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Che effetto fa vedere la prima stagione di The O.C. con gli occhi di un adulto

I protagonisti
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ATTENZIONE: L’ARTICOLO CONTIENE SPOILER SULLA PRIMA STAGIONE DI THE O.C.

California, here we come. O meglio, here I come, dato che probabilmente sono tra i pochi Millenials nel mondo ad aver visto The O.C. per la prima volta nel 2026. Ebbene sì. E il primo sintomo che ho provato davanti allo schermo è stato il benessere impagabile di aver riconosciuto tutti gli elementi culturali dei primi anni Duemila, pur non avendo mai fruito della serie. I gruppi indie rock, il telefonino a conchiglia (che avevo anche io ai tempi), i pantaloni a vita bassa, la scarsità di tecnologia tra le mura domestiche così come a scuola. Vedere la prima stagione con gli occhi di un’adulta però, se da un lato è una carezza rassicurante, dall’altro è un vero e proprio shock.


È rendersi conto che il tempo non ha solamente sbiadito i poster dei Backstreet Boys o di Leonardo di Caprio che avevo appesi in camera. I vent’anni trascorsi tra il 2003 e il presente hanno completamente ribaltato la mia bussola morale e i miei desideri. La prima epifania e conferma di questo cambio di prospettiva l’ho avuta nei confronti di Sandy e Kirsten Cohen: i veri MVP della stagione 1 di The O.C. Non solo dei “genitori fighi” ma la spina dorsale dell’intera narrazione.

In un mondo di padri assenti o tirannici (citofonare Caleb Nichol), Sandy è l’uomo che non ha paura delle emozioni, che difende i deboli e che accoglie un minorenne problematico in casa senza battere ciglio, gestendo il tutto con una borsa di bagel e un ottimismo incrollabile. In poche parole è l’unico adulto funzionale nel raggio di 50 chilometri. E poi c’è Kirsten.

Sandy e Kirsten
Credits: HBO Max

Da over trenta capisco perfettamente il peso del mondo sulle sue spalle: gestire una multinazionale, un padre egocentrico ed egoista, un figlio che non ha amici (fino all’arrivo di Ryan), una sorella un po’ immatura e una vicina di casa come Julie Cooper. La sua cucina è l’ambiente in cui avviene tutto e il contrario di tutto. È un’anticamera per la risoluzione di un conflitto o per la sua condanna definitiva, senza vie di mezzo. È il punto di incontro o di rottura, in cui anche Ryan e Seth diventano sagome bidimensionali rispetto ai problemi dei genitori e del mondo adulto in generale.

I due protagonisti di The O.C., tuttavia, sono stati un’altra delle sorprese di questa prima visione. Ryan Atwood, visto con gli occhi della maturità, non è il bad boy sexy e misterioso per il quale le mie compagne di classe impazzivano. Ryan è un ragazzo sincero e responsabile, ben oltre ciò che ci aspetterebbe da un adolescente della sua età. I suoi ragionamenti e comportamenti spesso stridono con il contesto patinato e “facile” in cui si è trovato a vivere. Inoltre, la sua gratitudine silenziosa verso i Cohen non mi è sembrata né ribellione né immaturità, quanto piuttosto la sana consapevolezza di avere avuto una seconda possibilità.

Su Seth Cohen, invece, arriva qualche nota dolente (e non me ne vogliano le fan storiche). Da quel che ricordo il personaggio interpretato da Adam Brody è stato il primo amore di un’intera generazione di ragazze che cercavano quello diverso, alternativo. Ma visto oggi, purtroppo, Seth è il re dei comportamenti passivo-aggressivi. Dell’essere costantemente infantile dietro a un’ironia che, se da spettatrice di quindici anni poteva essere una difesa geniale, dopo i trenta appare spesso come un’incapacità cronica di prendersi responsabilità emotive. A tal proposito la povera Summer ne sa qualcosa, almeno fino al termine della prima stagione di The O.C. Per me è lei la vera rivelazione tra i personaggi visti fino a ora: simpatica, pragmatica, apparentemente superficiale ma leale e sensibile.

