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La quinta stagione di Sons of Anarchy è il percorso istruttivo di Jax

C’è un divario evidente tra l’essere sulla strada ed essere nella strada, esservi dentro; come il divario che esiste tra l’essere al capo del tavolo, e l‘affiancarlo con ambizione.
Puoi essere sulla strada, percorrerla come l’itinerario per un premio al capolinea, di giorno; ma puoi essere nella strada, appartenere ad ogni crepa nell’asfalto, soltanto di notte.
Puoi essere sulla strada nel trambusto del traffico assordante; puoi essere nella strada quando, a 150km orari, gli scarichi coprono ogni altro rumore e il motore vibra allo stesso ritmo del tuo cuore.
Una differenza che sta tutta nel fine per il quale le mani reggono il manubrio, ed è la stessa differenza che distingue la fame di un Re da quella di una vagabonda: quella nomade, l’emblema del presagio in Sons of Anarchy, è tornata nell’atto conclusivo di questa quinta stagione nella maniera stavolta più significativa possibile, incastrata perfettamente nell’organigramma retorico di Kurt Sutter, ponendosi in critica antitesi alla figura dell’intemerato Jax Teller.
Seppur più debole di ciò su cui poggia lo sguardo, Jax è ora il Re che assiste alla miseria con un carico pieno di responsabilità. Non solo di armi e droga.

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Col riconoscimento della nuova carica, sin dai primi istanti della quinta stagione di Sons of Anarchy, in Jax è tangibile il riallineamento padre-figlio che sublima nella volontà di documentare il suo operato, perché funga da monito per i suoi figli.
Le sue motivazioni sono mosse, ad un tempo, dal buono e dal cattivo esempio: da un lato, la volontà di tramandare l’insegnamento di suo padre, coadiuvata dalla convinzione che la sua dipartita sia consustanziale alla posizione di Re dei Sons che ricopre, come coraggiosamente convinto di non avere la possibilità di vivere abbastanza a lungo da spedire personalmente il carico più importante, la partita di idee fondamentale ai suoi figli, che è l’educazione; dall’altra, la necessità di non essere per Abel e Thomas ciò che Clay è stato per lui.
L’indebito potere di Clay è stato detonato dall‘arcigna legge del contrappasso che domina le scelte di Charming, come l’iconografia di Sons of Anarchy evidenzia: dall’aver ucciso Piney, Clay si ritrova nelle condizioni di Piney, come se Charming avesse deciso che per i First 9 rimanesse un solo posto al tavolo dei Sons (lo stesso posto, non a caso, come da prelibato rigore stilistico in pieno regime Sons of Anarchy) ed un solo polmone claudicante a farne le veci.

Malgrado la continua empietà, di Clay viene finalmente evidenziato un lato umano che ne giustifica sottilmente l’operato, sottoponendoci ad un inconscio processo alle intenzioni (delle sue azioni) che mette per un attimo da parte la ragione, come la stessa trasformazione di Jax sottende.
Se il mito di Jax è il riflesso del dramma amletico, quello di Clay è il conseguenziale opposto: il mito di Cronos, spodestato da suo figlio Zeus, che crea il sinolo di letteratura inglese e mito greco in Sons of Anarchy.
C’è uno snodo importante in questa vicenda: Jax prende il posto di suo padre, e da quella situazione la storia è pronta a ripetersi grazie al piano di Clay per la conquista del trono, montato sulle aggressioni dei Nomad, che come John Teller a suo tempo, anche Jax non sarebbe stato in grado di evitare.
Ma John aveva perso fiducia in tutto, e lo stimolo era crollato sotto il peso della responsabilità, così come ci è sembrato per un breve tempo per Jax prima dell’evento motore: la morte di Opie.
Il paradosso della perdita è ambiguo: per quanto la si ami, la parte persa consapevolmente non ha il potere reattivo di quella persa inconsapevolmente, con estemporanea crudeltà; per questo, ciò che Jax ha perso lo monta in sella ad un motore troppo più prestante di quello di John Teller, e da “sulla” strada Jax si trova immediatamente “nella” strada.
La drammaticità della morte di Opie, nella cura della scena, è un corollario che segue dai singoli dettagli: i due occhi di Opie che fissano Jax nel coronamento del sacrificio, sussurrando “ora so cosa fare”; i due colpi alla testa che lo piegano; i due pugni al vetro che disegnano la disperazione di Chibs; le due promesse che ora Jax è costretto a fare: la prima al secondino predicendo la vendetta e la seconda che richiederà il suo tempo, col saluto definitivo ad Opie: «Ci rivedremo, fratello».
Opie funge così prima da cauzione, poi da motore per Jax.

