideali senza però rinunciare a darne una visione propria. Così radicata nel contesto statunitense, black-ish è una comedy molto difficile da esportare all’estero e pertanto limitata nel suo successo, tuttavia ha lasciato un segno nel panorama seriale, tale da cambiare le carte in tavola per le produzioni del genere in tutto il mondo occidentale. L’umorismo irriverente e fresco di black-ish si appoggia a una rete di personaggi, interazioni e situazioni apparentemente tipici della sitcom familiare, ma che si distinguono invece per la loro rilevanza politica e sociale, gettando le basi per un nuovo modo di affrontare l’attualità nella commedia che negli ultimi anni, grazie a questa pioneristica comedy, è diventato sempre più comune.

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