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10 Serie Tv uscite 10 anni fa che hanno lasciato il segno nella storia delle Serie Tv

6) Fleabag

Fleabag in una scena di Fleabag
credits: Prime Video

Quando Fleabag debutta nel 2016, sembra una commedia indipendente, quasi teatrale, nata per un pubblico di nicchia. In realtà, nel giro di pochi episodi, diventa una delle opere più influenti dell’ultimo decennio televisivo. Phoebe Waller-Bridge non costruisce semplicemente un personaggio femminile complesso: costruisce un dispositivo emotivo. Fleabag parla in camera, rompe la quarta parete, ironizza su tutto. Ma quella confidenza con lo spettatore non è complicità: è difesa.

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La protagonista usa l’umorismo come anestetico. Ogni battuta è una deviazione dal dolore reale che la attraversa. Il senso di colpa per la morte di Boo non viene mai urlato, ma permea ogni scena. Fleabag è una donna brillante, intelligente, sessualmente libera, eppure profondamente incapace di restare ferma davanti alle proprie ferite. È qui che la serie diventa universale: non racconta una caduta morale, ma la difficoltà di restare vulnerabili.


La seconda stagione eleva ulteriormente il discorso. L’arrivo del prete – interpretato da Andrew Scott – rompe la dinamica del controllo. Quando lui si accorge che Fleabag guarda in camera, il meccanismo narrativo si incrina. Per la prima volta qualcuno la vede davvero. E questo la destabilizza. L’amore non è romantico nel senso tradizionale: è uno scontro tra due fragilità. La fede, la colpa, il desiderio si intrecciano in modo sottilissimo. Il ritmo è chirurgico. Sei episodi a stagione, nessuna scena di troppo. La scrittura è essenziale ma affilata. Non c’è retorica, non c’è moralismo. Solo esposizione emotiva.

Serie tv e vulnerabilità come rivoluzione

Nel panorama delle serie tv del decennio, Fleabag ha dimostrato che la grandezza non dipende dalla scala produttiva, ma dall’onestà narrativa. Non servono eventi epici o grandi archi politici. Basta un personaggio che si mette a nudo. Dieci anni dopo, Fleabag resta una lezione di scrittura e di costruzione del personaggio. È una serie che non consola, non giudica, non semplifica. Ti guarda, e ti costringe a guardarti.

7) Stranger Things

Mike, Will e Joyce in una scena di Stranger Things 5
Credits: Netflix

Quando Stranger Things arriva su Netflix nell’estate del 2016, nessuno immagina che diventerà uno dei fenomeni culturali più potenti del decennio. In superficie è una storia ambientata negli anni ’80, con biciclette, walkie-talkie e synth nostalgici. In realtà, fin dal primo episodio, è chiaro che i Duffer Brothers stanno facendo qualcosa di più ambizioso: stanno costruendo un ponte emotivo tra generazioni.

La forza iniziale della serie sta nell’equilibrio. C’è il mistero soprannaturale – la scomparsa di Will, il Sottosopra, gli esperimenti governativi – ma c’è anche un’attenzione maniacale per i personaggi. Mike, Dustin, Lucas e Eleven non sono archetipi. Sono bambini spaventati, curiosi, vulnerabili. La serie funziona perché la minaccia non è mai solo il mostro: è la perdita dell’innocenza.

Il vero colpo di genio è Eleven. Una figura quasi muta, traumatizzata, che comunica più con lo sguardo che con le parole. Il suo percorso non è solo un arco da “ragazza con poteri”: è una ricerca di identità. Chi sono se non sono un esperimento? Dove finisce il laboratorio e dove inizia la persona? Stranger Things usa il genere per parlare di appartenenza e marginalità.

Con il passare delle stagioni, il tono cambia. La scala aumenta, i budget crescono, l’epica prende il sopravvento. Alcuni hanno criticato questa evoluzione, accusando la serie di aver perso l’intimità iniziale. Ma c’è una coerenza interna: i protagonisti crescono, e con loro cresce il mondo. Le minacce diventano più grandi perché diventano più consapevoli. Il vero cuore resta il gruppo. L’amicizia, con le sue fratture, le gelosie, le riconciliazioni. Anche quando la narrazione si fa più spettacolare, la serie mantiene un legame emotivo con il pubblico.

Serie tv e nostalgia come linguaggio contemporaneo

Nel panorama delle serie tv degli ultimi dieci anni, Stranger Things ha ridefinito l’uso della nostalgia. Non come semplice citazionismo, ma come linguaggio condiviso. Spielberg, Carpenter, King non sono omaggi sterili: sono grammatica narrativa. La serie ha dimostrato che il pubblico globale può affezionarsi a una storia profondamente americana se questa parla di emozioni universali. Paura, amicizia, crescita.

Dieci anni dopo, Stranger Things non è solo una hit di Netflix: è un simbolo dell’era streaming. È la dimostrazione che le serie tv possono diventare eventi collettivi, capaci di unire generazioni davanti allo stesso mistero.

8) This Is Us

Quando This Is Us debutta nel 2016, molti la liquidano come l’ennesimo family drama pensato per far piangere il pubblico in prima serata. In realtà, fin dal primo episodio, è evidente che la serie di Dan Fogelman sta giocando su un piano più sofisticato. Il colpo di scena temporale finale della premiere – che collega tre linee narrative apparentemente separate – non è solo un twist: è una dichiarazione d’intenti. This Is Us non vuole raccontare una famiglia. Vuole raccontare il tempo.

La famiglia Pearson diventa il centro gravitazionale di una riflessione molto più ampia su identità, trauma, eredità emotiva. Jack e Rebecca non sono semplicemente genitori amorevoli o imperfetti: sono il punto di origine di una catena di conseguenze che attraversa decenni. Randall, Kevin e Kate non combattono solo con problemi individuali, ma con l’ombra di ciò che è stato.

Il vero punto di forza della serie è la struttura narrativa. Il continuo alternarsi tra passato, presente e futuro non è un esercizio stilistico. È il modo con cui la serie dimostra che ogni scelta lascia un segno. Ogni parola detta o non detta si sedimenta nella memoria. This Is Us costruisce un mosaico emotivo in cui lo spettatore è chiamato a completare i vuoti.

La scrittura non è mai cinica. Anche nei momenti più drammatici – dipendenze, lutti, crisi matrimoniali – la serie mantiene uno sguardo empatico. Non giudica. Osserva. Questo la rende profondamente accessibile. Ci si riconosce nei Pearson non perché siano straordinari, ma perché sono fragili.

Certo, nel corso delle stagioni il rischio della ripetizione è emerso. Alcune dinamiche vengono riproposte più volte, alcuni conflitti sembrano girare in tondo. Ma il cuore della serie resta saldo: la convinzione che la famiglia sia un luogo di ferite e guarigioni simultanee.

Serie tv e memoria emotiva

Nel panorama delle serie tv degli ultimi dieci anni, This Is Us ha riportato il melodramma al centro della conversazione senza vergogna. In un’epoca dominata da antieroi e narrazioni oscure, ha scelto la vulnerabilità.

La sua eredità non è fatta di cliffhanger scioccanti o di colpi di scena brutali, ma di momenti piccoli e devastanti: una telefonata, un discorso improvvisato, una porta chiusa troppo tardi. Ha dimostrato che la serialità può essere potente anche quando non alza la voce.

Dieci anni dopo, This Is Us resta una delle serie tv più emotivamente coerenti del decennio. Non ha rivoluzionato il linguaggio televisivo come altre produzioni, ma ha fatto qualcosa di più raro: ha ricordato al pubblico che la televisione può essere uno specchio gentile.

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