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Perché le Serie Tv italiane sono (quasi) tutte uguali

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L’autore dell’articolo che segue promette di essere qualunquista solo nel titolo.

Basta. È arrivato il momento di dire basta. Se potesse servire, sarebbe un bene passare in tv una pubblicità progresso che diffidi dalla consumazione di certi prodotti italiani, ma probabilmente sarebbe più banale e meno comunicativa delle serie tv contro le quali ci scaglieremo oggi.

Perché si parla di serie tv.

Fin qui tutto normale, penserete. Hall of Series si occupa di serie tv, è difficile parlare d’altro. E invece si può. Perché qui non si parlerà delle serie tv, ma delle serie tv italiane, e il concetto cambia.

Eccome se cambia.

Altro concetto, altra fruizione, altri contenuti, altra qualità. In fondo, paragonare una serie tv italiana ad una serie tv non italiana è un po’ come paragonare una mozzarella da discount ad una deliziosa bufala campana. Si parla sempre di una mozzarella, ma sai che differenza.

“Ma non tutte sono uguali”, dirà qualcuno. E invece sì, o quasi. Non è becero qualunquismo, ma un’amara realtà. Le serie tv italiane sono volutamente sempre uguali. L’Italia, patria degli Antonioni e dei Bertolucci, dei Monicelli e dei Sorrentino, è tristemente patria anche dell’appiattimento seriale.

Perché?

Proviamo a spiegarlo in modo semplice, senza banalizzare oltre.

gabriel garkoLE SERIE TV ITALIANE RASSICURANO LE CASALINGHE DI VOGHERA – Una considerazione preliminare e disinteressata: tra le serie tv prodotte da Sky negli ultimi anni e quelle proposte da Rai e Mediaset (unibili in un unicum che chiameremo MediaRai) c’è un abisso. Questione d’intenti, prima di tutto. Di fasce di pubblico da catturare, in seconda battuta. Di investimenti, in terzo luogo. L’ultima voce è decisiva, perché condiziona le prime due. Più è piccolo il budget che si ha disposizione, meno si può rischiare. Il MediaRai non può fare passi falsi, Sky sì. Il MediaRai ha uno zoccolo duro di casalinghe di Voghera da coccolare, Sky ha un mondo da scoprire e, possibilmente, conquistare.

La differenza, in fondo, è semplice. Si immagini il MediaRai come se fosse un marito sessantenne con l’unica esigenza di portare avanti un matrimonio trentennale e Sky come un rampante playboy di vent’anni, oltretutto carico di soldi. Potrebbe conquistare una diciottenne almeno quanto potrebbe stregare una cinquantenne divorziata e con tre figli.

Il MediaRai ha imposto un cliché e lo porta avanti alla lettera, perché non può e non vuole rischiare. Se poi si parla del soggiorno dell’abitazione del soggetto di cui si parla, la questione è ancora più netta. Rai1 e Canale5 appiattiscono l’offerta seriale con freddezza sistematica. La rete ammiraglia della tv pubblica punta tutto su famiglie – tradizionali o allargate che siano – prevedibili polizieschi, preti impiccioni e morali da dispensare come se fosse neve a Natale. Canale5 non è da meno: è la mafia a farla da padrona, unita a gialli poco gialli e segreti di Pulcinella.

Le altre stanze dell’appartamento del MediaRai sono poco più che scantinati, ed è peccato, se si considera che potrebbero rappresentare l’ancora di salvezza a livello di giudizio complessivo.

Spieghiamoci meglio. Il target medio di Rai1 e Canale5 è tanto anziano da essere fortemente abitudinario ed ancorato ai classici primi cinque pulsanti del telecomando. Convincere un over 65 a spostarsi da nonno Libero a Walter White è difficile almeno quanto fargli prendere atto che lo smartphone non sia un’arma di distruzione di massa.

Però ci sono anche Rai2, Rai3, Rete4, Rai4, Italia1 etc, etc. Presentare nelle stanze secondarie quel che è impresentabile in soggiorno sarebbe un bel passo in avanti. Ci provò Carlo Freccero qualche anno fa con il progetto In Treatment, ma l’idea affondò e finì ad appannaggio di Sky. Già, Freccero: se in Rai ci fossero una decina di Freccero, invece che uno solo incatenato nel Cda, avremmo un servizio pubblico più tendente all’evoluzione, un po’ più vicino al cielo.

La realtà, invece, è la solita: il trionfo della sperimentazione e l’apice della trasgressione sono rappresentate dalla sitcom “Zio Gianni”, in onda da qualche tempo su Rai2, interpretata dall’ottimo Paolo Calabresi e scritta dagli ottimi The Pills, nati e cresciuti sul web. Il risultato è ottimo? No, mediocre. Tutti in catene: di libero c’è solo il nonno.

gabriel garkoL’ITALIA HA TANTE STORIE DA RACCONTARE – Un’altra questione importante è la scarsa adesione alla realtà delle storie raccontate. Non è tanto una questione tematica, quanto di coerenza con le dinamiche del mondo che ci circonda. In sintesi: una serie come Doctor Who, seppure si sviluppi in un contesto fantascientifico, ha maggiore aderenza alla realtà per spunti di riflessione rispetto a Don Matteo, storia ambientata nella vita reale, ma per molti versi fiabesca. Il cattivo di turno, dopo una strigliata bonaria del prete ciclista, si pente sempre. Sempre! È meno realistico di un alieno con due cuori che gira tra spazio e tempo con una cabina della polizia, non credete? La visione dell’uomo che ha la serie inglese è molto più credibile rispetto a quella che emerge nella serie italiana.

E dire che l’Italia ha tante storie che meritano di essere raccontate con sincerità. Dalla politica alla società, dallo sport alla cultura, dalla cronaca nera a quella gialla: il Belpaese è un mondo di storie scritte da codificare in sceneggiature. Servirebbe solo un po’ di coraggio in più, un quadro politico più distaccato da quello televisivo e la volontà di trasformare le serie tv in uno strumento narrativo non unicamente finalizzato all’intrattenimento. BBC docet; la Rai prenda appunti.

Un ultimo aspetto è legato alla lingua proposta nelle serie tv italiane. Lo stesso italiano proposto nelle fiction del MediaRai è lontano dalla lingua parlata dagli italiani. Questo fattore tende ad appiattire dialoghi e interpretazioni, portando ad un’uniformità espressiva che banalizza anche i temi potenzialmente più interessanti.

Prendere spunto dall’esperienza di Pier Paolo Pasolini, coraggioso pioniere del recupero della centralità dei dialetti, sarebbe un utilissimo passo in avanti.

Per farlo, costruire i cast in base alle trame e non viceversa sarebbe un banalissimo colpo di genio. In Italia, spesso, si identifica un attore con una certa tipologia di ruolo, dandogli un tono stereotipato, utile unicamente per rassicurare il popolo di spettatori più anziani.

In chiusura, si può proporre una tra le massime più banali: “L’Italia non è un Paese per giovani”. Affermazione qualunquista, ma vera. Eppure i giovani ci sono, e hanno necessità differenti rispetto a quelle che si aspetta MediaRai. Gli italiani, nonostante tutto, sono dinamici e intelligenti, capaci di scegliere e non fossilizzarsi. Gli anziani di domani saranno i giovani di oggi, e probabilmente solo a quel punto la tv italiana, se non sarà costretta prima, cambierà se stessa e uscirà dal processo di standardizzazione.

“Una parola è poca e due sono troppe”, ma chissà se MediaRai sarà reattivo.

@antoniocasu_

 

Written by Antonio Casu

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