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Il potenziamento dei singoli personaggi è finalmente un fattore in questa quinta stagione, e la marginalità di alcuni membri del club è messa definitivamente da parte: lo stesso Chibs assume sempre più spessore quanto più si mostra sensibile e vulnerabile (in tre situazioni particolari la sua emotività è di spicco: la morte di Opie, il matrimonio di Jax e il funerale di Opie), così come la vulnerabilità di Tig diventa addirittura la causa del gioco di potere di Pope, e il capovolgimento emotivo nella personalità di Juice sancisce l’accostamento a, e l’identificazione con, chi ha già accettato la condizione di rinnegato: Clay; la storyline più debole è quella di Carla, sorellastra di Nero.
Anche il martirio di Big 8 ha ora un significato meno estraneo alla trama e non più ridotto al legame viscerale ed autodistruttivo col club (che talvolta dava l’idea di espediente jolly per la risoluzione di problemi). Big 8, la mano impotente che diventa pugno, è la mina vagante che non ha più bisogno di un tornaconto, tanto meno di rimanere fedele al club.
Le sue scelte sono piuttosto dettate dalla volontà disillusa di “donare un equilibrio”, facendo confluire il flusso di sofferenza utile per ognuno a capire il peso delle proprie scelte senza godere solo dei risultati.
È per questo che salva il club, ma condanna Tara e Jax alle conseguenze del piano.
Perfino le nuove entrate superano le aspettative preposte dagli innesti delle precedenti stagioni: Pope è il classico villain intoccabile “in giacca e cravatta” che muove i fili, affascinante per definizione, mentre Nero assume valore nel suo legame con Jax.
Quest’ultimo identifica in Nero la sua proiezione ideale, il risultato che “getta davanti a sé” per vedersi compiere un desiderio che lui non può più soddisfare: «quando andrai via tu, andrò via io», è la promessa che incatena Nero alle obbligazioni della malavita, e Jax alla speranza di poterne uscire in futuro.

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La metamorfosi di Jax è credibile nella misura in cui risulta essere cruda e violenta in alcuni sfoci, ed è esplicativa del legame logico che esiste tra educazione e trasformazione, che è tanto scontato quanto al tempo stesso complesso: Jax fa esattamente questo, si educa, “imparando a diventare leader” (anche strumentalizzando la figura di sostituzione paterna che Pope sembrava accogliere con piacevole predisposizione) e divenendo pertanto simile a ciò che ha sempre disprezzato in Clay; aberrando, in un certo senso.
Nel suo percorso educativo, Jax si figura come un vero e proprio bambino in fase di apprendimento, e non solo torna percettibile nel finale l’accenno al complesso edipico (che vede Jax accogliere il rimpiazzo dell’iconografia del Re seduto al tavolo con la moglie alle sue spalle, con il Re seduto al tavolo con la madre alle sue spalle), ma è possibile notare anche come, dietro la maschera del rinfaccio e del disprezzo, addirittura dietro quella della strumentalizzazione quando la incarica di ritrovare i documenti di Clay, Jax senta la necessità di “tornare” sistematicamente in seno a sua madre, come l’azione di un bambino che, mentre gioca con i suoi amici, corre verso la madre e siede sulle sue gambe prima di tornare a giocare; come a ricaricarsi dell’affetto materno dal quale non può prescindere nemmeno una figura sovrana. Come ad attuare quello che viene chiamato “rifornimento emotivo”.

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Alla stregua di questa trasformazione, l’idea che Jax possa realmente “vendere” Tig diventa plausibile, e lo svelamento del piano per ingannare Pope altrettanto credibile, quasi confortante.
Il Re ha trovato una soluzione, ancora una volta, dando voce e corpo all’imperativo che fiancheggia il tavolo dei fratelli Samcro, quello posto sulla cornice commemorativa di un mantra da non dimenticare per tenere vivi i principi originali: l’incisione “Brains before bullets”.

Messo alle strette, Jax prova a suo padre che “c’è sempre una scelta”.
Commemora l’angoscia della scelta, perché John Teller possa non morire mai.

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Written by Vincenzo Bellopede

Vincenzo, studente di psicologia.
Cresciuto a pane e Sartre, accompagnando con sbornie da prelibato nettare di Lynch.
Come disse il primo, gli oggetti sono cose che non dovrebbero commuovere in quanto non vive. Eppure lo fanno.
Se anche le parole riescono in questo, l'obiettivo di chi scrive è stato orgogliosamente raggiunto.

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