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A proposito di Dallas e di un retcon che ha fatto scuola. In negativo.
Molti di voi avranno sicuramente sentito parlare di “retcon” a proposito di un film, una serie tv o un fumetto. Non tutti, però, potrebbero conoscerne il significato. Wikipedia offre una buona definizione a riguardo: il retcon “è un espediente narrativo utilizzato in ambito televisivo, cinematografico e fumettistico per modificare eventi e situazioni descritte in precedenza e adattarle a nuovi sviluppi della storia o per correggere pre-esistenti violazioni della linea narrativa”. Insomma, un modo per dire: “Ok, dimenticate quello che avete visto o letto: stavamo scherzando. Non è mai successo. Oppure è successo in un modo diverso”.
Parliamo di un espediente risolutore o, al contrario, capace di creare non pochi danni: se ne parla spesso a proposito di Doctor Who, non sempre in positivo. E viene evocato talvolta per riportare in vita un personaggio amato o per riscrivere uno sviluppo narrativo ritenuto insoddisfacente, se non addirittura incoerente con quanto visto in precedenza.
È chiaro, di conseguenza, che i retcon vadano maneggiati con la massima cura. Potrebbero essere una pozione miracolosa imprescindibile, ma anche del materiale radioattivo capace di rovinare definitivamente la credibilità di un’intera opera.
Bene, detto ciò, oggi affrontiamo il secondo caso: un retcon disastroso. Il retcon dei retcon, secondo molti critici televisivi. Perché coinvolse uno degli espedienti narrativi più pigri che possano esistere al mondo, tale da assumere i contorni della presa per i fondelli rifilata al povero pubblico. E, soprattutto, perché tutto ciò venne fatto all’interno di una serie tv che scrisse un capitolo fondamentale della storia del piccolo schermo. Stiamo parlando di Dallas, e questa è la storia di un disastro che coinvolse autori, attori, produttori e, senza esagerare, una porzione significativa del globo terracqueo che in quel momento non pensava ad altro.
Dallas, Dallas. Ma dove ne avete già sentito parlare?

Ripetiamo: non parliamo di un titolo qualunque. Se si dovesse individuare la serie tv manifesto degli anni Ottanta, quella che più di ogni altra rappresenta il decennio, Dallas sarebbe una candidata credibilissima. In onda sulla CBS dal 1978 al 1991, ebbe un successo clamoroso. Non fu solo una serie tv, ma un’opera che diede una dimensione diversa alle soap opera con un approccio innovativo e capace di intercettare i gusti di un pubblico trasversale in prima serata, là dove le soap non avevano mai trovato terreno fertile.
Fu un vero e proprio fenomeno di costume: associata indelebilmente all’era reaganiana, fu un’espressione carismatica di soft power statunitense grazie a un’esportazione di massa della serie in novanta Paesi. In quel periodo era un fenomeno pressoché inedito e ha ancora oggi dimensioni ineguagliate. Rese il cliffhanger una prassi da prime time globale, mise al centro della trama quello che a tutti gli effetti era un antieroe in netto anticipo sui tempi e fu capace di coinvolgere mezzo mondo con alcuni picchi clamorosi.
La terza stagione, per esempio, si concluse con un enigmatico attentato subito dal protagonista, l’iconico J.R.. Ciò diede vita a un’ossessione collettiva che ritroveremo, alcuni anni dopo, con il famigerato “Chi ha ucciso Laura Palmer” di Twin Peaks.
“Chi ha sparato a J.R.?“, si domandarono tutti? Per mesi, tutti attesero impazientemente l’arrivo delle nuove puntate per risolvere l’enigma. La puntata in cui fu rivelato il colpevole fu capace di conquistare numeri che oggi appaiono quasi senza senso: secondo le stime dell’epoca, coinvolse 83 milioni di persone negli Stati Uniti con uno share del 76%. Sebbene battuto poi in patria dall’episodio finale di M*A*S*H, rimane l’episodio di una serie più visto nel mondo con 360 milioni di spettatori al suo attivo: oggi la tv è cambiata e l’offerta è ovviamente molto più frammentata, ma parliamo di dati incredibili anche per quell’epoca.
La risonanza fu tale da generare anche un’eco parodica: I Simpson ripresero il format con straordinari risultati grazie a “Chi ha sparato al signor Burns?”, segno di quanto quel cliffhanger avesse segnato l’immaginario televisivo. Ne parlammo qualche tempo fa, e fa sempre piacere ricordare quel capitolo televisivo.
Anche in Italia, il successo di Dallas fu incredibile: tutti la guardavano, anche chi faceva finta di non farlo e non voleva ammettere di essersi fissato con quella che era a tutti gli effetti una soap opera. Se doveste chiedere ai vostri genitori o ai vostri nonni se ricordino Dallas, scorrerebbe immediatamente una lunga sequenza di nomi e personaggi. Dallas non era una serie tv: era la serie tv per eccellenza, in quegli anni. E il suo passaggio alle reti Fininvest, dopo i primi anni sulla Rai, segnò un momento fondamentale dell’ascesa televisiva di Silvio Berlusconi.
