Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su Stranger Things.
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Ogni grande avventura è come un puzzle fatto di tanti tasselli che si uniscono a formare un quadro completo e perfetto. Un quadro che, per quanto ampio, finisce per avere tutti i pezzi al proprio posto. È questo che distingue un racconto mediocre da un racconto fatto davvero bene: una lezione che Stranger Things ci ricorda fin dal primo episodio della prima stagione e che non ha mai smesso di ribadire. Anzi, che ha cominciato a urlare sempre più forte nel tempo. Ogni singolo episodio della serie è composto da elementi disseminati qua e là, all’apparenza sconnessi ma alla fine sempre perfettamente uniti tra loro. Ogni stagione è il racconto di storie separate e parallele, con piccoli gruppi pronti a vivere piccole avventure che a un certo punto della trama – di solito verso la fine – si ricompongono e fondono per dare vita a un’unica avventura più grande.
Stranger Things ci ha abituato fin dagli albori a questa struttura e, a prescindere dalla distribuzione degli episodi, non l’ha mai lasciata. Che sia arrivata su Netflix in un unico momento, in due parti separate o – come nel caso specifico della quinta e ultima stagione attualmente in corso – in due parti seguite da un gran finale (qui il trailer), su questo modo di raccontare tipico della complessità di una serie corale non ha mai fatto passi indietro. E onestamente come spettatori, dopo tutto questo tempo, non lo vorremmo nemmeno. Tra una trama di gruppo e l’altra, ogni personaggio è sempre riuscito a trovare il proprio spazio, spesso diverso tra una stagione e l’altra. Ognuno ha avuto la propria zona d’interesse in cui esprimersi, muoversi, agire. A volte semplicemente aspettando. Perché in un mondo pericolosamente vicino all’apocalisse, anche aspettare è un atto eroico.
Tra chi agisce e chi attende

Se prendiamo per buono nella serialità il principio newtoniano per cui a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, possiamo dare per buono anche il fatto che a ogni grande atto eroico portato avanti da un personaggio che mette a rischio la sua vita corrisponde l’apprensione di un altro personaggio che ama l’eroe in questione e deve attenderlo inerme. L’apprensione di chi magari in un altro momento si è a sua volta sacrificato, posizionandosi come personaggio attivo dell’azione. Eppure in quel momento specifico è lì ad aspettare, consapevole di non poter fare nulla più che sperare. Ma anche conscio dell’inesistenza di alternative al sacrificio, nonché del fatto che la capacità di mettersi in gioco rende la persona amata ciò che è.
Azione e attesa non sono poi così distanti. Diventano due facce della stessa medaglia, due modi diversi di percepire e affrontare un pericolo comune. In una serie come Stranger Things, in cui il rischio personale corso consapevolmente da ognuno dei protagonisti corrisponde al pericolo inconsapevole per una città e per il mondo intero, quello dei personaggi che non si mettono in gioco in prima persona ma vedono le proprie relazioni umane e le vite degli altri appese a un filo è un rischio correlato al quale tendiamo a non dare abbastanza attenzione.
È immediato focalizzarci sul coraggio di Undici, disposta in passato e quanto pare anche in futuro a sacrificarsi per chiudere ogni portale. Meno immediato è focalizzarci su chi può agire in modo secondario, o non può agire affatto. Le cose fatte e dette, le azioni eroiche e i sacrifici personali sono perennemente oggetto di analisi: sono il racconto nella sua forma più pura, la vera “ciccia”. Ma una serie come Stranger Things è fatta anche di molto altro.
Pensate per un attimo di essere Joyce Byers nella 5×01.
O meglio, di essere Joyce Maldonado, personaggio a cui questa stagione di Stranger Things e lo spettacolo The First Shadow hanno restituito un’identità e un passato finora trascurati. Immaginate di vivere in un mondo ogni giorno più spaventoso e di avere in questo mondo due figli da proteggere. Immaginate di aver già temuto per la loro vita infinite volte, di aver vissuto la scomparsa e la lunga assenza di un figlio ancora bambino, di averlo visto soffrire le pene dell’inferno in preda a una forza oscura ma molto presente. E immaginate di essere riusciti in questo contesto ostile a (ri)trovare l’amore dopo un matrimonio fallito e un lutto, dovendo però fare i conti con il fatto che quanto più il pericolo è vicino, tanto più questa persona ci si butta a capofitto.

