5) Dexter: Original Sin, la serie tv spin-off cancellato dopo una sola stagione

C’era un rischio evidente nel tornare all’universo di Dexter. Trasformare un personaggio complesso in un semplice esercizio di nostalgia. Dexter: Original Sin, però, evita quella trappola scegliendo una strada più sottile e, per certi versi, più scomoda. Non racconta il serial killer che già conosciamo, ma il percorso emotivo e morale che lo rende tale. È una serie che guarda alle origini come zona grigia, fatta di tentativi maldestri, paure non ancora incapsulate e regole imparate per necessità, non per vocazione.
Ambientata nella Miami dei primi anni ’90, Original Sin segue un giovane Dexter Morgan mentre muove i primi passi come tirocinante forense e, parallelamente, tenta di tenere a bada i suoi istinti più oscuri.
Non è ancora il predatore metodico della serie madre, ma un ragazzo che prova a capire perché si senta così diverso dagli altri. Miami rappresenta lo sfondo perfetto per rappresentare questa ambiguità. E’ una città febbrile, rumorosa, sporca di contraddizioni, dove il confine tra legalità e sopravvivenza è costantemente negoziato. In questo senso, l’ambiente diventa complice silenzioso. Una città che non guarda troppo a fondo permette a Dexter di esistere senza essere immediatamente smascherato.
Per questo motivo Dexter: Original Sin è stata una scommessa tanto pericolosa quanto affascinante. Tornare indietro, esplorare le origini di un personaggio seriale così iconico significava camminare su un filo sottile. Non cercava di giustificare Dexter, né di mitizzarlo. Cercava piuttosto di comprenderlo e di tracciarne un quadro completo. Era una serie più cupa, più introspettiva e non meritava di essere cancellata dopo una sola stagione.
6) Duster

Duster è una serie crime ambientata nel Sud-Ovest degli Stati Uniti dei primi anni Settanta che vuole raccontare il sottobosco criminale dell’epoca. Creata da J. J. Abrams e LaToya Morgan, la serie non cerca di “rilanciare” il crime anni ’70, né di aggiornarlo con commenti espliciti sul presente. Preferisce lavorare su dinamiche di potere, compromesso e convenienza, lasciando che l’ambientazione resti uno strumento narrativo e non il centro del discorso. Jim Ellis, interpretato da Josh Holloway, fa l’autista per un’organizzazione criminale regionale. Non ha una backstory complessa, fa il suo lavoro in modo competente, silenzioso, pragmatico.
Duster affronta temi come la corruzione, il razzismo istituzionale e la criminalità ma lo fa senza trasformarli in dichiarazioni programmatiche. I temi emergono dalle situazioni, non dai dialoghi esplicativi. È una scelta coerente con il tono della serie, anche se a volte limita la profondità di alcune riflessioni che restano solo accennate. Duster sa cosa vuole raccontare e non prova a sembrare più complessa di quanto sia. Le interpretazioni sono solide, la messa in scena è pulita, l’ambientazione è funzionale e mai invadente.
Il limite principale sta nell’identità. Duster è ben scritta e ben realizzata, ma raramente sorprende o devia dal percorso previsto. Non sbaglia quasi nulla, ma rischia anche di non lasciare un segno forte, almeno nel breve periodo.





