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Perché dovreste guardare The Duchess

Probabilmente conoscete Katherine Ryan come la stand-up comedian canadese che ha fatto una figlia con l’accento inglese e non riesce a smettere di parlarne. Ma se avete aperto questo articolo è molto più probabile che non ne sappiate nulla, e quindi lasciate che ve la presenti: 38 anni, un accento canadese che non ha nessuna intenzione di perdere, attrice, presentatrice e comica con un attivo di due show da palcoscenico – The Glitter Room e In Trouble – acquistati da Netflix. Nel 2019, in un contesto de ‘il-mondo-dopo-Fleabag’, a lei come ad altri stand-up comedian – vedi Mae Martin – è stata data l’opportunità di trasformare il loro universo narrativo in una serie formato breve.
Così nasce The Duchess. Con 6 episodi di 20 minuti (ci ricorda qualcuno?), The Duchess è uno spigliato cioccolatino che si può consumare senza impegno in un dopo pranzo, ammesso che sappiate apprezzare il crudelissimo umorismo inglese, in questa versione anche un po’ sboccato.


La trama è semplice: Katherine interpreta sé stessa, una madre eccentrica e materialista, che porta avanti il suo business di ceramista (ha un laboratorio dove fa vasi con fattezze femminili) e alleva la figlia Olive, dalla quale è completamente assuefatta. Nel tran-tran della routine quotidiana, cerca di mantenersi in buoni rapporti con il suo ex Shep, padre di Olive, una volta componente di una boy band di successo e ora ridotto allo stato di randagio, sforzandosi moltissimo di non far realizzare alla figlia l’inettitudine e la condizione del padre. Vi è poi la figura del Dottor Evan (Steen Raskopoulos), per lei amante occasionale, per lui devotissimo fidanzato e principe azzurro che dalla loro storia vorrebbe un qualcosa di più. Le cose si complicano quando mamma e figlia decidono che vogliono un altro bambino. Quale sarà il metodo migliore per procurarselo? Una clinica della fertilità? Un rendez-vous col padre di Olive? Sicuramente non l’affezionato Evan che potrebbe non scrollarsi più di dosso.

The Duchess

In una pulita cornice londinese (ormai apparentemente imprescindibile per questo genere di show), la scrittura fresca di K. Ryan si contrappone a delle situazioni paradossali e talvolta pesanti, proprio come il curatissimo guardaroba della protagonista si contrappone a una personalità sguaiata. Insomma, bisogna essere amanti dei contrasti. Un secondo sei in preda a una risata per la scena assurda che stai guardando e il secondo dopo inizi a porti problemi etici sul metodo educativo che vedi in atto.


Se ogni stand-up comedian ha la sua peculiarità, il suo argomento forte, quello di Katherine Ryan è il saper parlare di maternità dal punto di vista della madre. Una madre che deve crescere come tale, in modo molto più innaturale di quanto accada per i bambini, cosa che la fa soffrire e la destabilizza.

Che dietro all’improvvisa voglia di avere un altro figlio ci sia al bisogno di ricominciare da capo? Questo punto rimane una zona d’ombra della serie, al quale, dopo la visione, sarete liberi di dare un’interpretazione.


In ogni caso, direi che l’aspetto più interessante di questo show è proprio quanto sia mammo-centrico. Non ci sono limiti protettivi che la protagonista riesca a imporsi nei confronti di Olive, risultando non solo ossessionata dal suo benessere (come lo sarebbe qualunque mamma per bene) ma anche dal mantenerla infantile, cosicché questa finisce per vivere sotto la cosiddetta campana di vetro. E, mentre gli adulti si sforzano di risolvere i loro problemi senza che la piccola se ne accorga, non si rendono conto che è proprio questo da comportamento che i problemi nascono.

Tanta è la concentrazione sulla figlia, osannata come creatura perfetta, migliore creazione della vita, modello sul quale si aspira a plasmare anche l’ipotetico secondo figlio, che tutto il resto (soprattutto le persone) passa in secondo piano, diventando un semplice oggetto da utilizzare per uno scopo: il benessere proprio e di Olive. Dello stesso desiderato bambino si parla per gran parte del tempo in termini materialistici, una sorta di bambolotto che la coppia madre-figlia desidera avere in casa, per aggiungerlo ai loro collezione di cani topo da compagnia. In effetti è questo materialismo dell’assurdo che da il suo quid alla serie, che oltre a far sorridere lascia l’amaro in bocca.

The Duchess

Dovreste guardare The Duchess perché è curiosa, incalzante, senza tempi morti e anche felicemente spudorata.

Nella sua versione in lingua originale ci si può cimentare nella comprensione di accenti poco comuni e per nulla contenuti, come il canadese della sua creatrice o l’australiano stretto di Steen Raskopoulos.

Infine, oltre a interessare con la trama, The Duchess è un piacere sia per la vista che per l’udito. Tutto si può dire del personaggio di Katherine ma non che non abbia un ottimo gusto nell’arredare e nel vestire. Molti potrebbero trovare nella sua casa a schiera dagli interiori pastello il modello con cui arredare il futuro appartamento dei sogni. E la colonna sonora? Una curatissima e coinvolgente selezione di pop femminile contemporaneo, che può vantarsi di aver inserito nei suoi ranghi ‘Now I’m In It’ delle HAIM prima che lo facesse letteralmente qualunque altro show della stagione 2020/2021.

P.S: la stessa Ryan ci ha tenuto a precisare che il titolo non ha nulla a che fare con la Duchessa Meghan Markle, la quale all’epoca della messa in onda era nel mezzo del suo polverone mediatico, ma che sì, proprio come Meghan il suo personaggio è una donna sofisticata che, invece di starsene elegantemente dimessa, si muove e pensa fuori dagli schemi.

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