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Il trauma emotivo come eredità in Succession

Succession

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su Succession.

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Non c’è eredità senza trauma. Il concetto di eredità, che sia materiale o puramente spirituale, è indissolubilmente legato a quello della morte. In Succession, però, il passaggio dell’eredità rappresenta anche un trauma a sé. Da una parte c’è l’eredità materiale, dall’altro il trauma legato all’eredità. Ma c’è anche l’ereditarietà del trauma che, senza soluzione di continuità, si trasmette attraverso le generazioni dei personaggi di Succession. 

Logan Roy ha passato la vita a costruire un’eredità che, paradossalmente, sembra non aver intenzione di passare. Come un contemporaneo Mazzarò, solo che nel caso di Logan non è tanto la roba a contare, che pure è presente in abbondanza, ma la posizione di CEO. Ormai la sua identità si è fusa completamente con la sua posizione sociale, dunque abbandonare quest’ultima equivarrebbe al lasciarsi morire. 


La verità è che Logan Roy non è in grado di relazionarsi agli altri se non all’interno di dinamiche legate al potere e al controllo. Esiste solo in funzione del potere che è riuscito a avere sugli altri. Connor, Kendall, Roman e Siobhan non sono i suoi figli, sono i suoi sottoposti. Le sue non sono mai azioni, ma transazioni: dare qualcosa per ottenere qualcosa in cambio. Manipolatore, verbalmente e fisicamente abusivo nei confronti dei figli e non solo, lui è il Re nella scacchiera della Waystar Royco. Tutti gli altri sono le sue pedine che, una alla volta, cadono al suo cospetto.

Nel finale di Succession Kendall perde tutto.

Non tanto perché il padre non gli ha lasciato la tanto attesa corona, ma perché del ricevere quella corona lui aveva fatto l’unico scopo della sua vita. Era il suo obiettivo manifesto. L’ha desiderata troppo, e questo è stato il suo passo falso. Da vero gaslighter, Logan promette implicitamente la corona a Kendall, ma al momento della verità gliela strappa via, facendogli credere che il suo sia stato un semplice miraggio e confermando le sue peggiori paure. Perché, anche se ce la mette tutta, Kendall non riesce a liberarsi dall’ombra del padre. Qualunque cosa faccia non sembra essere abbastanza e è terribilmente insicuro. Addirittura compie più e più volte errori colossali, finendo con l’autosabotarsi. Vittima della sindrome dell’impostore o, chissà, magari addirittura inconsapevole sabotatore del padre e di ciò che ha creato.

Non sorprende, dunque, che Kendall cerchi sollievo e libertà nel peggior modo possibile, finendo però per cadere vittima di una nuova dipendenza.

Il trauma finisce col riversarsi anche a livello privato. Il suo matrimonio è fallito e il suo rapporto con i figli è quasi inesistente. Nello stile tipico di questa serie, ovvero in maniera molto sottile ma lapidaria, una battuta di Roman ci fa notare che i figli di Kendall non sono biologicamente suoi. Un’ ultima beffa nei confronti di Kendall, che non solo non ha preso il posto di suo padre sul lavoro, ma non è ‘riuscito’ neppure nella paternità. Sembra difficile che la catena del trauma possa essere spezzata da Kendall. E lo capiamo da quell’ammiccamento alla morte che è la meravigliosa scena finale di Succession. Il controllo, nel suo caso, è stato solo un’illusione. 

Se Kendall ha ricercato la perfezione e il controllo, Roman si è lasciato andare al caos.

Roman è troppo. Troppo emotivo, troppo imprevedibile, troppo impulsivo. Un concentrato di sentimenti repressi e ingarbugliati. L’impressione, è che lui non sia mai stato neppure un’opzione nella lotta per la successione, ma una semplice incognita in più che Logan poteva giocarsi. Una mina vagante. L’eccesso è l’unico modo per Roman di ottenere attenzione, e se è negativa non importa, basta che ci sia. Anzi, Roman non sarebbe mai in grado di gestire delle attenzioni positive, perché non ha ricevuto altro che male da parte dell’altro. Con un poco velato masochismo, egli ricerca il contatto con l’altro attraverso il dolore che è convinto di meritare. Vorrebbe veramente l’amore, ma si accontenta del rifiuto.

Il peso di questo trauma si manifesta nell’incapacità di Roman di compiere l’atto sessuale. L’abbandono da parte della madre ha forse pesato in lui più del continuo biasimo del padre o, almeno, in egual misura. Bloccato in un complesso di Edipo irrisolto e irrisolvibile, Roman cerca l’amore di donne più grandi, surrogati della figura materna con le quali, ovviamente, non riesce a consumare l’atto fisico. Eh sì, perché oltre a Logan c’è Caroline. Il genitore invisibile. Una madre matrigna che non prova alcun tipo di affetto nei confronti dei propri figli, e non finge neppure di provarlo. Come si reagisce ad un così totale rifiuto?