Un successo senza confini: secondo alcune testimonianze spesso riportate, in Turchia fu sospesa una seduta parlamentare per permettere a tutti di guardare la puntata di Dallas. In Romania, invece, diversi osservatori culturali sostennero che la diffusione della serie contribuì simbolicamente al clima che precedette la caduta del regime comunista di Ceausescu.
Ok, quindi? Dallas era la serie di riferimento per centinaia di milioni di persone. E la lunga premessa rende bene l’idea di cosa significò dare vita a un retcon veramente imbarazzante.
Perché questa lunga storia è in realtà molto semplice, nei presupposti di base. Prima di procedere, un indispensabile appunto sulla trama: Dallas segue la potente famiglia Ewing, magnati del petrolio e del bestiame al ranch di Southfork, tra faide d’affari, alleanze e tradimenti. Al centro c’è l’immorale J.R. Ewing, in perenne scontro col fratello idealista Bobby e con rivali come i Barnes, complicato dall’amore che unisce le due famiglie rivali attraverso Bobby e Pam, i Romeo e Giulietta della situazione. Fin qui il soggetto, ma considerate che questa storia andò avanti per la bellezza di 14 stagioni e 357 episodi.
Episodi in cui successe veramente di tutto, nel tempo. I colpi di scena fecero scuola, e rappresentano esempi ancora preziosi per chiunque si approcci oggi al mondo delle sceneggiature televisive. A patto che salti un capitolo, o al massimo si prenda in esame per poi ricordare sempre tutto quello che non si dovrebbe mai fare in una serie tv. È il capitolo che stiamo evocando fin dall’apertura di quest’articolo.
A un certo punto, infatti, Patrick Duffy, interprete di Bobby, decise di lasciare Dallas.
Ottava stagione: Bobby era uno dei personaggi più amati. La contrapposizione col fratello e la sua storia d’amore con Pam avevano coinvolto visceralmente il pubblico e ne avevano fatto una figura imprescindibile di Dallas. Al punto che Duffy si mise in testa di fare il grande salto e capitalizzare la popolarità ottenuta con un approdo nel grande cinema. Per gli autori fu un problema non da poco, e lo risolsero con la soluzione più ovvia: invece di ricorrere a un recast o ad articolate spiegazioni che potessero motivare l’improvvisa sparizione di Bobby, decisero di uccidere il personaggio in un incidente stradale e affrontare l’intera stagione successiva, la nona, con le conseguenze della sua morte. Nell’arco di trentuno episodi, i protagonisti di Dallas metabolizzarono il lutto e andarono avanti con le rispettive vite, dando vita a nuove storyline, nuovi intrecci e nuovi colpi di scena.

A qualcuno, però, l’addio di Patrick Duffy non era proprio andato giù. E quel qualcuno era Larry Hagman. La star di Dallas. L’interprete di J.R.
Si può comprendere, fin troppo: la dipartita di Bobby aveva avuto un effetto negativo sulla serie. Gli ascolti erano calati esponenzialmente, e il suo stesso personaggio aveva perso forza. Una forza che in parte derivava dalla particolare dinamica col fratello, a lui contrapposto in tutto e per tutto. Per questo motivo, Hagman prese una decisione importante: visto che aveva ormai assunto una centralità assoluta anche all’interno della produzione di Dallas e aveva un’influenza significativa anche sullo sviluppo delle trame principali, si mise in testa di riportare a casa Duffy a un anno dalla separazione. Non fu un’impresa impossibile: la carriera cinematografica di Duffy non era decollata e la produzione di Dallas mise sul piatto un importante aumento dell’ingaggio, pressoché raddoppiato.
Fu lo stesso Duffy a ricordare in un’intervista a PEOPLE come andarono le cose: “Ho ricevuto un messaggio in segreteria telefonica, ed era di Larry Hagman, che diceva ‘Patrick, voglio che tu venga a casa mia, ti ubriachi nella jacuzzi. Voglio parlarti'”, disse l’attore. “Ho detto a mia moglie che Larry mi avrebbe chiesto di tornare nel programma… e l’ho fatto perché me l’ha chiesto Haggy”.
Tutto è bene quel che finisce bene, no? Eh, non proprio: i problemi iniziarono in quel momento. Una volta convinto Duffy, rimaneva un importante scoglio da superare: come avrebbero giustificato il ritorno del personaggio?
La situazione, d’altronde, era stretta in un vicolo cieco: Bobby era sicuramente morto in un incidente stradale, e sarebbe stato complesso giustificare in qualche modo la sua sopravvivenza. Per carità: senza inoltrarci in spoiler, anni dopo qualcuno è riuscito a farlo con una discreta credibilità in una situazione persino più compromessa, ma era chiaro a tutti che sarebbe stata una forzatura.
Le alternative, allora? L’introduzione di un fratello gemello, magari cattivo? No, non fu adottata la soluzione che fece felici Stanis La Rochelle e, soprattutto, Joey Tribbiani.
