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The Pitt 2 è tornata questa settimana su HBO Max con un doppio appuntamento in contemporanea con gli Stati Uniti, così da allineare la programmazione degli episodi. Il martedì, come era avvenuto il 13 gennaio, non è dunque più il giorno di distribuzione degli episodi, che passerà invece al venerdì. Una precisazione necessaria per chi si fosse sentito spaesato e non si aspettava che la seconda puntata arrivasse nella stessa settimana e, allo stesso tempo, potrebbe attendere erroneamente una terza di martedì.
Ora che tutto è chiaro, possiamo indossare il camice e avanzare lentamente verso The Pitt, che oggi ci accoglie con un turno in cui accade niente e tutto. D’altronde, come la prima stagione aveva già dimostrato, è proprio questo il vero punto di forza del medical drama: costruire una narrazione in cui il nulla coincide con il tutto, e un semplice dialogo in una sala d’attesa può dire più di qualsiasi evento eclatante. Ed è vero, verissimo, perché anche oggi The Pitt 2, senza mai dichiararlo apertamente, ci ha restituito nuovi strumenti per indagare la vita del personale sanitario e dei pazienti. Lo fa con la consueta delicatezza, mostrandoci l’angoscia, l’inquietudine e, in alcuni casi, perfino la rabbia che ciascuno porta con sé, emozioni che talvolta si riflettono nei casi clinici affrontati e fanno emergere alcuni dei loro punti più fragili.
La seconda puntata di The Pitt 2 dice niente e tutto. Ma in questo vuoto che esiste tra le cose, si aggiunge anche una sfumatura, ed è quella della paura. In questo secondo episodio sono tutti arrabbiati

Come sempre, la puntata riprende esattamente da dove ci eravamo lasciati nell’episodio precedente (qui recensito). Ritorna la tensione di Robby, consapevole di dover andare in pausa ma al tempo stesso frustrato all’idea di allontanarsi da tutto anche solo per poco, e incapace di sbloccarsi davvero nei confronti di Langdon. Il loro è un legame che rimane sospeso, irrisolto, e proprio questa stasi mette in luce la delusione e la rabbia di Robby, che ha visto il miglior medico del pronto soccorso, mentore e amico, commettere un errore di tale portata. Langdon lo sa, e sa anche che uno degli effetti collaterali più dolorosi di quanto accaduto è proprio la rabbia di Robby e la ferita che ha aperto. Perché ha perso un amico, la colonna che lo sorreggeva in un ambiente saturo di dolore e perdite. Quel colore che esisteva è svanito, lasciando spazio al grigio.
Privato di quel sostegno e immerso in una solitudine profonda, Langdon cerca riparo in Mel. Avvicinandosi a lei, ritrova il calore autentico di un’amicizia, l’abbraccio silenzioso di chi ti sta accanto senza interrogarti, senza chiedersi come etichettarti o come incasellare ciò che stai raccontando, ma sceglie semplicemente di ascoltare, senza mutare espressione, facendoti credere che tu stia davvero uscendo da quel tunnel. E forse, in parte, ne sei già fuori. Ma la rabbia resta, in Langdon. La rabbia per ciò che ha fatto, per aver perso Robby, per non riuscire più a riconoscersi nel medico che sapeva di essere. Come se tutto si fosse frantumato, e nulla sembrasse più in grado di ricomporlo, nemmeno il tentativo di aggiustare i pezzi.
Nel corso della prima metà della prima stagione, Frank ha avuto meno spazio rispetto ad altri, e la sua costruzione narrativa è cresciuta progressivamente solo dalla seconda parte in poi. Questo secondo capitolo, però, sembra volerlo porre al centro con maggiore consapevolezza e, questa volta, probabilmente senza ricorrere a colpi di scena. The Pitt 2 pare infatti volerlo accompagnare, seguirlo passo dopo passo nella ricostruzione non solo della sua carriera e del suo Io medico, ma anche della sua identità più intima: aiutarlo a considerarsi ancora presente, ancora valido, senza l’idea paralizzante che tutto sia ormai finito.

C’è una rabbia anche in Trinity, ma questa volta sembra avere a che fare con qualcosa di più di una semplice brutta giornata. Questa è una cosa che abbiamo già notato nel corso della prima stagione: quando si tratta di giovani pazienti, Trinity si trasforma. All’arroganza che conosciamo sostituisce una rabbia fredda, glaciale, implacabile, che non guarda in faccia nessuno e si limita a eseguire. Anche in questo episodio, Trinity cerca di capire se quel timore che aveva per la giovane paziente sia reale, se l’orrore che ha immaginato per un attimo abbia radici nella realtà o derivi solo da una paura.
E più volte lo abbiamo pensato nel corso delle puntate: la rabbia in questi casi potrebbe avere origine in esperienze già vissute sulla sua pelle, qualcosa di cui ancora non ha parlato apertamente, ma che ci ha forse rivelato ogni volta che i suoi occhi si sono fatti più piccoli, il battito del cuore ha accelerato e i passi si sono fatti più rapidi.
Ma questa rimane una supposizione. Una piccola finestra aperta sul possibile passato di Trinity. Perché è questo ciò che The Pitt sta facendo senza che ce ne accorgiamo: ci permette di conoscere ognuno dei protagonisti in silenzio. Come se li stessimo incontrando di persona e, con la stessa autenticità, cogliessimo le sfumature della loro essenza nei gesti e negli atteggiamenti, senza alcuna presentazione formale che ci dica chi è chi, di cosa ha paura e perché è così arrabbiato. E per lo stesso motivo, alla fine di ogni episodio scopriamo qualcosa di nuovo su di loro, e poi qualcos’altro ancora. Perché in ogni puntata si rivelano a noi, anche in episodi in cui sembra non succedere nulla, e in realtà è successo di tutto.







