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Sono passati quasi dieci anni. Non è una vita ma non possiamo dire di essere gli stessi di nove anni fa. Non è una vita ma le cose non sono come nove anni fa. Noi non siamo come nove anni fa. E quest’anno che inizia, l’ennesimo anno che inizia con tutte le sue promesse, alcune difficili da mantenere, altre impossibili, altre nemmeno sussurrate e destinate a nient’altro che a un desiderio segreto di magia che ci rispedisca indietro nel tempo, passerà pure lui. Stranger Things ci ha accompagnato fino a qui, ci ha illuso che alcune nostalgie potevano essere un eterno presente, potevano rimanere con noi per sempre. E invece eccoci qui a salutare.
L’ennesimo saluto, l’ennesimo capitolo che si chiude. Quei libri riposti, quelle campagne di D&D con i nomi di Max, Lucas, Dustin Will, Mike chiudono un’era. E tutto si confonde e si sovrappone e si riavvolge. Perché a salutare sono sì Max, Lucas, Dustin, Will, Mike ma sono anche Sadie, Caleb, Gaten, Noah, Finn: gli attori che li interpretano. Nove anni. Da bambini sono diventati ragazzi, sono diventati adulti. E quelle maledette scale bisogna pur salirle. Bisogna pur andare nel Rightside Up, lassù verso l’età adulta.
L’ultimo effetto di nostalgia di Stranger Things non è simulato.
Non è il ricordo di un tempo mai vissuto, di favolosi, ridicoli, pazzeschi anni ’80. No, è un ricordo tutto nostro. Un ricordo che per tutti i protagonisti di Stranger Things è stato costruito passo dopo passo in nove anni di giochi, prove attoriali, interviste, secondi minuti ore eterne sul set. Nove anni che adesso lasciano alle loro spalle. Lasciano i loro nomi da personaggi pronti ad abbracciare quelli reali, quelli del rightside up, del mondo esterno che sta lassù, su quelle scale, oltre la porta che conduce fuori dal magico, sacro, eterno mondo di Stranger Things.

L’infanzia è il tempo del sacro, il tempo del magico. Tutto è parte di un meraviglioso gioco di avventure, sfide, misteri, amicizie. Amicizie. Quelle che non torneranno perché, come inizia a dire Robin e come l’aiutano a finire Nancy e Jonathan, “I miei nuovi amici mi piacciono ma non è… La stessa cosa“. “Non credo lo sarà mai più“. No, non lo sarà mai più. Non ci saranno più mostri da combattere, demogorgoni, democani, e neanche un Mind Flayer, Vecna e il mondo capovolto del Sottosopra. Non ci sarà più quella magia semplicemente perché noi non avremo più gli occhi per guardare al mondo con quella sacralità che abbiamo perso per sempre. E non ci sarà più Stranger Things.
Riponiamo i libri coi nostri nomi, con la nostra infanzia, mentre Stranger Things, questo maledetto Stranger Things ci sopraffà con l’ultimo, reale, personalissimo effetto nostalgia. L’ultimo effetto nostalgia di Stranger Things è tutto nostro. Siamo noi. È la nostra infanzia. Sono i nostri giochi, quella cameretta di bambini che diventava uno spazio infinito in cui tutto poteva accadere e tutto accadeva. Sono i nostri amici, le nostre infinite camminate parlando di tutto, immaginando tutto, creando mondi che nessun adulto poteva mai convincerci non fossero reali.
L’ultimo effetto nostalgia dei Duffer brothers non è un effetto, è una nostalgia vera.
La nostalgia di nove e più anni fa, di tempi felici senza bollette da pagare, panni da smacchiare e sveglie da impostare. Di amicizie e serate che non torneranno perché semplicemente si è rotta quella sacralità che rendeva tutto magico. E adesso proviamo questo maledetto dolore-del-ritorno, nostos–algia, mentre guardiamo, come Mike, quei nuovi bambini che prendono il nostro posto, che giocano dove giocavamo noi, dove immaginavamo mondi senza renderci conto che un giorno tutto questo ci sarebbe mancato terribilmente.

La magia finisce, l’incantesimo si rompe. Non siamo più là. Non siamo più a quei giochi, a quegli amici, a quegli abbracci, a quelle liti, a quelle riconciliazioni, a quelle lacrime, a quelle risate, a quell’amore là. Saliamo le scale, imbocchiamo la strada del rightside up, torniamo a lavare i piatti. Torniamo a fare planning. A schedulare impegni. A mandare mail. Torniamo al mondo reale senza la sua magia, senza la sua sacralità. E con altri mostri da combattere.
L’ultima nostalgia di Stranger Things è la nostra nostalgia.
Non possiamo tornare indietro. Non possiamo tornare alla magia, dobbiamo lasciare il posto a nuove avventure e nuovi avventurieri. Ma possiamo vivere il ricordo di quella magia, guardando per una volta, almeno una volta ogni tanto, con lo sguardo di allora mentre riabbracciamo i vecchi amici con cui ci diamo appuntamento. L’importanza di chi resta. Mentre ricordiamo gli amici che non ci sono più, mentre ritorniamo bambini magici, incoscienti, innocenti, sacri. Mentre consacriamo, come fa Mike, per sempre e in modo nuovo, in un modo che il rightside up ci concede ancora, quei ricordi a questo presente: scrivendo queste parole.

E per l’ennesima volta i ricordi tornano reali e la magia riprende forza e la nostalgia del passato diventa presente e tutto torna sacro, vivo, possibile, eterno. E la prima avventura diventa una nuova avventura e tu torni con me e io con te, con noi, con tutti. Ci abbracciamo ancora una volta e il muro del reale cade. E non è il 1989. E non è il muro di Berlino.
Non è finito Stranger Things ma è appena iniziato. Perché è il 2016, sì, è il 2016 e non il 1 gennaio 2026, un anno che possiamo solo immaginare, tutti insieme, mentre ci abbracciamo e iniziamo l’ennesima avventura. Anche se è solo su queste pagine. Solo sulle mie dita. Chi può negare che sia vera anche se non è nel rightside up, anche se non è nel mondo reale? Io scelgo di credere che lo sia. Io ci credo. E allora vediamo com’è, questo Stranger Things.