Ora, in questo contesto, immaginate di dover salutare questo amore – che per semplicità chiameremo Hopper – pronto a scendere in un cunicolo che lo porterà prima nella zona più calda di Hawkins, poi direttamente nel Sottosopra. Certo, la ricognizione dovrebbe essere semplice, ma nulla è veramente semplice quando il rischio militari e il rischio demogorgoni diventano un tutt’uno. E quello che succederà di lì a poco ne sarà la dimostrazione. La scena del saluto tra Joyce e Hopper – al minuto 52 della 5×01, se volete recuperarla – è la piena rappresentazione di un’attesa pesante e necessaria, fatta di domande senza risposta ma ricche di significati neanche troppo nascosti.
Nella trama di Stranger Things Joyce non si è mai tirata indietro.
Non lo ha fatto quando si trattava di Will, che nella prima stagione va a riprendere insieme a Hopper nel Sottosopra. Non lo ha fatto nemmeno quando si trattava di Hopper, che nella quarta raggiunge e recupera addirittura in Unione Sovietica, negli anni Ottanta amichevole per degli americani infiltrati non più di quanto lo fosse il Sottosopra. Joyce dà tutto ciò che può quando qualcosa è in suo potere. Eppure sa anche quando è il momento di fare un passo – se non indietro – per lo meno laterale. Per quanto il suo primo desiderio sia tenere al sicuro chi ama, accetta così le situazioni nelle quali la sicurezza non è un’opzione praticabile. Si limita a tenere attivi i collegamenti, a far percepire la sua presenza a un Hopper nel pieno dell’azione.
Il saluto tra i due ci fa percepire tutto il silenzioso dolore che sta dietro la scelta obbligata che separa chi parte da chi resta. La dolcezza delle parole di Hopper, l’ironia dietro la sua non risposta, la conclusione con un non detto che sottintende la speranza di potersele dare in futuro le risposte, quando sarà tutto finito: sono tutti elementi che sottendono un’interazione carica di timore da entrambe le parti. Un timore che però nessuno dei due ha il coraggio di palesare. Hopper non può permettersi di dare a questo timore la priorità, preso com’è dalla necessità di affrontare i pericoli che ha davanti. Per Joyce invece, il cui compito è aspettare, la paura si trasformerà in una bussola che orienterà i suoi umori e le sue scelte.
Un discorso simile vale nella quinta stagione di Stranger Things anche per Karen Wheeler.

In tanti hanno parlato di lei, in versione desperate housewife anni Ottanta, che non esita ad aggredire un demogorgone con una bottiglia di vino per proteggere Holly nella seconda puntata della stagione. Se ne è parlato ancora dopo la distribuzione della parte 2 per la scena in cui, ancora parecchio dolorante, fa saltare in aria una lavatrice e qualche democane. Una scelta un po’ azzardata dal punto di vista narrativo – per noi è passato un mese, ma tecnicamente la sua gola è stata quasi aperta in due da un demogorgone solo pochi giorni fa – che rende però giustizia a un personaggio sempre ai margini di Stranger Things. Personaggio che, tra l’altro, ricordavamo più per il suo flirt con Billy che per il suo spirito materno.
In pochi però hanno focalizzato l’attenzione su ciò che succede dopo l’esplosione della lavatrice, quando il pericolo imminente è ormai scampato. Lucas, Max, Robin, Mike e gli altri vanno via dall’ospedale per salvare Holly; Karen vuole ovviamente andare con loro e riprendersi la sua bambina. Ma non può, è troppo debole. Prova a seguire il gruppo, a stare al passo con gli altri, ma non solo non riesce: sarebbe addirittura un peso. Unendosi al gruppo sarebbe un ulteriore ostacolo da sommare a tutti gli altri, sovrannaturali e non. Karen e Mike parlano per la prima volta apertamente, da pari a pari. E Karen prende l’unica decisione possibile, per quanto dolorosa: farsi da parte e permettere agli altri di agire. Mettere la vita della propria figlia nelle mani di qualcun altro, anche in quelle di un altro dei suoi figli, perché le sue hanno già fatto tutto ciò che potevano.
Joyce e Karen rappresentano con le loro scelte un eroismo meno palese ma non per questo meno reale.
Un eroismo fatto di preoccupazione, tensione, della capacità di fidarsi e affidarsi. E anche di senso di colpa: se qualcosa va storto la colpa è anche mia, perché li ho lasciati andare. Ma fatto anche della capacità di leggere le situazioni e di trovare al loro interno il proprio posto anche quando non è comodo. Non credo sia un caso che un ruolo come questo sia stato affidato proprio a loro, le due madri della storia. E io, rivedendole, ho pensato un po’ alla mia. Ho pensato a tutte le volte in cui mi ha accompagnata a prendere treni che mi avrebbero portata lontano da lei ma più vicina alla persona che volevo diventare. Mi ha portata fino a dove poteva per poi farmi entrare nel clou della mia azione da sola. Per fortuna non c’erano demogorgoni ad aspettarmi dall’altra parte, ma la vita vera non è necessariamente meno spaventosa.
La verità è che tutti, prima o poi, siamo quelli che restano. Tutti, prima o poi, accompagniamo qualcuno che amiamo fino a un cunicolo o a un corridoio che lo porterà lontano, verso la sua grande avventura. E tutti prima o poi resteremo lì ad aspettare, a distanza ma sempre presenti. Pronti a far esplodere una lavatrice e anche ad arrivare dall’altra parte del mondo, nel caso in cui ce ne fosse bisogno.







