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Il Miracolo è la cosa più vicina a Twin Peaks che sia mai stata creata

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1990, la serialità televisiva mondiale viene cambiata per sempre. David Lynch e Mark Frost danno vita a Twin Peaks, una delle Serie Tv di maggior successo della storia (qui troverete un bellissimo approfondimento in merito). 2018, su Sky Atlantic viene trasmessa Il Miracolo, Serie Tv di Nicolò Ammaniti destinata a far discutere, oltre che per la sua qualità, anche per il suo coraggio. Le due serie, nonostante siano molto diverse, presentano delle caratteristiche e degli elementi d’incontro che, in modi e numeri differenti, hanno permesso a una di diventare forse la Serie Tv più importante finora mai realizzata, e alla seconda di essere un nuovo punto d’inizio per la serialità italiana. Avendo più di un elemento in comune, le due serie ci permettono di fare un confronto più approfondito.

Il mistero

Nella serie di Lynch gli abitanti della piccola cittadina di Twin Peaks si trovano alle prese con l’omicidio di Laura Palmer, giovane donna attorno alla quale ruotano situazioni e personaggi bizzarri. Nell’opera nostrana, invece, è il ritrovamento di una statua della Madonna che lacrima sangue a rappresentare l’enigma. I volti di entrambe le figure femminili diventano il simbolo delle rispettive serie, due volti inquietanti che lo spettatore vuole vedere, in una smania di mistero che cresce di puntata in puntata. La famosa fotografia di Laura Palmer è ben scolpita nelle menti di tutti gli appassionati di Twin Peaks, ma anche in quelle di molta gente che è stata investita, volontariamente o no, dal fenomeno.

Il volto pieno di sangue della Madonna è il luogo d’incontro di tutto ciò che rappresenta Il Miracolo, l’eterna lotta tra l’arcano della religione e la concretezza della scienza. In entrambi i casi il mistero però va alimentato a tal punto che – puntata dopo puntata – come un’Idra, il tutto si contorna di tanti altri enigmi, portando lo spettatore a un paradosso, combattuto tra la voglia di risolvere il mistero e la speranza che quest’ultimo non finisca mai.

Proprio in questa contrapposizione di opposti che fa da sfondo a tutto ciò (bene-male, religione-scienza, giusto-sbagliato, sogno-realtà), i due autori decidono di dare vita a dei giochi mentali che sembrano non avere una soluzione, o quanto meno, non una soluzione oggettiva. La soggettività è infatti un punto cruciale nelle due opere, dando allo spettatore un ruolo attivo, dove le sue interpretazioni sono fondamentali. Non esiste giusto e sbagliato.

Il Sogno

We live in a Dream“, frase emblema di Twin Peaks e di tutta la poetica lynchiana. Il sogno accomuna e abbraccia le due serie, portando lo spettatore in una dimensione onirica, surreale, sempre in bilico tra realtà e inconscio, destabilizzandolo con una serie d’immagini grottesche. Allo stesso modo queste immagini invitano a mettere in gioco tutti i nostri sensi, sicchè lo spettatore stesso ne resta rapito, incapace di distogliere lo sguardo. Dai famosi sogni dell’agente Cooper e la Loggia Nera popolata da nani, giganti e spiriti in Twin Peaks, ai vivi che tornano in vita, cubi fluttuanti e strani esseri che popolano la piscina ne Il Miracolo.

Il mistero si alimenta e noi spettatori ci lasciamo rapire da veri e propri quadri, che evocano in noi emozioni contrastanti e sono una spinta ulteriore a quella dimensione generale di mistero che pervade le due opere. Entrambe, anche se in modi diversi, evocano una dimensione religiosa e spirituale che si andrà a scontrare con la dimensione del reale.

I personaggi

Nella serialità i personaggi giocano un ruolo fondamentale in quanto devono risultare empatici e immediatamente riconoscibili da uno spettatore che, puntata dopo puntata, familiarizzerà con essi. Come nella migliore delle tradizioni delle soap opera, i personaggi sono tanti, permettendo così di creare linee narrative destinate nella maggior parte dei casi a intrecciarsi, invitando lo spettatore a collegare questi fili, anche solo per il puro piacere di farlo. Altro elemento importante è la forte caratterizzazione dei personaggi.

A volte stereotipati o sopra le righe, tutti quelli di Twin Peaks possono vantarsi di un’unicità eccezionale. Dale Cooper sarà sempre diverso da qualsiasi altro agente dell’FBI del piccolo (e grande) schermo, così come non esisterà un altro Dottor Jacobi. Stessa cosa vale per Padre Marcello, non molti preti vengono rappresentati in questo modo nella Tv italiana, scavalcando l’onda dei luoghi comuni. Il suo personaggio diventa simbolo della serie, anti-eroe come – purtroppo – se ne vedono pochi dalle nostre parti.

Autorialità e coraggio

É forse la dimensione più importante di tutte, quella senza la quale nessuna della altre descritte finora avrebbe ragione di esistere. I due prodotti sono dei perfetti saggi di scrittura televisiva seriale, sia dal punto di vista del medium stesso, sia dal punto di vista del racconto e dell’originalità.

Hanno la fortuna di avere come loro ideatori degli autori eccezionali che, con una bella dose di coraggio, sono riusciti a imporre la loro autorialità e il loro stile. David Lynch insieme a Mark Frost, pur strizzando l’occhio nelle prime stagioni (anche per decisioni di produzione non condivise) a elementi e stili più da soap, hanno avuto la forza di creare una serie diversa, permettendo a Twin Peaks di diventare un prodotto di culto anche extra-televisivo.

Soprattutto nella terza stagione, nella quale Lynch ha avuto “carta bianca”, Twin Peaks si presenta sempre di più come un’opera autoriale unica, che ben si distacca da tutti gli altri prodotti con elementi narrativi e strutturali che distruggono i canoni della serialità televisiva e, anche a distanza di 25 anni, riescono a riportare lo spettatore in un ambiente familiare altamente riconoscibile, in un continuo gioco di costruzione e decostruzione.

Ammaniti dal canto suo, già scrittore di best seller come Io Non Ho Paura, in un paese come quello italiano quasi completamente sottomesso ai soliti canoni e stereotipi del classico anti-eroe mafioso o delle serie-evento di Mediaset e Rai, decide di osare (non perdetevi questo articolo in merito). Il suo atto di coraggio è forte, prende gli elementi della nostra Tv e li ricama a modo suo, in un elegante intreccio che porta un prodotto fresco, internazionale.

Un prodotto che pur usando tutti questi elementi “vecchi”, diventa qualcosa di mai visto. Il Miracolo lascerà sicuramente il segno nel nostro – e si spera non solo – panorama.

Dopo aver confrontato le due opere, mi sorge spontanea una domanda: abbiamo bisogno di una seconda stagione de Il Miracolo e di una quarta di Twin Peaks? Vogliamo realmente sapere cosa c’è dietro a questi grandi misteri o preferiamo solo continuare a perderci nel nostro inconscio?

Leggi anche: Twin Peaks: The Return è il viaggio di ritorno a casa

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