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Perché il pilot di Blindspot è un insuccesso

Blindspot
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“Blindspot”, prodotto di punta dell’autunno NBC, rischia di rivelarsi un buco nell’acqua. La trama orizzontale, di per sé, è particolarmente interessante: una donna, completamente nuda e ricoperta da misteriosi tatuaggi, viene trovata all’interno di un borsone nel bel mezzo di una gremita Times Square. La giovane non ricorda nulla, ma proprio nulla. Il nome, la provenienza e la vita vissuta fino al ritrovamento è un punto di domanda annebbiato. L’unica traccia è un nome indicato in uno dei tatuaggi, Kurt Weller, agente di spicco dell’FBI. Le indagini preliminari portano ad una prima ricostruzione della vita della donna: la rinominata Jane è un’ex S.E.A.L. Tutto, meno che una ragazza indifesa. Parla fluentemente il cinese, è abilissima nelle arti marziali e nell’utilizzo delle armi da fuoco. Jane e Kurt, insieme, scopriranno, puntata dopo puntata, l’intricato percorso indicato dai tatuaggi. Interessante, no? Eppure c’è qualcosa che non va in Blindspot, più di qualcosa. Tutto il resto, o quasi.

IL PILOT DELUDE… – Dopo poco più di 40 minuti, si ha un primo filone verticale sviluppato grossolanamente e troppi elementi a disposizione sullo sviluppo della trama orizzontale. L’episodio 0 di “Blindspot” è una rassegna di stereotipi inseriti in una lavatrice vorticosa. Jane, non male interpretata da Jaimie Alexander (già vista in “Kyle XY”), è la classica ragazza dalle mille risorse. Timida e impaurita all’apparenza (più che normale, se si considera che le è stato portata via l’intero bagaglio di esperienze di vita), è in realtà preparatissima ad ogni evenienza. Una macchina da guerra dal cuore gentile. Kurt, interpretato da Sullivan Stapleton, protagonista del dimenticabile “300: Rise of an Empire”, è un agente FBI come tanti se ne sono visti nella storia delle serie tv: un duro dall’animo sensibile, pronto ad innamorarsi della bella Jane (lo sviluppo sentimentale è quasi scontato). Ci sono i soliti cinesi cattivi e spietati, pronti a far saltare per aria la Statua della Libertà, ci sono le solite sequenze d’azione ai confini del ridicolo (Jane, ferita ad un braccio da un colpo di pistola, riesce a sparare con precisione chirurgica ad un difficile bersaglio), c’è un caso complessissimo risolto in meno di dieci minuti ed una trama verticale che non lascia molto spazio ai punti di domanda. Un pilot ben costruito, normalmente, strizza l’occhio ai desiderati addicted, li incuriosisce e li cattura. In questo caso li coinvolge con una splendida sequenza d’apertura, li cattura e li rilascia al termine dell’episodio. Alla fine, si sa molto di più di quanto si dovrebbe sapere, quasi si trattasse di una fiction in due puntate, piuttosto che una serie in 13 episodi. Un’intrigante sparatoria a salve, insomma.

… MA IL PUBBLICO PROMUOVE – Eppure, finora, “Blindspot” è piaciuto, e non poco. I feedback sui social sono estremamente positivi ed il pilot, trainato benissimo dal ritorno di “The Voice”, ha vinto la serata americana del 21 settembre, sconfiggendo un mostro sacro come “Castle”, afflitto dalla sindrome dell’ottavo anno. I numeri nel dettaglio: 3,1 di rating e 10,6 milioni di spettatori nei totali degli ascolti tv USA. Il primo risultato di “Blindspot” è pienamente in linea con le aspettative dell’NBC: il solito stratagemma della caccia al tesoro, incarnata dai tatuaggi di Jane, unita alla buona alchimia tra Jaimie Alexander e Sullivan Stapleton, aumentano la curiosità su un prodotto con ottimi presupposti. Pilot a parte, ovviamente! Ora che la rassegna di presentazione dei personaggi si è conclusa e ci sarà maggior spazio per sviluppare i filoni verticali (40 minuti ad episodio, in ogni caso, sembrano essere pochi), “Blindspot” potrà esprimersi al pieno delle proprie potenzialità, a patto che la trama orizzontale sia sviluppata con più calma, senza fretta. 13 episodi possono essere pochi o molti, ma il rischio è di trovarsi col cerino in mano a metà stagione. Sarebbe un peccato.

VOTO EPISODIO 1×01 “BLINDSPOT”: 5

Antonio Casu 

@antoniocasu_

 

 

Written by Antonio Casu

Divulgatore seriale serio, serioso e ironico, ma senza il sex appeal di Alberto Angela. Vivo ogni lunedì come se fossi Frank Underwood

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