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La sindrome della seconda stagione nella tv contemporanea

Il problema di chi si afferma è che a un certo punto deve confermarsi. Vale per chiunque abbia successo in un campo specifico e c’è chi, come Caparezza, ha affrontato il tema all’interno di un brano musicale. Il secondo album è sempre quello più difficile, cantava. E altrettanto si può sostenere per le serie tv, specie se reduci da un successo importante all’esordio: la seconda stagione è sempre quella più difficile. Sì, da sempre: la differenza, però, è che un tempo era un trampolino di lancio, mentre oggi si è trasformato in un argine spesso invalicabile.

Basta dare un’occhiata ai nostri aggiornamenti mensili sulle serie tv cancellate: quante non ce la fanno, dopo una stagione d’alto livello e una seconda più deludente? Sono tantissime. Troppe per non individuare alcuni fili conduttori che dicono molto a proposito di cosa significhi scrivere una serie tv oggi, e soprattutto guardarla. Perché le responsabilità sono reciproche: se da un lato abbiamo degli autori che affrontano sfide spesso impossibili, dall’altra abbiamo un pubblico che non concede più prove di riparazione: si rischia di passare dalle stelle alle stalle al primo passo falso. Per molti versi è un segno dei tempi che stiamo vivendo, ed emerge soprattutto nel confronto con le tendenze che si potevano riscontrare in altre generazioni televisive.

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