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Cosa non ha funzionato nella sesta stagione di American Horror Story

American Horror Story
American Horror Story

American Horror Story è un po’ come quell’ex di cui non riesci mai a liberarti per davvero, che periodicamente ritorna mandandoti un messaggino e facendoti tornare la voglia di scoprire se è davvero cambiato come dice.

Ovviamente non lo è, e finisce tutto in gloria come le altre volte.

In questo articolo proveremo a spiegarvi che cosa non ha funzionato nell’ultima stagione di American Horror Story, e perché dovreste seriamente pensare di lasciare perdere questa Serie anche se vi ha donato emozioni forti (qui vi spieghiamo come tutto è iniziato).

È finita, ragazzi. Cambiate il vostro stato su Facebook in “vedovo di AHS” e mettetevi alla ricerca di un nuovo amore. Perché dopo questa stagione, è la cosa migliore che possiate fare per voi stessi.

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Una rappresentazione fedele dei sentimenti di un fan medio di AHS per la sesta stagione

Tanto per cominciare, il fallimento di My Roanoke Nightmare inizia molto lontano, almeno due stagioni prima; si chiama carenza di idee, peggiorate da un’usura fisiologica degli attori incastrati ad interpretare sempre gli stessi ruoli, di stagione in stagione.

Quella che fino alla terza stagione era una ricetta che rendeva American Horror Story unica e originale, ovvero la presenza di un cast fisso, inizia a zoppicare e rovina a terra proprio con My Roanoke Nightmare.

Non c’è più Jessica Lange nel cast, che fino alla quarta stagione (che pure aveva i suoi difetti) aveva tenuto in piedi la baracca con la sua straordinaria presenza scenica e il suo talento di attrice.

Kathy Bates viene esiliata a fare la pazza (ma dai), in un ruolo che sembra la parodia di quello che l’ha resa immortale, la sadica infermiera killer di Misery non deve morire, e a vederla farneticare davanti ad una telecamera amatoriale brandendo una mannaia si può solo scoppiare in una gran risata. Probabilmente i motivi per cui ha accettato di essere nel cast sono gli stessi del suo personaggio: carenza di ruoli, crisi di identità artistica.

È l’ombra di se stessa.

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Un altro dei problemi alla base del fallimento di My Roanoke Nightmare è il pretesto: il found footage, che ha fatto la fortuna (unicamente commerciale) di film come Blair Witch Project è un format ormai stantio, che non è più in grado di replicare la sua fortuna ai giorni nostri, in cui tutto si condivide in tempo reale e la possibilità di trovare un filmato amatoriale in una soffitta o in un bosco sperduto sono scarse.

L’idea di creare una sorta di “teatro nel teatro” ricreando un documentario all’interno della Serie Tv era ottima, ma fallisce di fronte alla miseria delle idee e al sovraffollamento di personaggi, di cui un 50% assolutamente inutili (la metà sono interpreti degli altri), per i quali non si riesce a provare un minimo di empatia quando vengono fatti a pezzi malamente.

La reazione più drammatica che mi hanno suscitato le scene più gore di My Roanoke Nightmare è una risata isterica, che conteneva un 50% di sconcerto e un 50% di puro divertimento.

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Un altro dei motivi per cui American Horror Story ha fallito questa sesta stagione è secondo il mio parere la presenza di Lady Gaga, che come cantante è egregia ma come attrice ha ancora molta strada da fare, rendendosi protagonista di una versione più pornografica ma dal punto di vista recitativo ugualmente piatta della strega di Suicide Squad.

Le scene in cui compare sembrano più estratti di suoi video musicali che momenti di un horror, e di horror rimane solo il fatto che il povero Cuba Gooding Jr. venga ripetutamente violato da un essere vestito come un Neanderthal e con un trucco alla The Walking Dead, che inoltre dà l’idea di puzzare molto con quei vestiti stantii addosso da chissà quanto.

American Horror Story DEVE fare paura, e lo fa fin dai primissimi istanti, soprattutto grazie alle sue leggendarie sigle di apertura. Un punto di forza della Serie che in questa sesta stagione viene stroncato miseramente, sostituendo alla consueta apertura un frame di pochi secondi con il solo titolo della sesta stagione; sembra quasi un prodotto a parte, qualcosa che pare non essere più collegata alla Serie che avevamo amato anche per la sua terrificante apertura.

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 L’idea di rinchiudere personaggi e interpreti degli stessi in una casa stregata che aveva già visto la sua buona dose di sangue e vedere che succede era ottima. Dava il presupposto per una seria indagine sulle dinamiche di gruppo in un contesto di sopravvivenza estrema, e poneva le basi per una riflessione sul mestiere dell’attore, e su che cosa vuol dire girare una Serie Tv di successo.

