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Parliamone una volta per tutte: quanto c’è di E.R. in The Pitt?

Noah Wyle in una scena di The Pitt 2

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su E.R. e The Pitt.

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Si dice che una storia ben scritta non muore mai perché viene calorosamente tramandata da una generazione all’altra. Viene raccontata a tavola, mentre si ricorda un aneddoto accaduto a un determinato personaggio o un colpo di scena drammatico e commovente. La si consiglia a un amico o a mariti e mogli anche a distanza di anni dalla sua creazione. Questo è stato il destino di E.R. che, per alcune caratteristiche che vedremo tra poco, è confluita in The Pitt come un liquido che si adatta perfettamente al contenitore nel quale viene versato. Tuttavia, analizzare gli indizi seminati qua e là all’interno del medical drama nato nel 2025, è un po’ come camminare su un campo minato. Infatti alcuni fan storici della serie anni ’90 ritengono The Pitt una copia di E.R., ma con meno cuore e con personaggi più asettici e insignificanti.

Credo invece che uno dei punti di forza di entrambi gli show sia proprio l’eccellenza del cast, composto dalla somma delle performance attoriali e della scrittura di ogni singolo personaggio. E poi, detto apertamente, non è fantastico che il ruolo del nostro amato Dr. Greene sia stato ritagliato e indossato come un omaggio indelebile su quello del Dr. Robby (ex Dr. Carter)? In The Pitt c’è tantissimo del carisma e della bontà del responsabile del pronto soccorso, come nella serie madre, ma senza per questo tralasciare o mettere in secondo piano gli altri medici del reparto. E.R. ha fatto scuola nel dare a ciascun protagonista il proprio spazio unito a una personalità sfaccettata, fatta di pregi e di difetti perché – in fondo – anche il dottore più preparato è umano.


L’umanità. Il realismo. Due parole che nel cult anni ’90 sono diventate il pane quotidiano di noi spettatori.

Volevamo esattamente questo. Sentirci parte di un contesto che conosciamo e che viviamo sulla nostra pelle, fatto di diagnosi, di malattie, di cruda verità senza raccontarci la favola della buona notte in cui tutto finisce bene e i personaggi vivono felici e contenti. In E.R. raramente il lieto fine fa capolino in mezzo a quel groviglio di destini e di sofferenza. E questa idea di mettere in scena un turno di lavoro, una giornata caotica e disperata, una rotazione notturna in cui il buio è illuminato solo dal blu delle sirene, è un’altra delle qualità prese a piene mani da E.R. e inserita nel format di The Pitt.

Il Dr. Robby con gli specializzandi
Credits: HBO Max

Dietro alle tendine di stoffa colorata che dividono una sala visite da un’altra, può esserci una bambina con una rara malattia del sangue, una coppia vittima di un incidente stradale, un senzatetto scarno e solo, un uomo di mezza età con un tumore al cervello. Tutto in una volta. Tutto nello stesso, preciso e devastante attimo di vita. Una manciata di ore durante le quali coloro che erano dei completi sconosciuti fino al giorno prima, diventano volti e storie sdraiati nel letto accanto. Una persona non è più un nome tra i miliardi che popolano il globo, ma è un essere vivente fatto di tessuti, di vasi sanguigni, di cuori defibrillati, di occhi lucidi e spaventati.

E poi c’è il corpo umano. Un organismo (im)perfetto, generato dal pulviscolo stellare e destinato a spegnersi e a disperdersi nuovamente in qualche galassia o risucchiato da un’esplosione di supernova.

E.R. mette il nostro corpo al centro, mostrandocelo esattamente per quello che è: materia, chimica, equilibrio delicato tra le parti. The Pitt accentua ulteriormente questo aspetto, svelando ustioni alle gambe, fratture scomposte in cui si vede il bianco dell’osso emergere dalla carne, toraci aperti e pulsanti. L’incipit di E.R. si è fatto ancora più crudo e tattile: quelle ferite le sentiamo sotto le dita, sembra quasi di toccarle e di sentirle nel dolore riposto in qualche zona del nostro cervello. E mentre soffriamo, capiamo: loro sono come noi e noi come loro. Non c’è ceto sociale che tenga: in quei letti siamo tutti uguali.

<Quando si è sdraiati qui, capisci ciò che conta veramente> dice un paziente al Dr. Robby il quale, con uno sguardo colmo di comprensione, risponde <sì, è esattamente così che funziona>. Né più né meno. E Noah Wyle è magistrale. A suo agio sul set di The Pitt tanto quanto su quello di E.R., più di trent’anni or sono. Rivedere il suo volto in molti di noi ha risvegliato una sensazione famigliare – persino rassicurante – mentre per chi ai tempi non era neanche nato, questo attore (e il suo Dr. Robby) è diventato un nuovo punto di riferimento.

Alcuni di noi hanno avuto E.R. e chi ora è giovane ha The Pitt. Non è un passaggio di testimone bellissimo e naturale?

Il Dr. Carter e il Dr. Benton
Credits: Warner Bros.

Infine, un’ultima riflessione la rivolgiamo al personaggio che sta sullo sfondo ma la cui presenza si fa sentire con insistenza: il pronto soccorso. Quello di E.R. ha una propria anima, un soffio vitale che respira all’unisono con i pazienti e il personale medico. Ogni corridoio, ogni carrello per le emergenze, ogni saletta divengono via via più famigliari con il susseguirsi degli episodi. Ricordate, ad esempio, la cassettiera colorata usata sempre dal Dr. Ross? O le macchie di ruggine sul soffitto a quadrettoni? In The Pitt avviene la stessa identica cosa. Il pronto soccorso si dirama in tante direzioni partendo dall’accettazione, posizionata al centro dell’ambiente. Il nucleo da cui tutto ha inizio. Lì accanto c’è la sala d’attesa, con il suo vociare ininterrotto e le lamentele, e il tabellone con i nomi dei pazienti (in The Pitt divenuto schermo digitale, come molti altri accessori).

E.R. è una di quelle serie tv in cui anche la location ha una sua storia da raccontare, perché è da lì che sono passate intere esistenze. Ed è lì che, spesso, hanno trovato la loro conclusione. Quanto è importante il luogo in cui moriamo? Quali sono i suoni, i discorsi e le persone che ci circondano quando chiudiamo gli occhi per l’ultima volta? E.R. ci ha dato la sua risposta, calda e malinconica. The Pitt ha ripreso quelle stesse domande e le ha rimpastate, ma la risposta non è cambiata. Ecco perché al Pitt si sta in silenzio per un minuto quando muore qualcuno.

E.R. ci ha insegnato il rispetto della dignità altrui e The Pitt sta portando avanti questo messaggio con gentilezza, empatia e tanto, tanto coraggio.