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The Premise non è la nuova Black Mirror, ma non meritava la stroncatura che ha avuto

The Premise, il cui titolo in italiano ha l’aggiunta di “questioni morali“, è uscita il 16 settembre 2021 negli Stati Uniti, sulla piattaforma on demand Hulu mentre in Italia è stata resa disponibile qualche mese dopo, a novembre, su Disney +.
Critica e pubblico, alla presentazione di questa nuova serie antologica, si sono convinti di avere di fronte la nuova Black Mirror. E probabilmente, la speranza di ritrovare le stesse atmosfere cupe, torbide e distopiche della serie inglese hanno creato l’ennesimo caso di hype destinato a deludere le aspettative.
The Premise non è la nuova Black Mirror. Forse non era nemmeno interessata a esserlo. Ha ricevuto una bella stroncatura. Forse non meritava tanto.

The Premise nasce nel 2019 da un’idea di Benjamin Jospeh Novak, uno degli esponenti più importanti e innovativi della comicità televisiva americana. Ideatore, scrittore e regista, B.J. Novak è conosciuto soprattutto per aver interpretato Ryan Howard in The Office di cui, tra l’altro, è anche uno degli autori.
L’idea di Novak prende spunto da uno dei suoi libri, il primo, One More Thing: Stories and Other Stories, una raccolta antologica di 64 brevi storie pubblicata nel 2014. In una intervista è lo stesso Novak a sottolineare che, pur non essendoci sostanzialmente alcun collegamento tra il libro e The Premise l’idea dell’antologia gli piacque tanto che gli fu di ispirazione per la struttura della serie in cinque puntate (sarebbero dovute essere sei ma non potendo avere Jack Nicholson in un episodio, Novak decise di cancellare il sesto).
Sempre Novak ha affermato che l’idea di saltare, di episodio in episodio, da una storia all’altra, da un mondo all’altro, gli è venuta dopo aver lavorato per lunghi periodi a The Office ritenendo che questo genere di narrazione potesse venire maggiormente apprezzata dal pubblico attuale che hatempi di attenzione minori ma allo stesso tempo un vero desiderio di intensità e profondità“.

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The Premise è una finestra aperta sul nostro mondo a differenza di Black Mirror che tende a proiettare le sue puntate in un futuro prossimo e arricchito da una tecnologia interconnessa con l’essere umano in maniera del tutto contorta. Le idee raccontate nelle cinque puntate di The Premise sono parte del nostro quotidiano viste con una lente tragicomica, senza la fantascienza di The Twilight Zone né la grigia distopia di Black Mirror. Sono racconti di un mondo che va oltre il nostro pianerottolo e che affrontano argomenti come il sesso, il lutto, la violenza, il razzismo, la religione, il bullismo, la giustizia sociale eccetera. Alcuni tra loro potrebbero sembrare lontani dal nostro modo di vivere ma magari riguardano il nostro vicino di casa o il nostro collega a lavoro. E nell’affrontarli lo fa in maniera originale, senza sovrastrutture inutili né retorica pomposa. In maniera schietta The Premise di Novak offre un punto di vista sul quale si può non essere d’accordo, certamente, ma che vale davvero la pena di essere visto.

Per affrontare quelli che potrebbero essere argomenti piuttosto scottanti da mettere in mostra in una serie televisiva Novak ha lavorato molto sulla scelta degli interpreti ai quali pare aver cucito addosso i personaggi. I protagonisti di ciascuna puntata sono così ben strutturati da lasciare un senso di fastidio alla fine dell’episodio perché si sa che non si vedranno più. Ben Platt, Jon Bernthal, Lucas Hedges, Lola Kirke e Daniel Dae Kim, i principali attori di ciascuna puntata, sembrano aver interpretato i rispettivi personaggi da sempre. Hedges, per esempio, quando ha ricevuto la sceneggiatura ha commentato che il personaggio era così ben fatto da dargli l’impressione di averlo già interpretato. Al tempo stesso, dice Novak, ognuno degli attori è stato in grado di dare al proprio personaggio una interpretazione tale da averlo commosso. Attori e sceneggiatore, dunque, in perfetta sintonia.
Così come la regia e la fotografia, accompagnati da una colonna sonora perfettamente in linea con quello che accade sullo schermo. Ogni elemento sembra perfettamente oliato e capace di far funzionare l’ingranaggio complessivo senza il minimo intoppo.