Aveva tutti i presupposti per ispirare una riflessione sulla deriva che ha ormai preso la Serie, insomma. Eppure, si è riusciti a creare un prodotto mediocre, che alla fine mostra le reazioni entusiaste dei fan all’uscita del documentario oggetto della storia, mentre tu dal tuo divano pensi: ma abbiamo visto la stessa cosa? Che c’è da esultare?

Un altro motivo per cui questa sesta stagione di American Horror Story è un prodotto che consiglierei al mio peggior nemico è che riesuma un personaggio che avevamo amato molto, per presentarcelo ridotto ad una grottesca macchietta; Lana Winters.

È un espediente non nuovo ad American Horror Story, quello di inserire un personaggio di stagioni precedenti per creare un collegamento tra tutte (e se avete ancora nel cuore Pepper, leggete qui). Ma fino ad ora si era trattato di nomi secondari, qui si va a toccare una pietra miliare della Serie.

Sembra quasi che i produttori vogliano creare un parallelismo tra il personaggio di Lee e quello di Lana; entrambe donne sfortunate, sopravvissute all’indicibile, uccidono una figura che nel bene o nel male è parte di loro. Strano che si provi più empatia con Lana che ha ucciso suo figlio che con Lee che ha massacrato il marito, ma il potere di una storia ben scritta fa questo: ti fa provare amore e interesse per personaggi complessi, che compiono azioni al limite, e che subiscono evoluzioni incredibili facendoci identificare con loro.

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Lana Winters cede senza rimorso alla chirurgia: nel 2015 avrebbe avuto più di 70 anni, ma ne dimostra 40.

Lana Winters doveva rimanere nel suo universo, nel cupo mondo di Asylum, e dovevamo ricordarcela così, una reporter coraggiosa e sfacciata, e l’ultima sua immagine doveva essere lei che per estirpare il male dentro di sé toglie la vita del figlio che quello stesso male ha generato in lei.

Lee non ha né lo stesso spessore (e non è colpa di Angela Bassett, anche se ha brillato di più in Coven, nè di Adina Porter) né la stessa credibilità, oltre a non avere, per colpa della scrittura, un’evoluzione tale da darci l’idea di essere nella sua testa e soffrire con lei.

C’è inoltre la questione: chi è Lee? È il personaggio o l’interprete? Quello che era parzialmente riuscito con la Macellaia di Kathy Bates, un’identificazione totale nel ruolo, poteva accadere anche per lei e per altri, mentre ci ritroviamo spiazzati ad osservare tanti personaggi che non riescono a coinvolgerci né nel ruolo che interpretano né nelle loro faccende private.

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La patina plastificata da found footage dei giorni nostri, con una pallida analisi dei meccanismi di produzione e consumazione del prodotto cinematografico pop, che vorrebbe tanto rifarsi a Black Mirror, finisce per diventare commedia dell’arte. I personaggi sono macchiette da canovaccio, con zero spessore, di cui ci si libera con un sospiro di sollievo (salvo ritrovarli tutti sani e salvi alla fine).

L’ultima puntata è un’imbarazzante sequela di noiose chiacchiere (dov’è finita la Lana Winters pungente e combattiva? Chi è questa vecchietta imbalsamata?), sequenze thriller di dubbia veridicità (entra un uomo armato nello studio dove Lana intervista Lee, nessuno fa niente e i cameramen continuano a riprendere serafici) e momenti di pura assurdità, come l’intervento degli acchiappafantasmi nella casa stregata, alla ricerca di Flora (anche se sembrano più interessati alle mutandine d’epoca).

Lee decide di sacrificarsi (e ti pareva) per restare accanto a Priscilla e combattere la Macellaia, e per farlo ovviamente deve morire, anche se resta morta per circa dieci secondi, comparendo subito dopo sul limitare dei boschi con la bambina per mano, giusto in tempo per fare ciao ciao alla figlia che scappa verso la libertà (e dieci anni di analisi).

Musica strappalacrime di violini, panoramica sui soliti villani guastafeste che stanno arrivando per fare a brandelli tutti (perché naturalmente c’è la luna di sangue; che c’è sempre, in qualunque periodo dell’anno; saranno i cambiamenti climatici).

Fine, titoli di coda, tutti a casa.

E noi così:

American Horror Story

In definitiva, quello che non ha funzionato in American Horror Story: My Roanoke Nigthmare è la disonestà intellettuale degli sceneggiatori nello scrivere un prodotto scadente, che parte con belle idee che si perdono rincorrendo un sensazionalismo facile, e dei produttori nel consentire a stagioni come questa di rovinare il nome di questa Serie.

Non è questo il modo di fare horror, e nemmeno di fare critica sociale al mondo dei mass media e delle sensazioni forti a portata di clic; verrebbe da dire “ritentate, sarete più fortunati”, ma visto l’abbrivio verso il baratro che ha ormai intrapreso questa Serie, c’è da augurarsi che non lo facciano proprio.

Leggi anche : American Horror Story Roanoke: l’ho guardato tutto in una notte

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Written by Giulia Vanda Zennaro

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