Homeland: una serie TV brillante che ha perso la bussola (e poi ha provato a ritrovarla)

“Homeland” è stata accolta con entusiasmo quando ha debuttato nel 2011, una serie TV politicamente tagliente e psicologicamente complessa. Claire Danes nei panni dell’agente della CIA Carrie Mathison ha dato vita a un personaggio profondamente umano, geniale e imperfetto. Le prime stagioni di “Homeland” sono un capolavoro di tensione, mistero e ambiguità morale. La chimica tra Carrie e Brody (Damian Lewis) ha tenuto incollati milioni di spettatori.
Ma dopo la fine dell’arco narrativo di Brody, la serie è andata incontro a una crisi evidente. Senza un personaggio di quel calibro e una bussola narrativa solida, “Homeland” ha cominciato a girare a vuoto, inseguendo la cronaca geopolitica in tempo reale, ma perdendo per strada l’identità che l’aveva resa unica. I salti narrativi e i cambi di scenario non bastavano più a mascherare l’assenza di direzione. La serie sembrava voler essere tutto: thriller politico, dramma psicologico, spy story moderna. E finiva per non essere pienamente nessuna di queste cose.
Tuttavia, bisogna riconoscere a “Homeland” il merito di aver tentato una risalita. Le ultime stagioni, pur non raggiungendo i picchi iniziali, hanno cercato di ricostruire una coerenza tematica, riportando al centro Carrie e la sua eterna lotta tra dovere e instabilità mentale. La serie si è conclusa nel 2020 con una stagione finale che ha diviso la critica ma ha saputo ritrovare un minimo di dignità narrativa. “Homeland” è un esempio di come una serie TV possa cadere in crisi, ma anche tentare di rialzarsi, pur senza tornare mai ai fasti dell’inizio. E va detta una cosa: il finale è stato semplicemente perfetto.
Vikings: la serie TV che ha perso l’anima con la morte del suo re

Quando “Vikings” è arrivata sugli schermi nel 2013, è stata una boccata d’aria fresca nel panorama delle serie TV storiche. Cruda, violenta, carismatica, con un’attenzione sorprendente alla cultura norrena e alle sue sfumature religiose e politiche, la serie creata da Michael Hirst aveva un’anima chiara: Ragnar Lothbrok. Interpretato con magnetismo da Travis Fimmel, Ragnar era l’eroe tragico perfetto, un leader visionario e tormentato che elevava ogni scena con la sua presenza.
Ma come ogni epopea che si rispetti, il ciclo di Ragnar doveva finire. E con la sua morte, “Vikings” è entrata in una lunga, lenta crisi di mezza età. I figli di Ragnar, pur ben delineati sulla carta, non sono mai riusciti a raccoglierne pienamente l’eredità. La serie si è spezzata in mille sottotrame, spostandosi da un continente all’altro, cercando di replicare il carisma del passato con personaggi nuovi ma mai all’altezza. Le battaglie erano ancora spettacolari, la produzione sempre impeccabile, ma l’anima della serie sembrava svanita.
Il vero problema di “Vikings” è stato quello di non accettare la propria fine. Avrebbe potuto concludersi con la morte di Ragnar, lasciando un ricordo potente e indelebile. Invece ha trascinato la narrazione per altre stagioni, cercando un nuovo cuore narrativo che non è mai arrivato. Persino la serie sequel “Vikings: Valhalla” non è riuscita a riaccendere la scintilla. “Vikings” è un perfetto esempio di una serie TV che ha vissuto il suo picco troppo presto e ha faticato a reinventarsi, fino a spegnersi lentamente nel proprio crepuscolo narrativo.





