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A Knight of the Seven Kingdoms 1×05 – Una storia senza fine

Baelor Targaryen in A Knight of the Seven Kingdoms
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Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sul quinto episodio di A Knight of the Seven Kingdoms.

Le note di Game of Thrones, udite negli ultimi istanti della quarta puntata, risuonano come un presagio nefasto. Non dovremmo più stupirci, dopo decenni di esperienza. Non dovremmo più abbracciare la speranza che una storia di questa straordinaria saga, seppure piccola e circoscritta, possa portare talvolta a un lieto fine. Sì, certo: dovremmo approcciarci con disillusione a ogni evento, consci del fatto che a un certo punto andrà tutto in rovina. Nella cenere del campo di battaglia colorato dal sangue, ostaggi di lotte intestine senza fine e di accese sfide per il potere. Là dove gli ultimi saranno sempre ultimi, e i primi avranno comunque la meglio se caratterizzati da un insanabile cinismo.


Eppure A Knight of the Seven Kingdoms sembrava un’altra cosa, e per certi versi ancora lo è.

Persino una dramedy, a tratti. Una fiaba a tinte dark in cui ogni tanto c’è spazio per la deviazione rassicurante. Al racconto che manda a letto i bambini col pensiero che questo mondo possa persino essere perfetto, talvolta. Un mondo in cui l’onore non è solo l’ideale sognante dei cavalieri erranti, messi al mondo da una madre chiamata giustizia, ma anche l’impulso di alcuni primi. Nobili eletti sull’altare di un futuro che abbraccia la speranza. Futuri re, costruttori di un domani in cui vale ancora la pena vivere. A casa, magari. Ovunque si possa trovare casa per riscattare un presente infame. Alzarsi in piedi, una volta ancora, per combattere contro un fato iniquo. E pensare che in un modo o nell’altro tutto andrà per il meglio.

Insomma, il mondo di Baelor Targaryen. Un uomo giusto. Talmente giusto da non poter respirare a lungo la stessa aria dei suoi fratelli. Fino a cadere sul campo di una battaglia che ha fatto propria in nome di valori impossibili. Per mano di Maekar, il suo sangue. Il solo sangue, dopo l’estinzione del fuoco. L’incudine che si fa martello per schiacciare ancora una volta le sorti di una stirpe maledetta.

Il ritorno alla realtà di A Knight of the Seven Kingdoms

Aerion Targaryen
Credits: HBO

A un passo dalla gloria degli uomini retti, c’è sempre l’oblio di una ruota destinata a non spezzarsi mai. Quella dei Targaryen, baciati dagli dei e poi spinti a terra nel fango, un attimo dopo. La storia di questa saga non è una linea retta in cui il passato è un prezioso bagaglio di esperienze. No, non lo è mai: lo dicemmo a proposito di House of the Dragon e lo ribadiamo ora, per A Knight of the Seven Kingdoms. Reduci da uno straziante ritorno alla realtà, già suggerito nelle puntate precedenti dalle solite note e dalle predizioni delle anonime veggenti e dei draghi sognatori, giriamo ancora in tondo nella tragedia perenne di questa saga. Cerchi perfetti che si rinnovano per secoli, riconducendo la storia di una casata a un dramma costante.


Si uccidono tra fratelli, i Targaryen. Quando lo vogliono, e si traduce in una guerra civile sanguinaria. Ma anche quando potrebbero non volerlo, come nel caso di Maekar.

La storia si presta a ogni potenziale interpretazione: ha ucciso volutamente Baelor in nome della salvezza del figlio Aerion?

Oppure ha assecondato l’istinto paterno, sacrificando un fratello con cui aveva combattuto fianco a fianco nel corso della Ribellione di Daemon Blackfyre?


Non è poi così importante saperlo, per una volta: A Knight of the Seven Kingdoms racconta un’altra storia, anche se lo sfondo regale è tanto ingombrante da irrompere tra le righe popolari della storia di Dunk. Non lo è perché conosciamo l’esito, il punto d’arrivo. La circolarità di una maledizione che si riscrive uguale a se stessa, una volta ancora. Non per la prima volta, come ben sappiamo. E manco per l’ultima, visto come si conclude Game of Thrones.

Sì, sempre uguale. Arriveremo allora a Jon e Daenerys dopo aver vissuto Daemon e Rhaenyra. L’estinzione degli uomini retti, come Viserys: la guerra conseguente, al tramonto di un regno giusto. Oppure la notte di un regno sul quale non è mai sorto il sole, come nel caso di Baelor. Mentre resiste la follia di chi si illude di essere un drago e domina sui Sette Regni, costringendoli a sopravvivere come possono alle derive di una casata portatrice di sventura.

La quinta puntata di A Knight of the Seven Kingdoms unisce ogni filo nell’arco di trenta minuti abbondanti.

