8 serie tv da vedere che ti faranno piangere senza essere melense – Fleabag

Fleabag è una delle serie tv da vedere se cerchi qualcosa che ti faccia ridere fino alle lacrime e poi, all’improvviso, piangere davvero. Quasi contro la tua volontà. Phoebe Waller-Bridge ha creato un personaggio che è insieme disastro, provocazione e confessione. Una donna che usa il sesso, l’ironia e il caos come paracadute emotivo per non affrontare davvero il dolore che la tiene bloccata.
Quello che inizialmente sembra un umorismo corrosivo e liberatorio diventa presto un percorso di elaborazione del lutto, del senso di colpa e dell’autosabotaggio. La rottura della quarta parete non è un vezzo comico: è un sintomo. Fleabag guarda negli occhi lo spettatore perché non sa guardare negli occhi nessun altro. Riempie i silenzi con battute taglienti perché ha paura di scoprire cosa c’è sotto quei silenzi.
Man mano che la serie prosegue, questa complicità si incrina, si fa più dolorosa, più intima. Quando smette di guardarti in camera, capisci che sta finalmente guardando se stessa. È come assistere alla ricostruzione di qualcuno che non vuole essere salvato, ma che non riesce più a nascondersi dietro l’ironia. Il rapporto con la sorella, con il padre, con la matrigna invadente, con il “prete sexy” non sono mai romantici o consolatori. Sono complessi, scomodi, pieni di incomprensioni e affetto mal gestito, cioè esattamente come molte relazioni vere.
Il finale della seconda stagione è uno dei momenti più emozionanti della tv contemporanea proprio perché non è melodrammatico: è inevitabile, semplice, dolorosamente giusto. Fleabag non ti chiede di compatirla, ti chiede di riconoscerla, di vedere in lei quei pezzi di te che faresti di tutto per tenere nascosti. Ed è questo che la rende devastante: ti fa ridere di cose che, un attimo dopo, ti accorgi che ti fanno male.
Normal People – 8 serie tv da vedere che ti faranno piangere senza essere melense

Tra le serie tv da vedere più intime degli ultimi anni. Normal People è probabilmente quella che meglio cattura il modo in cui gli esseri umani si sfiorano, si influenzano, si desiderano e si perdono senza bisogno di tradimenti spettacolari o colpi di scena clamorosi. Marianne e Connell vivono un amore che non ha nulla di idealizzato: è complicato, a volte crudele, spesso bellissimo, sempre profondamente umano.
L’attrazione non basta a tenere insieme due persone che portano addosso fragilità antiche: differenze di classe, vergogna, insicurezze, famiglie disfunzionali. La regia minimalista e le lunghe pause non sono riempitivi, ma parte della narrazione emotiva. I silenzi tra loro dicono più di mille dialoghi ad alta voce. Le loro difficoltà comunicative diventano quasi fisiche, pesano sugli episodi come un macigno, ti fanno venire voglia di entrare nello schermo e dire al posto loro quella frase che potrebbe cambiare tutto.
La serie non ricorre mai a twist drammatici prefabbricati. Il dolore nasce dalle cose non dette, dalle scelte sbagliate prese per paura, dai momenti in cui sarebbe bastata una parola diversa o una telefonata in più. È uno sguardo profondamente realistico su come l’amore e l’identità si costruiscono e si distruggono. Specialmente quando si è giovani e non si sa ancora bene chi si è. Normal People non vuole farti piangere: vuole farti ricordare.
Ti ricorda chi eri, chi sei stato con qualcuno, chi avresti potuto essere se solo le circostanze fossero state diverse. Per questo, anche dopo aver finito gli episodi, resta addosso come una nostalgia sottile, quasi fisica. È una serie che vive negli spazi vuoti tra le frasi e negli sguardi che si abbassano invece di incrociarsi. E lì, inevitabilmente, arrivano le lacrime più difficili da spiegare.






