“Bel pezzo, sì. Ma vuoi mettere con la musica di un tempo?”. “Niente male questa serie tv, ma Lost era un’altra cosa”. E ancora: “Sì, è il film dell’anno. Ma uno come Kubrick non nascerà mai più”. Estendiamo l’orizzonte: “Lautaro e Leão sono il massimo che può offrire la Serie A in questo momento? Bah: un tempo avevamo Maradona, Van Basten e Platini, gli uni contro gli altri nello stesso tempo. Pure Dario Hubner era più forte di quei due messi insieme”. Insomma, cambia l’argomento di riferimento ma il risultato è sempre lo stesso: aggrappati come siamo a una nostalgia effimera, spesso e volentieri slegata dalla nostra stessa esperienza diretta, ci ritroviamo a volgere lo sguardo alle spalle e a vedere un passato glorioso che sarebbe inarrivabile, mentre oggi saremmo circondati dalla mediocrità. O comunque, dall‘inadeguatezza della contemporaneità rispetto ai bei tempi che furono.
Riguarda ogni ambito, e potremmo parlare in tal senso persino della politica o addirittura dei massimi sistemi morali che avrebbero reso il mondo più bello e funzionale qualche decennio fa. Oggi, invece, saremmo sprofondati in un’insanabile crisi qualitativa che coinvolge ogni cosa. Nella società che ci circonda e che ci coinvolge, così come nell’arte. Viviamo il tempo della nostalgia, che poi è un tempo di paura in cui siamo disorientati e incapaci di guardare con fiducia agli orizzonti futuri. Una nostalgia pianificata e brandizzata che fa leva sulle pulsioni più ataviche dell’uomo, portato da sempre a rivolgersi alle certezze di un tempo per affrontare le nuove sfide del presente. Una visione distorta della storia che deforma ogni percezione, allargando le distanze e sminuendo la bellezza che caratterizza il nostro mondo in quel preciso momento.