Oltre al genitore invisibile, però, in Succession c’è il figlio invisibile. Il figlio di un’altra donna. Connor.

Connor non è mai stato parte della competizione. Lui non viene neppure considerato. E questa mancata considerazione colpisce in maniera netta e crudele quando Kendall si definisce ripetutamente “il primogenito”. In altre parole, appunto, l’erede. Della madre di Connor non conosciamo neppure il nome, sappiamo solo che soffriva di disturbi mentali e che è stata allontanata da Logan insieme al figlio. Per questi motivi Connor sembra quello più fuori posto, mentre l’atteggiamento di Logan nei suoi confronti sembra attestarsi quantomeno sulla tolleranza. In realtà è il figlio che ha visto più di tutti. Come lui stesso afferma, sa di non essere amato e ha imparato a vivere senza amore.

Connor è consapevole, ma ciò non significa che sia rimasto immune al trauma. L’isolamento si è trasformato in autoisolamento, nella ricerca fallimentare di uno scopo, come dimostra l’intera farsa che è la sua campagna elettorale. Ha sposato una donna che non lo ama, pur di avere accanto qualcuno. La verità è che del padre gli sono rimasti solo i soldi, ma dell’eredità materiale non sa che farsene.

Forse Connor e Roman sono gli unici che potrebbero liberarsi dal trauma, ma solo perché non hanno mai avuto niente da perdere. La risata amara di Roman nel finale di Succession sembra una piccola conferma di ciò, e ci fa sperare che lui abbia finalmente capito di essere parte di un meccanismo malato e trovi la forza di uscirne. E Shiv?

Insieme a Kendall, Shiv è il personaggio di Succession che ha avuto il destino più tragico.

Shiv si è distaccata dall’azienda di famiglia, costruendosi una carriera diversa. Paradossalmente, è proprio il suo manifesto disinteresse a renderla apparentemente il personaggio più adatto a ricevere l’eredità. La smania di Shiv di allontanarsi dall’ombra del padre sembrerebbe essere proprio l’arma vincente in suo possesso per trionfare sui fratelli. A un certo punto, però, si insinua in noi il sospetto che Shiv ne sia pienamente consapevole. Alla fine tradisce il suo interesse e, nel farlo, si abbassa al livello dei suoi fratelli. Lei, come tutti gli altri, vuole in definitiva l’approvazione del padre. Allo stesso tempo vuole dimostrare il suo valore di donna riuscendo a conquistare la posizione di potere del padre. Un po’ come supremo atto di rivincita, un po’ come estremo atto per ottenerne l’approvazione.

Il problema è che entrambe le cose non si possono ottenere. Quando è chiaro che non riceverà mai personalmente la corona, pur di non lasciare il posto a Kendall, lo tradisce. E tradisce se stessa scegliendo di cedere la corona al marito, rimanendo incastrata in un matrimonio ormai fortemente compromesso per convenienza. Lei non ha potuto ottenere l’eredità, ma nel suo atto di sacrificio c’è forse la speranza di realizzarsi attraverso il figlio che porta in grembo. Shiv non avrebbe mai voluto essere come la propria madre, ma è al ruolo di madre che sceglie di conformarsi per sempre ipotecando la sua rivalsa su suo figlio. Un figlio che nasce già con il peso dell’eredità sulle spalle. Non solo Shiv non spezza la catena del trauma, ma la perpetra.

In Succession, però, l’origine del trauma risale all’infanzia di Logan.

Anche in questo caso la serie è molto brava a disseminare indizi che ci fanno capire di più sul passato dello spietato CEO. Le cicatrici sulla schiena, i riferimenti al crudele zio che lo ha cresciuto e a una amata sorella, Rose, della cui morte Logan non riesce a non incolparsi. Tutto ciò che sappiamo sull’infanzia di Logan parla di violenza e perdita. Nulla può giustificare le sue azioni, ma almeno si può provare a comprenderle. Logan non è un genitore moderno. Lui è cresciuto e ha prosperato in un ambiente in cui o uccidi o vieni ucciso. È diventato un killer e ha tentato fare in modo che, nello spietato meccanismo della vita, anche i suoi figli diventassero dei killer. Ma ha fallito. Ha solo perpetrato il trauma.

Apparentemente, nel capolavoro HBO che è la serie Succession, dipende tutto dalla sua vita o dalla sua morte. In realtà, che Logan sia vivo o morto, non fa differenza. Il trauma che ha lasciato nei suoi figli è talmente radicato che li condizionerà per sempre. Anche dopo la sa morte. E la verità è che dopo tutto il trauma legato al passaggio dell’eredità, l’unica vera eredità ricevuta dai personaggi di Succession è stata il trauma stesso.