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The Last Frontier e la legge del ghiaccio: quando la natura è il vero antagonista

The Last Frontier

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C’è una sensazione precisa che The Last Frontier, ora su Apple TV, costruisce episodio dopo episodio, e che lentamente si insinua nello spettatore: l’idea che l’uomo non sia più il soggetto principale della storia che sta vivendo. Non perché sia scomparso, ma perché ha perso il controllo del racconto. Il mondo che la serie mette in scena non ruota attorno alle intenzioni umane, ai loro conflitti o alle loro ambizioni. Ruota attorno a una presenza più antica, più stabile, più indifferente: la natura. Il ghiaccio non è un ostacolo temporaneo, non è una difficoltà narrativa da superare prima di tornare alla trama “vera”. È la struttura stessa della narrazione, il principio che regola tutto ciò che accade.

In questo senso, The Last Frontier appartiene a una linea sempre più riconoscibile della serialità contemporanea, una linea che ha deciso di smettere di raccontare il mondo come qualcosa di plasmabile dall’uomo. Se per decenni la televisione ha costruito storie fondate sull’idea di conquista, controllo e progresso, oggi molte serie sembrano fare il percorso inverso. The Terror, Fortitude e, in parte, anche Yellowjackets (qui un focus sull’allegoria della serie) o Station Eleven, raccontano universi in cui l’essere umano è costretto a ridimensionarsi, a riconoscere i propri limiti, a fare i conti con forze che non rispondono alla logica narrativa del premio o della punizione.

Frank Remnick in The Last Frontier

The Last Frontier estremizza la dinamica narrativa

Qui, il ghiaccio diventa una legge morale senza etica. Non distingue tra colpevoli e innocenti, tra giusti e sbagliati. Non reagisce alle emozioni umane, non si piega al sacrificio, non si lascia intenerire dalla sofferenza. È una presenza che esiste e basta. Questa indifferenza radicale è ciò che rende la natura un antagonista così potente. Non perché sia aggressiva, ma perché è impermeabile al senso che l’uomo cerca disperatamente di attribuire agli eventi. È una scelta che destabilizza profondamente il pubblico. La serialità, per sua natura, tende a creare legami emotivi, a promettere una forma di giustizia narrativa, anche minima.

Tuttavia, The Last Frontier rifiuta questa promessa. Come in The Terror (qui un focus sull’aspetto horror della serie), dove la spedizione artica si dissolve lentamente sotto il peso dell’ambiente e delle proprie illusioni, anche qui ogni certezza viene erosa episodio dopo episodio. Il ghiaccio non è mai spettacolare, ma costante. Ed è proprio questa costanza a renderlo insopportabile. In un mondo così strutturato, l’eroe non può esistere. O, meglio, non può esistere nella forma a cui siamo abituati. Pertanto, lo show lavora attivamente contro l’archetipo dell’uomo capace di dominare l’ambiente grazie alla forza, all’ingegno o alla determinazione.

I personaggi più competenti entrano in crisi

L’esperienza non salva, la preparazione non garantisce, il coraggio non basta. Questo avvicina la serie a Fortitude, dove ogni tentativo di imporre un ordine umano al caos naturale finisce per rivelare la fragilità delle strutture sociali stesse. Il ghiaccio, dunque, in The Last Frontier, è un grande livellatore. Cancella le gerarchie, svuota i ruoli, rende irrilevanti le identità costruite altrove. Ciò che conta non è chi sei stato, ma quanto riesci a resistere, e anche questa resistenza è sempre temporanea. La sopravvivenza non è una vittoria, ma una sospensione della sconfitta. Questa visione produce una tensione narrativa particolare: non c’è mai la sensazione che la storia stia andando verso una soluzione definitiva.

Ogni equilibrio è fragile, ogni conquista reversibile. Ma ridurre The Last Frontier a un racconto di sopravvivenza (ecco il concetto di sopravvivenza in The Walking Dead) fisica sarebbe limitante. Il vero lavoro della serie avviene sul piano psicologico ed esistenziale. Il paesaggio ghiacciato funziona come uno spazio mentale, un amplificatore emotivo. L’isolamento geografico diventa isolamento interiore, il silenzio esterno rende impossibile ignorare quello interno. A tal proposito, il freddo non è solo una condizione climatica, ma uno stato dell’anima. Congela le relazioni, rallenta il tempo, costringe i personaggi a confrontarsi con ciò che resta quando tutto il superfluo viene eliminato.

Personaggi della serie tv

In The Last Frontier il tempo perde consistenza

Le giornate sembrano tutte uguali, le notti interminabili. Questa dilatazione temporale è una scelta narrativa precisa e serve a comunicare l’idea di stallo, di sospensione, di vita ridotta alla sua forma più elementare. Non c’è spazio per grandi progetti o visioni future. C’è solo il presente, e spesso nemmeno quello. È una condizione che logora lentamente i personaggi, portandoli a prendere decisioni sempre più impulsive o sempre più rassegnate. La violenza della natura, in questo contesto, è profondamente diversa da quella esercitata da un antagonista umano.

Non c’è intenzione, non c’è strategia, non c’è escalation. Il ghiaccio non “attacca”, semplicemente non concede. È una violenza passiva, strutturale, che non può essere evitata ma solo attraversata. Questa neutralità elimina qualsiasi possibilità di catarsi. Non c’è un momento in cui il male viene sconfitto, perché il male non è tale. È solo una forza che esiste indipendentemente dall’uomo. Ed è proprio qui che The Last Frontier assume una dimensione fortemente simbolica e contemporanea. In un’epoca segnata dalla crisi climatica, dall’instabilità ambientale e dalla fine di molte certezze moderne, la natura come villain diventa una metafora evidente della fine di un’illusione: quella di poter controllare tutto.

La Serie Tv non parla solo di gelo, ma di limite

Il racconto descrive il limite del corpo, della mente, della tecnologia, dell’ambizione umana. Come molte altre serie degli ultimi anni, rifiuta l’idea di progresso come narrazione inevitabile e propone invece un mondo in cui ogni avanzamento ha un costo. The Last Frontier non consola, non rassicura, non promette redenzioni. Non offre soluzioni semplici né risposte definitive. Chiede allo spettatore lo sforzo di accettare l’ambiguità (parliamo dell’ambiguità di Love & Death), convivere con l’idea che alcune storie non sono fatte per essere vinte.

In questo senso, la serie si inserisce perfettamente in quella nuova maturità della serialità che ha smesso di proteggere il pubblico e ha iniziato a metterlo a disagio. Alla fine, di fatto, ciò che rende l’opera così potente non è solo la sua ambientazione estrema, ma la sua onestà. Racconta un mondo che non gira attorno all’uomo e non fa finta che lo faccia. Il ghiaccio non è lì per essere sconfitto, ma per ricordarci che non siamo indispensabili. E forse è proprio questo il messaggio più radicale e più necessario: riconoscere i propri limiti non è una sconfitta narrativa, ma l’unico punto da cui può nascere una nuova forma di consapevolezza.