Senza volersi inoltrare in terreni ben poco realistici, ne rimaneva solo una, a quanto pare. Così pensarono gli autori, almeno. Ed era la peggiore di tutte: più del gemello cattivo, più dell’improbabile sopravvivenza. Persino più di un’eventuale incursione aliena nelle dinamiche terrene di Dallas. Ebbene sì: si decise di far finta che tutto quello che era successo nella stagione precedente non fosse stato altro che un brutto sogno della sua Pam.
Eccovi allora il peggiore retcon che possa passare per la testa all’autore della serie tv più famosa del mondo: la soluzione più pigra a cui nessuno reagirà mai bene. Niente è peggio della soluzione “è stato tutto un sogno”. Niente. Ma tant’è: è quello che si decise di fare, dopo aver girato in gran segreto la scena e alcune alternative per depistare eventuali insider dalla lingua lunga. Al termine della nona stagione, allora, Bobby ricomparve sotto la doccia, osservato con grande stupore dalla povera Pam. La donna, evidentemente, aveva consumato un pasto particolarmente pesante la sera prima e si ritrovò il marito defunto che non fece altro che guardarla e dire: “Buongiorno”. Nero, sipario: cliffhanger. Pam si era appena svegliata e, ve l’assicuriamo, aveva sognato veramente di tutto.

Il resto è storia. Una terribile storia. Se avessero trasformato Bobby in un vero e proprio fantasma, probabilmente sarebbe andata meglio di così.
La scelta, definita da Duffy “un’uscita gratis dalla prigione”, azzerò in pochi secondi la bellezza di 31 episodi di trama: matrimoni, divorzi, le alleanze Barnes/Ewing, i lutti e persino l’arco psicologico di Pam furono spazzati via con il colpo di spugna della “doccia”. L’espediente “era tutto un sogno” scambiò un picco di shock per la perdita del capitale seriale: spezzò la catena causa-effetto, rese facoltativa la memoria dello spettatore e trasformò la continuity in un optional, percepito come un vero tradimento. Invece di incorporare la ferita (spiegazioni interne, anche ardite: un finto decesso, una cospirazione, un gemello) la negò, erodendo la fiducia, la posta in gioco e la credibilità sul lungo periodo. Il risultato fu un mondo narrativo meno solido, un hype di breve periodo e un danno d’immagine duraturo.
Fu l’inizio della fine, per Dallas: andò ancora in onda per diversi anni dopo il plot twist della doccia, ma non riuscì mai a tornare sui livelli delle annate migliori.
Non si esagera se si individua quel momento come il salto dello squalo della serie. Lo testimonia Steve Kanaly, interprete nella serie di Ray Krebbs. Disse a PEOPLE nel 2023, in occasione di una reunion del cast a 45 anni dall’inizio dello show: “Si trattò di una perdita di pubblico pari a circa il 10 percento, almeno da quella parte, perché la gente si offese nel vedere la trama [della morte] semplicemente abbandonata”. Secondo Kanaly, tra l’altro, nemmeno il cast apprezzò la discutibile scelta fatta: “Non voglio menzionarli, ma diversi membri del cast si inca***rono perché le loro trame andarono perdute a causa di ciò”. E aggiunse: “Ebbe un impatto notevole”.
Insomma, un disastro su ogni fronte. Se da un lato il ritorno di Bobby permise a Dallas di ritrovare la forte alchimia tra Duffy e Hagman, una delle chiavi indubbie del successo longevo della serie, dall’altra minò gli equilibri interni e tolse credibilità a una storia in cui, a quel punto, tutto era diventato possibile.
Dallas è comunque passata alla storia e rappresenta ancora tutto quello che abbiamo detto in apertura, ma il retcon è una macchia indelebile che tutti gli autori tengono a mente da quarant’anni a questa parte: quell’espediente narrativo, a meno che non sia contestualizzato sapientemente, è e sarà sempre un tabù. Resta allora solo una domanda a cui rispondere: a chi venne in mente questa roba? E chi pensò che potesse essere una buona soluzione?
Secondo quanto testimoniato da Duffy, fu sua moglie. Disse, una volta che prese atto della decisione presa: “Mia moglie disse subito: ‘Beh, non puoi tornare nella serie a meno che tutta quella stagione non sia stata un sogno'”. Fu presa sul serio, e si arrivò a farlo davvero. In seguito, l’attore le chiese come nacque lo spunto: “Abbiamo parlato di quello che disse anni e anni dopo, e lei lo basò sulla sua formazione letteraria. Metà delle opere di Shakespeare sono piene di sogni”. Ok, ci sta. È tutto vero. Dallas ha allora citato Shakespeare e una porzione significativa della letteratura mondiale? Sì, ma non perdoneremo gli autori per questo: rimane comunque una pessima idea. Con la speranza che gli addetti ai lavori di ogni tempo non lo dimentichino mai.
Antonio Casu