Ciascun episodio dura circa trenta minuti (quelli di Black Mirror sono decisamente più lunghi) e non è necessario vederli in ordine. Più che una serie probabilmente abbiamo di fronte cinque cortometraggi uno più interessante dell’altro. Ogni storia permette di affrontare un argomento principale che, nel corso dello sviluppo, sembra aprire più porte offrendo non solo più visuali differenti ma, al tempo stesso, più soluzioni al problema. Novak, in The Premise, esplora un impulso umano mettendo a fuoco le contraddizioni che maggiormente vengono fuori quando l’essere umano è nei guai. La ricerca che c’è dietro a The Premise è saldamente ancorata al presente con una prospettiva decisamente più umanista rispetto a Black Mirror.

Perché in The Premise protagonista è l’uomo, in senso lato, con tutte le sue incongruenze, i suoi desideri, le sue necessità, le sue meschinità, la sua grettezza ma anche i suoi slanci di amore verso il prossimo, senza tornaconto. Proprio quell’uomo che ha necessità di intimità ma al tempo stesso passa le sue ore a postare sui social sbirciando la privacy altrui con una certa invidia dimostrando, semmai ce ne fosse ancora bisogno, di come la rete crei un mondo virtuale dove tutti siamo connessi ma ben isolati e chiusi nel nostro guscio.
The Premise, la premessa, è Novak stesso che anticipa a inizio puntata di cosa si parlerà, presenta una specie di what if, cosa succederebbe se, nel quale l’argomento trattato ha una valenza molto concreta, reale, ma viene affrontato in maniera tale da sembrare un thread di Twitter o Reddit postato a tarda notte, quando le ombre sono più oscure e tutto sembra più lecito ma non per questo più saggio o intelligente.

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Non è un caso, infatti, che tra le figure protagoniste ci sia quella del “perdente”. L’umanità descritta da Novak non sembra farci una bella figura ed è quello che allo sceneggiatore e regista (della serie ha diretto due episodi: il secondo, Moment of Silence, e il terzo, The Ballad of Jesse Wheeler) piace mettere in risalto evitando qualsiasi sorta di redenzione epica o eroica. In The Premise si raggiunge il fondo senza troppa fretta, restando lì a guardare dal basso verso l’alto il resto dell’umanità che va avanti e non ha occhi che per guardare di fronte a sé.

The Premise non è un capolavoro, d’accordo. Ma non meritava la stroncatura che ha avuto. The Premise è una di quelle serie che ha bisogno di tempo perché lo spettatore maturi e riesca ad andare oltre il semplice giudizio basato sul mi piace uguale bellissima/non mi piace uguale schifezza. Perché The Premise il suo lo fa e lo fa in maniera egregia dando allo spettatore del materiale su cui riflettere concentrandosi sulle dinamiche di un oggi che non è molto lontano da un apparente domani piuttosto drammatico e inquietante.
Creare qualcosa di nuovo non sempre è facile. Reggere il paragone con una corazzata come Black Mirror nemmeno. Se nel primo caso The Premise ha già vinto, la battaglia, per altro non necessaria, contro la serie inglese è una di quelle gare che si vincono sulla lunga distanza. Chi l’ha dura la vince e The Premise ha tutte le carte in tavola per ribaltare il risultato. Datele una possibilità, non fermatevi all’apparenza, immergetevi nell’atmosfera e non ne resterete delusi.

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