Ogni giorno proviamo a raccontare le serie TV con la stessa cura e passione che ci hanno fatto nascere.
Se sei qui, probabilmente condividi la stessa passione anche tu.
E se quello che facciamo è diventato parte delle tue giornate, allora Discover è un modo per farci sentire il tuo supporto.
Con il tuo abbonamento ci aiuti a rimanere indipendenti, liberi di scegliere cosa raccontare e come farlo.
In cambio ricevi consigli personalizzati e contenuti che trovi solo qui, tutto senza pubblicità e su una sola pagina.
Grazie: il tuo supporto fa davvero la differenza.
➡️ Scopri Hall of Series Discover
Il 2025 sarà ricordato come uno di quegli anni in cui lo streaming ha smesso di fingere di avere pazienza. Numeri, algoritmi, costi di produzione e strategie non proprio cristalline hanno avuto la meglio su affezione, crescita narrativa e potenziale a lungo termine. Il risultato? Dieci cancellazioni che non sono state semplici “chiusure di catalogo”, ma veri strappi emotivi per chi quelle serie tv le seguiva con convinzione, spesso in silenzio, spesso con la sensazione di aver puntato sul cavallo giusto. E invece no.
Ecco 10 serie tv cancellate durante questo 2025 che hanno fatto male, ma male davvero.
1) The Residence

Durante un ricevimento di Stato al quale partecipa il primo ministro australiano, viene trovato morto il chief usher della Casa Bianca. Tutte le 132 stanze vengono chiuse, i sospetti sono oltre 150 e sul luogo arriva Cordelia Cupp, investigatrice eccentrica e appassionata di birdwatching, interpretata con grande carisma da Uzo Aduba. Da lì nasce la partitura della serie: micro-drammi quotidiani che esplodono in motivazioni, risentimenti e segreti, alternati a momenti grotteschi e a una struttura a incastri che svela progressivamente i piani di ciascuno.
La mano della casa di produzione Shondaland è visibile nel modo in cui la serie tv (disponibile sul catalogo Netflix) costruisce dinamiche di potere che provengono essenzialmente dal basso. Da quel personale di servizio e dagli addetti alla sicurezza che vivono nell’ombra, non visti, ma che a loro volta vedono tutto. Dove la serie funziona meno è quando la volontà di stupire si sovrappone alla necessità di coerenza. In alcuni episodi la narrazione si concede voli barocchi che rischiano di spezzare il ritmo, e certi colpi di scena risultano più carini sulla carta che organici nell’economia dello spettacolo.
Nonostante l’interesse del pubblico e alcuni picchi di visibilità, Netflix ha optato per la cancellazione della serie tv dopo la prima stagione. Una notizia che ha sollevato interrogativi su costi, strategia editoriale e sulla difficoltà di far convivere progetti ambiziosi e sostenibilità commerciale nelle piattaforme globali.
2) Mythic Quest

Mythic Quest parte da un’idea apparentemente semplice: raccontare la vita quotidiana di uno studio che sviluppa uno dei videogiochi online più popolari al mondo. Ma fin dai primi episodi è chiaro che il vero “gioco” non è il MMO, bensì l’ecosistema umano che gli ruota attorno. Uffici open space, ego smisurati, creatività fragile, marketing aggressivo e un’umanità che cerca disperatamente di sentirsi indispensabile.
Al centro della serie c’è Ian Grimm, direttore creativo e narcisista visionario convinto di essere un genio incompreso. Accanto a lui, Poppy Li, ingegnere capo brillante, insicura e furiosamente competente, rappresenta l’altra faccia della creatività. Mythic Quest è sorprendentemente onesta nel mostrare quanto l’industria creativa sia fatta di compromessi continui, di battaglie per il riconoscimento e di frustrazioni che non finiscono mai nei trailer di lancio.
Un altro merito fondamentale di Mythic Quest è stata la sua satira.
La serie prende di mira pratiche tossiche come il culto del genio, l’ossessione per i numeri e l’illusione meritocratica, ma lo fa senza disprezzare chi ama i videogiochi. Anzi, l’amore per il medium è evidente, sincero, mai condiscendente. Col passare delle stagioni, anche i personaggi secondari acquistano spessore. Figure inizialmente caricaturali — il responsabile monetizzazione, la community manager, gli immancabili tester — diventano gradualmente individui con desideri, limiti e momenti di vulnerabilità. La comicità nasce spesso dal contrasto tra ruolo aziendale e identità personale, e Mythic Quest è molto abile nel mostrare quanto queste due dimensioni siano spesso in conflitto.
Dire addio a Mythic Quest nel 2025 è stato come salutare un gruppo di colleghi con cui non lavori più, ma che ti hanno insegnato qualcosa. Era una comedy, sì, ma anche una delle poche serie capaci di parlare di creatività, fallimento e compromesso senza diventare cinica o predicatoria.





