5) Rectify: la vita ricomincia anche quando tu non sei pronto

Una delle opere più intime, lente e profondamente umane della televisione moderna è Rectify (su Rakuten Tv). Daniel Holden esce dal braccio della morte senza sapere se è colpevole o innocente, ma soprattutto senza sapere come vivere. E la serie non lo spinge a farlo, ma lo accompagna. Senza fretta, senza moralismi, senza artifici narrativi.
La mestizia qui è quasi religiosa: fatta di paesaggi silenziosi, di conversazioni sussurrate, di momenti di pura immobilità che pesano più di interi monologhi. Daniel non è un protagonista, ma un sopravvissuto. Ha vinto contro il carcere, il tempo, una società che non sa dove collocarlo, un passato che non può più cambiare e un presente che non riesce ad abitare. Perciò, ogni gesto, come un caffè bevuto lentamente, un giro in bicicletta, un dialogo mancato, è carico di significato. Ogni secondo è un ritorno alla vita.
L’autunno di Rectify (ecco un’analisi della serie), in definitiva, è quello delle mattine fredde in cui ti svegli e non sai se ringraziare o temere il fatto di essere ancora qui. È la stagione dei secondi tentativi, quelli che non sono mai semplici o lineari, ma che contano più di qualunque successo immediato. Dunque, si tratta di uno show che non consola, ma redime. E lo fa a modo suo, lentamente, con la delicatezza di una mano che ti sfiora senza stringerti.







