4) Evil

Se The X-Files fosse nato nel pieno dell’era dei social, dell’iper-razionalità e della disinformazione online, probabilmente sarebbe Evil. Creata da Robert e Michelle King — gli stessi di The Good Wife — la serie parte da una premessa semplice: un team della Chiesa cattolica indaga su presunti casi di possessione, miracoli e fenomeni paranormali per capire se hanno un’origine divina o semplicemente psicologica.
Dietro questa struttura “procedurale” si nasconde, però, una delle serie horror più raffinate, coraggiose e spiazzanti del decennio.
La protagonista, Kristen Bouchard, è una psicologa forense, una donna scettica, razionale, abituata a trattare il male come un disturbo mentale. Quando inizia a collaborare con il seminarista David Acosta e con il tecnico informatico e investigatore di campo Ben Shakir, si ritrova a confrontarsi con casi che mettono alla prova ogni sua certezza. Ogni episodio è un’indagine, ma ogni storia serve a spingere più a fondo la domanda centrale: il male è qualcosa di esterno, o è dentro di noi?
Dal punto di vista estetico, gli showrunner riescono a mescolare ironia, inquietudine e dramma senza mai far collidere i registri. Il male, nella serie spesso è banale, subdolo, insinuante. Vive nei sogni disturbanti di Kristen, nei suoi sensi di colpa, nei sussurri di un demone che potrebbe essere una proiezione della sua mente. Oppure no. E poi c’è il personaggio di Leland Townsend, uno dei villain più inquietanti della serialità contemporanea.
Un altro elemento che distingue Evil da molte produzione horror è la sua capacità di riflettere sul presente. I King usano l’orrore per parlare del mondo reale: il fanatismo religioso, la disinformazione, il controllo dei dati, la fragilità della mente umana. Ogni episodio è una parabola contemporanea, un esperimento morale travestito da thriller soprannaturale.





