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American Horror Story 13: La Recensione degli episodi 4, 5 e 6: tutto qui?

American Horror Story

ATTENZIONE! La recensione contiene SPOILERS degli episodi 4-6 di American Horror Story 13.

“Is there all that is?”

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La tredicesima stagione di American Horror Story (disponibile sul catalogo Disney+) continua a giocare con la nostalgia dello spettatore, riportando in scena personaggi storici e intrecciando l’immaginario di Coven, Freak Show e Hotel. Ma dietro il piacere delle reunion, la serie di Ryan Murphy riesce davvero a costruire una storia all’altezza del proprio passato? Ci dispiace dirlo, ma la risposta è no.

Dopo aver riunito volti e personaggi provenienti da diverse annate dell’antologia (qui la nostra recensione dei primi episodi), gli episodi 4, 5 e 6 ampliano ulteriormente il racconto, facendo convergere rituali satanici, traumi personali, streghe e assassini seriali in una narrazione che trova nel fan service la propria arma più efficace, ma anche uno dei suoi limiti principali. Il risultato è un trittico irregolare, nel quale convivono momenti di autentico spettacolo, intuizioni interessanti e passaggi che sembrano sacrificare la coerenza narrativa in favore dell’effetto sorpresa. La serie, tuttavia, conserva una qualità che l’ha accompagnata fin dagli esordi: la capacità di trasformare il proprio eccesso in una forma di intrattenimento riconoscibile, sospesa tra horror, melodramma e camp deliberatamente sopra le righe.


Perché American Horror Story 13 sarà pure trash, ma non riusciamo comunque a farne a meno.

Il quarto episodio, Is That All There Is?, prosegue la costruzione del mistero legato al misterioso Mr. Nas e alla sua ascesa. La sequenza ambientata al Club Hell è il cuore dell’episodio. Elizabeth Short, la celebre Dalia Nera, viene condotta verso un rituale che coinvolge tredici donne morte prima di poter raggiungere il proprio pieno potenziale. A dirigere la cerimonia è Elsa Mars, il personaggio che Jessica Lange aveva interpretato in Freak Show, tornata qui a vestire i panni della padrona di uno spettacolo macabro e grottesco. Al suo fianco ritroviamo Wilhelmina Venable, interpretata da Sarah Paulson, in una riunione che sembra concepita soprattutto per solleticare la memoria degli spettatori più affezionati.

La scelta di affidare a Elsa l’esecuzione musicale di Is That All There Is?, celebre brano reso immortale da Peggy Lee, è particolarmente significativa. Il titolo può essere letto come una domanda rivolta all’intera stagione: dietro la sfilata di personaggi riconoscibili, i riferimenti alle vecchie annate e l’accumulo di immagini provocatorie, esiste davvero qualcosa di più profondo? Oppure lo spettacolo è diventato un fine in sé? Il problema è che la sequenza funziona soprattutto come numero di varietà horror, mentre il rituale che dovrebbe sostenerla rimane subordinato all’esibizione.

Le tredici vittime, tra cui Elizabeth Short e altre figure storiche o personaggi già comparsi nell’universo della serie, diventano elementi di una composizione volutamente provocatoria. La cerimonia richiede un ultimo sacrificio e Wilhelmina finisce per gettarsi nella fossa, scatenando una violenta esplosione di fuoco. Poco dopo, Ben si risveglia, lasciando aperto il dubbio su quanto abbia realmente vissuto e su quanto, invece, appartenga a una dimensione onirica o allucinatoria.


L’episodio chiarisce anche il patto stretto da Constance Langdon con Mr. Nas. La donna ha accettato di aiutarlo a recuperare il proprio potere in cambio della possibilità di riavere i figli perduti, Tate e Addy. Il prezzo da pagare, però, è la sua collaborazione con una forza demoniaca che intende riconquistare il mondo.

Mr Nas in American Horror Story 13
Credits: Disney+

Il quinto episodio di American Horror Story 13, Date Night, rallenta il ritmo per concentrarsi sui sopravvissuti a un disastro aereo e sulle conseguenze psicologiche della tragedia. La puntata decide di concentrarsi su Ben e Ashley, i due sopravvissuti al disastro aereo che ha segnato l’inizio della stagione. Il loro incontro, apparentemente destinato a essere una semplice serata di compagnia, diventa l’occasione per esplorare il senso di colpa, il lutto e la difficoltà di ricominciare dopo una tragedia.

