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‘Nessun dolore, solo tristezza per il mondo in cui viviamo.’ Così afferma un paziente arrivato al Pittsburgh Trauma Medical Center dopo una sparatoria che ha colpito un evento pubblico, causando morti e feriti ancora impossibili da quantificare. Ciò che The Pitt ci mostra in queste due puntate è che le cose, ora, sono persino peggiori di prima, e prima andavano già male. Terribilmente male.
Sono peggiori perché l’ospedale non riesce a sostenere un numero così alto di vittime con risorse e personale sempre più limitati. E peggiori perché, fino a poche ore prima, nessuno aveva sparato, nessuno aveva scatenato il caos. Nessuno aveva premuto un grilletto, strappato vite, spezzato famiglie. E invece, una nuova tragedia irreversibile è accaduta, e il mondo ha ceduto ancora un po’ all’abisso. Ha fatto un altro passo verso l’orrore che contribuisce a definirlo. E The Pitt, ancora una volta, è rimasto lì, a raccontarlo in prima persona, testimone lucido e stremato di un turno che sembra non voler finire.
Sembrava che la fine fosse vicina. Tra l’undicesimo e il dodicesimo episodio, Robby parlava di un turno che sarebbe dovuto terminare entro un’ora. Ma noi sapevamo che restavano ancora tre puntate, e che ogni episodio corrispondeva a un turno. Qualcosa nell’aria sapeva di presagio, e portava con sé l’odore della sofferenza. Una sofferenza marcia, sporca. Perché questo prolungamento non ha a che fare con una semplice emergenza o qualche paziente in più, ma con l’atto di un essere umano che ha scelto di trasformarsi in minaccia e tempesta, imboccando una via senza ritorno fatta di disumanità che, purtroppo, non affonda le sue radici in una sceneggiatura, ma in qualcosa di tragicamente reale. Perché il mondo, a volte, va così. E non c’è nessun dolore. Solo tristezza.
The Pitt sta correndo verso il finale. Un finale imprevedibile, ma forse – dopo gli episodi visti fino ad adesso – iniziamo a intravedere i primi indizi su ciò che potrebbe accadere alla fine della stagione

Nel corso di questi episodi, The Pitt ci ha abituati a un preciso schema narrativo: un evento spiazzante per ogni fine d’episodio. Ogni puntata, dalla prima (qui recensita) fino a oggi, si è infatti conclusa con un cliffhanger capace di accrescere la suspense e la curiosità, il tutto con la solita misurata intensità che distingue la Serie Tv HBO. L’equilibrio è sempre rimasto lo stesso, sia che si trattasse di sconvolgere lo spettatore – come nel finale dell’undicesima puntata, quando scopriamo della sparatoria – sia che si trattasse di colpi di scena più intimi e umani, guidati da istinti, sensazioni e sentimenti che mettevano alla prova la nostra vulnerabilità, spingendoci a riflettere sul mondo esterno e su quello più profondo e personale che abita dentro di noi.
Più guardavamo queste puntate (come sempre su Sky e NOW), più The Pitt ci stringeva il cuore raccontandoci come medici e infermieri tentassero di essere tutto per tutti, anche lì dove non potevano più essere, anche quando ormai era troppo tardi. È stato in quel momento che, dopo molti episodi, abbiamo capito di aver imparato a conoscere The Pitt. Non perché sia diventata prevedibile – non lo è mai stata, e se continuerà così, mai lo sarà – ma perché, quasi senza rendercene conto, la Serie Tv HBO ci ha condotti attraverso le sue corsie, facendoci conoscere i personaggi, i loro demoni, le loro condanne silenziose.
E senza quasi accorgercene, oggi sappiamo che Cassie vive con il peso dell’assenza di un figlio, che Victoria lotta per essere una dottoressa libera dai legami familiari, e che Robby affronta il dolore lavorando, senza mai concedersi tregua. E così via, fino all’infinito, fino a ogni personaggio di The Pitt di cui credevamo di non poter sapere nulla. Ora sappiamo anche che esiste una concreta possibilità che la prima stagione si concluda nello stesso modo in cui è iniziata e si è sviluppata: restando sospesa, tra premesse solide e una storia ancora tutta da esplorare. E se è vero che abbiamo capito cosa aspettarci dalla Serie Tv HBO, allora è possibile che il finale di stagione ci lasci con un ultimo, potente cliffhanger in attesa dei prossimi episodi.

Ciò che è rassicurante è che questo espediente in The Pitt non risulta mai forzato o disturbante, e non lo sarebbe nemmeno se venisse riproposto nel finale, come immaginiamo. Il Medical Drama riesce infatti a entusiasmare con i suoi colpi di scena sofisticati, eleganti e perfettamente integrati, tanto da inserirli nella narrazione interrompendola e completandola allo stesso tempo riuscendo a dire tutto, anche senza mostrarne pienamente le conseguenze. Perché sappiamo che saranno brevi, fugaci, e che non ci sarà il tempo di analizzarle davvero.
L’ospedale corre troppo in fretta, il mondo là fuori è un posto spietato, e le emergenze continuano ad aumentare. Ma la cosa ancora più dolorosa è sapere che alcune di queste – come in questa puntata – nascono da decisioni umane, lucide e crudeli, prese da chi sceglie consapevolmente di ferire, colpire, annientare. Da chi decide chi vive e chi muore, erigendosi a sovrano di un mondo che vuole distruggere e corrompere, rendendolo ancora più marcio e irriconoscibile.
Mancano due appuntamenti e tre puntate alla fine di The Pitt. E alla fine, il grosso è stato fatto. Ora lo sappiamo più che mai: The Pitt è questo. Senza urlare, si è fatta riconoscere per ciò che è davvero. Ha presentato i suoi personaggi, i suoi valori, la sua natura profondamente umana e fragile, eppure spaventosamente reale. Poi ha proseguito verso la sua destinazione, offrendo al mondo un nuovo esempio di quanto possa essere triste, di quanta sofferenza sappia infliggere. Il dolore, qui, non si consuma solo tra le corsie di un pronto soccorso, come accade in molti altri Medical Drama. Vive anche là fuori, dove tutto brucia e nulla si ferma.
Ciò che accade al Pittsburgh Trauma Medical Center è solo un riflesso di ciò che avviene nel mondo reale: una catena di sofferenze che non si spezza. E The Pitt, con lucidità chirurgica, ci costringe a guardarla in faccia.