Ci riporta agli ultimi istanti della ribellione guidata da Daemon Blackfyre, sconfitto sul campo di battaglia da Baelor e Maekar, attraverso la prospettiva di un ragazzo umile e della sua scaltra compagna, spezzata all’alba di un nuovo capitolo. Già illuminato dalla luce dei giusti, a un passo dalla serenità di una vita migliore. Ricercata nell’immagine di una madre perduta o mai trovata, come risuona per tutti nell’arco dell’intera puntata.


All’ombra di un viaggio verso un lido più assolato, il piccolo Dunk cerca sempre di sfuggire a un racconto che ricorre da quando l’uomo esiste. Assaggia la vita che meriterebbe con molte esitazioni, fino a ritrovarsi di fronte alla brutalità dell’umanità. Quella dei poveri che si uccidono tra loro manco fossero dei nobili destinati al Trono, incarnata dalla bieca uccisione della ragazza che avrebbe potuto amare per sempre. A Knight of the Seven Kingdoms è, parallelamente, una storia già scritta e una storia che non si scrive mai, poco prima che l’inchiostro si posi per andare a capo.

Insegue il riscatto, Ser Duncan, e il destino lo asseconda abbastanza da illuderlo. Poi lo riporta giù, e ancora in alto.

Cerchi sovrapponibili, anche nella sua vita: arriva a un millimetro dalla morte per proteggere un’innocente che potrebbe diventare la madre dei suoi figli, ma in fondo l’avrebbe fatto con chiunque altro. Perché così gli insegnerà il suo mentore, padre putativo che trova in lui il suo nuovo scudiero dopo aver appena perso l’ultimo fido compagno. Si immola per lui, il cavaliere errante, ma il destino dei giusti chiede sempre in cambio un sacrificio umano. Un cimitero di anime soffocate da lasciarsi alle spalle, tra la disillusione terrena e gli dei beffardi: giocano coi dadi per riportare ancora al punto di partenza. Un punto in cui la memoria di una madre è tutto ciò che rimane di rassicurante.

Vive di soli momenti, la speranza. Momenti in cui tutto diventa possibile, persino una vittoria che garantisca giustizia sul lungo periodo. Ma questa è una storia vera, anche se vera non è: il lieto fine non è contemplato e l’epica rarefatta è alimentata dalla concretezza delle paure più che dalle gesta. Dal vomito, dagli attacchi di panico e dalle esitazioni sul campo di battaglia, finalmente realistici. Il campo di battaglia è appena suggerito, scrutato nel caotico vortice di fango e sangue che assicura la volontà divina attraverso norme arbitrarie. A Knight of the Seven Kingdoms alimenta le aspettative, in ogni istante. E poi torna alla realtà, puntualmente.


Porta Ser Duncan l’Alto a un passo dalla Guardia Reale prima di spingerlo giù, chissà dove. La sorte della battaglia umilia Aerion, sconfitto da uno stoico Dunk, e poi gli garantisce la sopravvivenza con l’abituale pavidità.

Bacia sulla fronte l’onorevole Baelor e poi lo uccide brutalmente. Quasi fosse Ned Stark, qualche decennio dopo: questo è un mondo troppo piccolo per contenere la loro gloria.

Egg, protagonista di A Knight of the Seven Kingdoms
Credits: HBO

Dunk, però, è salvo. Una volta ancora. Chissà come, con molte cicatrici in più. Non lo è, però, il mondo in cui vorrebbe vivere: è stato ucciso, ancora una volta. Un mondo che Baelor avrebbe potuto disegnare, se solo ne avesse avuto l’opportunità. Lucido, equilibrato, dominato dalla bilancia della vita più che dalla livella della morte. Un mondo, quello sbagliato, in cui il piccolo Egg si sentiva soffocare: spinto verso la libertà di un campo nebbioso e di un fragile olmo, gira in tondo a sua volta senza poter sfuggire alla storia dei Targaryen. Sceglie da quale parte stare, stando in piedi un minuto ancora.

Il suo mondo, quello giusto, rimarrà parte di un sogno a occhi aperti: illuminato da una stella cadente, prenderà vita per un istante e poi verrà fagocitato dal fuoco e dal sangue. Dal disonore e da chissà cosa. In nome del potere o della mera sopravvivenza, Fondo delle Pulci puzzerà quanto la Sala del Trono perché “nessuno dimentica mai niente“, come suggerisce Rafa: non ricorda, però, tutto ciò che dovrebbe davvero contare. Nel mentre, un cavaliere errante chiuderà ancora gli occhi, li riaprirà e continuerà a tenere fede al suo giuramento. Ci sarà solo il buio, di fronte a lui. Eppure ne varrà comunque la pena: l’illusione della luce è tutto ciò che potremo chiedere, fino alla prossima guerra dissennata.

Antonio Casu