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Tutto quello che abbiamo imparato grazie a Stranger Things

parte del cast di Stranger Things 5

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C’è una ragione se Stranger Things continua a farci male e bene allo stesso tempo, anche a distanza di anni tra una stagione e l’altra (in streaming su Netflix). Non è solo questione di nostalgia anni Ottanta, né di creature mostruose e dimensioni parallele. Stranger Things è una serie che ci ha insegnato qualcosa su chi siamo ed è diventata una serie capace di parlare alle emozioni più universali. E lo ha fatto lentamente, stagione dopo stagione, scavando dentro le nostre paure più intime, nei legami che scegliamo, nelle perdite che non sappiamo elaborare. È una storia che, sotto la superficie fantastica, ha sempre raccontato qualcosa di profondamente umano. Fin dal primo episodio, il centro emotivo non è mai stato il Demogorgone, ma l’assenza e la perdita. La scomparsa di Will Byers apre una frattura che non riguarda soltanto l’irruzione dell’orrore nel quotidiano, ma il vuoto improvviso che la perdita di una persona amata lascia dietro di sé.

Joyce che parla alle luci di Natale non è il ritratto di una madre fuori di senno: è l’immagine disperata di chi rifiuta l’idea che il legame possa spezzarsi senza lasciare traccia. In quella comunicazione fragile e irrazionale c’è la convinzione che l’amore trovi sempre un modo per farsi sentire, anche quando tutto suggerisce il contrario. Al centro della serie c’è poi l’amicizia, raccontata non come un ideale astratto ma come un atto quotidiano di resistenza. Il gruppo di Mike, Dustin, Lucas e Will funziona perché è imperfetto, perché litiga, si allontana, cresce in direzioni e in modi diversi. E la forza di quel legame risiede nella scelta reiterata di tornare sempre l’uno dall’altro. Con il passare delle stagioni,Stranger Things mostra quanto sia difficile restare uniti mentre il tempo spinge verso la separazione, trasformando l’amicizia infantile in qualcosa di più fragile, ma anche più consapevole.

Un elemento che Stranger Things non ha mai trattato con leggerezza è il lutto.

La morte, nella serie, non è mai un evento neutro o puramente funzionale alla trama. Barb, Bob, Billy, Eddie: ognuna di queste perdite lascia una ferita che non si rimargina, ma cambia forma. Max rappresenta il punto più alto di questa riflessione. Il suo scontro con Vecna è soprattutto una battaglia interiore, una discesa dentro il senso di colpa, la depressione, il desiderio di scomparire. La serie affronta il dolore senza scorciatoie emotive, mostrando quanto sia complesso chiedere aiuto e quanto non sempre l’amore basti a salvare, pur restando indispensabile. Il male, in Stranger Things, non è mai solo qualcosa che arriva dall’esterno. Vecna non è un semplice antagonista, ma la manifestazione di un dolore non elaborato che si cristallizza in odio. Il Sottosopra diventa così una metafora potente: un luogo oscuro che esiste accanto alla realtà, invisibile ma sempre pronto a emergere quando le ferite vengono ignorate. L’orrore non nasce dal nulla, ma da ciò che viene rimosso, represso, lasciato marcire.

Un altro aspetto centrale riguarda l’essere “fuori posto”. Dustin, Will, Robin, ma anche personaggi come Eddie, incarnano una diversità che Hawkins fatica ad accettare. Dustin con la sua disabilità, Will con la sua sensibilità, Robin con la sua identità: Stranger Things ha sempre raccontato personaggi fuori posto, mai perfettamente integrati. E ci ha insegnato che non essere “normali” non è una colpa, ma una forma di libertà. Hawkins è una cittadina che giudica ed esclude tutto ciò che non comprende, e reagisce con sospetto e paura. Eppure, è proprio ai margini che si trovano le risorse decisive, e la serie costruisce quest’idea fondata sull’accoglienza delle fragilità e sull’autenticità, insegnandoci che l’eroismo non nasce dall’adattamento, ma dal coraggio di restare sempre fedeli a se stessi.

Il tempo, infine, è una presenza costante e ineludibile

Stranger Things
credits: Netflix

Stagione dopo stagione, i protagonisti crescono, cambiano, si allontanano. Le biciclette lasciano spazio alle auto, i giochi di ruolo alle relazioni complicate, l’incoscienza a una consapevolezza più dura. Stranger Things non idealizza l’infanzia, ma la saluta con malinconia, mostrando che crescere significa anche perdere qualcosa che non tornerà. E che la nostaglia, per quanto dolce, non deve diventare una prigione. L’impatto emotivo di Stranger Things sta anche nella sua capacità di farci sentire parte di qualcosa. Ogni nuova stagione è diventata un evento collettivo, un ritorno a casa, un rituale condiviso. Nonostante le attese lunghissime, nonostante gli anni che passano. La serie è riuscita a mantenere vivo il legame con il pubblico perché ha accettato di evolversi, di diventare più cupa, più complessa, meno rassicurante.

Ora che Stranger Things si avvicina alla conclusione, emerge con chiarezza il suo messaggio più duraturo: la resistenza non è mai individuale. Non nasce dall’eroismo solitario, né dalla forza pura, ma dalla capacità di restare connessi quando tutto spinge verso l’isolamento. Nei momenti più bui, quelli in cui il Sottosopra invade la realtà e il dolore sembra inghiottire ogni cosa, la serie torna sempre allo stesso punto: ciò che tiene in vita non è la vittoria sul male, ma il legame con qualcuno che ci vede, ci ascolta, ci riconosce. Una mano che non si ritrae, una voce che chiama ancora il nostro nome, una presenza che rifiuta di lasciarci scomparire. Stranger Things suggerisce che restare vivi, nel senso più profondo del termine, significa continuare a sentire, anche quando sentire fa male. Significa accettare che il dolore non si elimina, ma si attraversa insieme.

I protagonisti
Credits: Netflix

È una visione dell’umanità fragile, imperfetta, lontana da qualsiasi promessa di redenzione assoluta

La serie non offre mai soluzioni semplici: chi muore non torna davvero, le ferite non si chiudono, l’innocenza non si recupera. Restare umani non equivale a vincere sempre, ma a non smettere di tendere la mano, anche quando si ha paura di non essere ricambiati. A scegliere l’empatia invece del cinismo, il ricordo invece della rimozione, il legame invece della fuga. Forse è per questo che la serie continua a colpirci così in profondità. Perché ci accompagna in un percorso che somiglia molto alla crescita reale: guardare indietro senza poter tornare, portare con sé ciò che è stato, accettare ciò che è cambiato. Stranger Things parla di chi eravamo quando tutto sembrava possibile, di chi siamo diventati affrontando perdite e disillusioni, e di ciò che temiamo di smarrire lungo il cammino. Non idealizza il passato, ma lo riconosce come una parte fondamentale dell’identità.

E alla fine, ciò che resta non è tanto la lotta contro i mostri, quanto la consapevolezza che nessuno attraversa il buio da solo. Anche quando tutto sembra perduto, anche quando il mondo si spacca letteralmente in due, basta una luce accesa dall’altra parte per ricordarci che esistiamo ancora. Che qualcuno ci sta cercando. Che finché c’è un legame, una voce che risponde, una canzone che risuona, una memoria che resiste, il buio non è mai totale. E non siamo soli.