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Negli ultimi anni la televisione e le piattaforme streaming hanno puntato sempre più spesso sugli spin-off, cercando di sfruttare il successo di serie già affermate per catturare subito l’attenzione del pubblico. L’idea, apparentemente semplice e sicura, è quella di offrire agli spettatori qualcosa di familiare: personaggi conosciuti, universi narrativi già esplorati, dinamiche consolidate. Tuttavia, ciò che sulla carta sembra un’operazione intelligente spesso si rivela un’arma a doppio taglio. Gli spin-off più riusciti riescono a trovare una propria identità pur rimanendo fedeli alle radici della serie madre.
Ma non è raro che le nuove produzioni deludano le aspettative, risultando forzate, prevedibili o incapaci di suscitare la stessa empatia dei titoli originali. Nell’arco degli ultimi cinque anni, in particolare, si è assistito a un vero e proprio boom di spin-off, una proliferazione alimentata da strategie commerciali che privilegiano brand consolidati rispetto a idee originali, dalla ricerca di engagement immediato e dalla pressione dei numeri di audience sulle piattaforme streaming. Questo fenomeno ha prodotto alcuni esempi lampanti di flop, serie che non solo non sono riuscite a conquistare pubblico e critica, ma hanno persino rischiato di intaccare la reputazione della serie madre.
Giudicare gli spin-off andando oltre i gusti personali
Si tratta, appunto, di analizzare un meccanismo industriale e capire come e perché un progetto narrativo nato con buone intenzioni possa trasformarsi in un fallimento. Inoltre, di osservare le dinamiche di un settore che spesso mette in secondo piano la creatività a favore della sicurezza del brand. Ogni flop racconta una storia fatta di scelte narrative discutibili, personaggi mal gestiti, tono poco coerente e marketing aggressivo. Elementi che insieme creano un prodotto che fatica a trovare il proprio pubblico. Eppure, anche nel fallimento, questi spin-off rappresentano un’occasione di riflessione.
Di fatto, mostrano quanto sia complesso mantenere viva una storia senza snaturarla, quanto sia difficile bilanciare nostalgia e innovazione, e quanto il pubblico contemporaneo sia attento non solo ai nomi e ai volti familiari, ma alla qualità complessiva di ciò che guarda. In questo senso, i peggiori spin-off degli ultimi cinque anni non sono soltanto esempi di serie televisive che non hanno funzionato. Ma anche sintomi di una televisione che, nella corsa al successo immediato, rischia di dimenticare la cura narrativa e la capacità di sorprendere lo spettatore.
1) Honey Bunny: lo spin-off che non ha trovato identità

Chiamare Citadel: Honey Bunny “uno dei peggiori spin-off” può suonare esagerato a chi si limita alle percentuali di Rotten Tomatoes. La serie, infatti, ha raccolto recensioni critiche non del tutto disastrose e qualche elogio per le sequenze d’azione e la chimica tra i protagonisti. Tuttavia, la sensazione diffusa tra molti osservatori è che il titolo incarni perfettamente i guai della strategia produttiva dietro il cosiddetto spyverse. Parliamo, pertanto, di un’ambizione di portata internazionale che non riesce a legittimare ogni appendice come prodotto autonomo.
Sul piano pratico, quindi, Honey Bunny è arrivata in un contesto in cui Citadel non godeva di unanime autorevolezza critica, e l’intero progetto era già percepito come esteso oltre il necessario. La serie madre, non a caso, aveva raccolto giudizi tiepidi e un consenso molto diviso, un terreno poco solido su cui erigere altri capitoli. Sul piano narrativo le accuse più ricorrenti sono chiare. Tra le altre notifiche, la sceneggiatura tende a inchiodare la storia a sincronismi, affastellamenti e spesso preferisce il ritmo e la trovata visiva alla logica interna dei personaggi.
Lo show fatica a giustificare la propria autonomia
A questo si aggiunge un problema di identità. Detto ciò, Honey Bunny prova a coniugare il gusto spettacolare e “bollywoodiano” con il tono internazionale del franchise, e il risultato per alcuni spettatori ha l’aspetto di un ibrido poco convincente. Piuttosto che ampliare l’universo narrativo, lo ritaglia in modo circoscritto, lasciando l’impressione che il nome Citadel fosse più sigla commerciale che una bussola creativa. Infine, notifichiamo che Amazon ha deciso di non proseguire Honey Bunny e Diana come show indipendenti. E ha poi annunciato che alcune trame si inseriranno nella seconda stagione dell’opera madre.
Una scelta che, anche se motivata come rimodulazione creativa, legittima l’idea che quei capitoli non avessero sufficiente autonomia narrativa o valore commerciale per sopravvivere da soli. La cancellazione e la ricomposizione delle storyline sono l’indice più plastico del problema, palesando che il progetto non ha centrato l’obiettivo di costruire un universo coerente e autosufficiente.