Il dolore, suggerisce la puntata, non rende automaticamente più lucidi: talvolta ci spinge a conservare una versione idealizzata dei morti perché affrontare la verità significherebbe perdere anche l’ultimo legame che ci resta con loro. Il passato di Ashley aggiunge un’altra dimensione al racconto. La ragazza è l’unica sopravvissuta a un massacro familiare compiuto dal Piggy Man, figura già apparsa in Roanoke. La sua esperienza contribuisce a collegare ulteriormente le diverse stagioni dell’antologia, ma serve anche a stabilire una somiglianza tra lei e Ben: entrambi sono sopravvissuti a eventi che hanno distrutto le loro vite e che continuano a condizionare il modo in cui percepiscono il mondo.


Anche la paura del numero 13 trova qui una spiegazione più articolata. Ben è nato di venerdì 13, ha perso la madre durante il parto e ha attraversato un’infanzia segnata dall’instabilità familiare. La persona che gli ha finalmente offerto un ambiente sicuro, la madre affidataria Martha, è morta di cancro proprio il giorno del suo tredicesimo compleanno. Per Ashley, invece, il numero è legato al disastro aereo e alla strage della sua famiglia.

Il problema è che la serie insiste talmente tanto su questa simbologia da rischiare di svuotarla. La superstizione, che inizialmente contribuiva a creare un’atmosfera di inquietudine, diventa progressivamente un meccanismo troppo visibile.

La vicinanza tra i protagonisti sfocia in un rapporto intimo, ma la tranquillità dura poco. Al risveglio, Ashley nota sulla parte bassa della schiena di Ben un marchio inciso sulla pelle: 616. Il numero non è un semplice equivalente grafico del più celebre 666. Alcune antiche testimonianze del Libro dell’Apocalisse riportano proprio 616 come variante del numero della Bestia. La scelta offre alla serie un riferimento religioso più specifico e apre interrogativi sul ruolo di Ben nel progetto satanico.

Sarah Paulson torna nei panni di Cordelia in American Horror Story
Credits: Disney+

Infine, The Return of Devil’s Night riporta in primo piano le streghe di New Orleans, trasformando la nostalgia per Coven in un nuovo scontro soprannaturale. La terza stagione della serie tv antologica è considerata, quasi all’unanimità, una delle più iconiche e migliori del ciclo. Bel prima che lo show di Ryan Murphy si riducesse all’ombra di se stessa. Ritroviamo Cordelia Goode, Suprema della congrega di New Orleans, e streghe note e completamente nuove.


La crisi di Cordelia, le cui capacità sembrano indebolirsi mentre quelle delle altre streghe aumentano, introduce inoltre una questione che potrebbe andare oltre il semplice scontro tra fazioni. Che cosa accade quando chi è stato investito del massimo potere perde progressivamente il controllo? E quanto può durare un’autorità che non riesce più a garantire la protezione dei propri alleati? Sono domande interessanti, ma l’episodio preferisce accelerare verso il confronto. La preparazione dell’attacco diventa il pretesto per mettere insieme figure storiche, assassini celebri e personaggi soprannaturali in un’unica grande operazione di fan service. Il tono oscilla continuamente tra il macabro e il grottesco, con momenti volutamente assurdi.

La puntata trova comunque il suo momento più incisivo nel finale. James Patrick March, il sadico assassino interpretato da Evan Peters in Hotel, guida l’offensiva contro le streghe e colpisce Cordelia alla testa con una falce. La scena lascia intendere che la Suprema possa essere morta, trasformando il ritorno di uno dei personaggi più importanti di Coven in un possibile sacrificio narrativo. Naturalmente, nell’universo di American Horror Story, la morte raramente rappresenta una condizione definitiva. Resurrezioni, fantasmi e ritorni soprannaturali fanno parte del linguaggio della serie, per cui è legittimo dubitare che il destino di Cordelia sia davvero segnato.

I tre episodi confermano le contraddizioni della tredicesima stagione.

Da un lato, American Horror Story sembra aver ritrovato il piacere di giocare con il proprio passato. Il ritorno di Jessica Lange, Sarah Paulson ed Evan Peters permette alla serie di riattivare un immaginario che ha contribuito a renderla una delle antologie horror più riconoscibili della televisione. Dall’altro, la continua successione di personaggi, riferimenti e sottotrame rischia di soffocare qualsiasi tentativo di costruire un racconto autonomo. Le spiegazioni vengono ripetute, il simbolismo del numero 13 è spinto fino all’eccesso e alcune svolte narrative sembrano pensate più per alimentare le teorie dei fan che per produrre conseguenze coerenti.


Anche la brevità degli episodi contribuisce alla sensazione di una storia che corre continuamente da un evento all’altro senza concedere sufficiente spazio alla loro elaborazione. I tre episodi non sono privi di idee. Il problema è che la serie sembra continuamente distratta dalla propria voglia di stupire, come se ogni intuizione dovesse essere immediatamente accompagnata da un’altra trovata, un’altra citazione o un altro colpo di scena.