Summer e Seth
Credits: HBO Max

La migliore amica di Marissa è la prova che si può sopravvivere al privilegio e alla ricchezza rimanendo persone decenti. Un traguardo che invece la stessa Marissa non è riuscita a raggiungere. Quest’ultima infatti non è altro che il risultato di un ambiente tossico quanto la famiglia da cui proviene. Una ragazza che affoga nell’alcol e nell’autodistruzione mentre coloro che dovrebbero tutelarla si preoccupano solo che il suo vestito per il debutto in società sia perfetto. La verità, forse un po’ cinica ma realistica, è che non c’è quasi nulla di romantico nella relazione tra lei e Ryan.

Così mi sono ritrovata ad assistere ai loro continui tira e molla durante gli episodi di The O.C., stupendomi del fatto che scorrono via uno dopo l’altro con una fluidità incredibile, tanto che quando ho scoperto che la prima stagione ne ha 27 sono saltata sul divano (per la gioia della mia schiena). Ed è proprio in quel momento che è arrivata la seconda epifania. Oggi siamo abituati ad alcune serie Netflix da otto episodi, dove per metà del tempo non succede quasi nulla. In The O.C., nella sola prima stagione, abbiamo: l’arrivo di Ryan, il suo debutto nella società di Newport, il viaggio a Tijuana con l’incidente di Marissa, il triangolo Anna-Seth-Summer, l’arrivo di Oliver, la gravidanza di Theresa e il ritorno finale a Chino.

È un’altalena emotiva che non lascia respiro, anche se alcune sequenze con gli occhi di adesso risultano abbastanza buffe, poco credibili. Lievemente trash, insomma. A proposito di Oliver: ricordate la scena nella stanza di hotel in cui tira fuori una pistola minacciando sé stesso e i presenti? O il flirt indecente tra la madre di Marissa e Luke, il suo ex-ragazzo? Ecco, lo ammetto: in entrambe le situazioni ho riso fino alle lacrime. Tuttavia il ritmo forsennato delle puntate è un punto di forza e rende il binge-watching odierno un’esperienza irresistibile. Ci ricorda un’epoca in cui la TV doveva catturarti ogni settimana, senza sosta, creando una densità narrativa che oggi definiremmo eccessiva, ma che allora era semplicemente la normalità. Attendere l’appuntamento con la nostra serie tv preferita era più importante di qualsiasi verifica di matematica o di gita scolastica fuori porta.

Ryan e Seth
Credits: HBO Max

Dunque, arrivati a questo punto dell’articolo probabilmente vi starete chiedendo: perché diavolo hai deciso di guardare The O.C. con così tanto ritardo? Bè, perché HBO Max è una miniera d’oro e quando questo show mi è comparso tra le proposte ho pensato che avevo proprio voglia di fare un tuffo nel passato, fruendo di una storia leggera, che non si prende troppo sul serio, e che comunica allo spettatore un concetto del tipo: “lo sappiamo che questo è un teen drama per certi aspetti assurdo ma è anche intelligente, meta-ironico (soprattutto per i personaggi di Seth e Sandy) e – non meno importante -condito di ottima musica”.

Il Bait Shop fa la sua comparsa nella seconda stagione di The O.C., ma anche nella prima i protagonisti vanno ai concerti e la colonna sonora è scandita da brani di band del calibro dei Modest Mouse e dei The Killers (Mr. Brightside mi ha sbloccato dei ricordi che credevo perduti tra gli scatti di anzianità). È il piacere di ascoltare la musica live il sabato sera, dopo una settimana intensa tra i banchi del college. Ed è cantare a squarciagola “Californiaaaa” anche se ora, superati i trenta da un po’, si rischia di ritrovarsi con il mal di gola il giorno successivo. Con questo spirito però tutto torna al proprio posto. Sono di nuovo negli anni Duemila, ho quindici anni e Ryan mi sembra il ragazzo più bello del mondo.