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Avete presente quella sensazione figlia del consumismo per cui dopo aver comprato un oggetto del vostro desiderio passate più tempo ad assaporare il momento in cui comincerete a usarlo anziché usarlo davvero? Ecco, la stessa cosa mi capita– come penso capiti a moltissimi di voi – quando devo approcciarmi a una serie tv o a un film che ho tanto desiderato guardare. Sono così emozionata all’idea di concedermi questa visione che aspetto il ‘momento perfetto’ per approcciarmici. E nel mentre passano mesi, a volte addirittura anni. Con lo special di Bo Burnham intitolato Inside, di anni ne ho fatti passare 4 per l’esattezza.
Sapevo che mi sarebbe piaciuto,troppo. Sapevo che mi avrebbe catturata, troppo. Sapevo che mi avrebbe consolata, divertita e fatta riflettere, troppo. E bisogna prepararsi per una cosa del genere. Amare la stand-up comedy è un conto. Amare il musical, tutta un’altra storia. Ma come ci si approccia a uno special comedy di 90 minuti, quasi interamente cantato, girato in quelli che occhio e croce saranno sì e no 50 metri quadrati durante una pandemia globale?
Insomma: come ci si approccia a Bo Burnham: Inside?

Era il 2020, e la pandemia COVID-19 aveva colto di sorpresa anche l’America, così come tutto il mondo e qualsiasi persona esistente sulla terra. Lo sappiamo, e forse lo ricordiamo fin troppo bene. Tutto a un tratto, senza neanche il tempo di abituarsi all’idea ci siamo trovati a convivere con una pandemia, con l’impossibilità di uscire di casa, con le code infinite fuori dai supermercati e un’eccessiva monomania nei confronti dei lievitati in generale. Nel mentre sono passati 4 anni, e per quanto alcune serie tv, film e libri ne abbiano parlato, il covid affaire sembra un argomento ancora tabù, limitato a quelle due o tre frasi di circostanza: ”E tu come l’hai passato?”, ”In famiglia o con qualcuno?”, ”Vabbè (andiamo oltre)”.
Un’esperienza personale che si è fatta globale. Tutti sappiamo esattamente cosa abbiamo fatto in quei mesi di costrizione. Ce lo raccontiamo, e ogni storia si assomiglia. Ogni racconto sembra un ennesimo click sul tasto replay, ma per quanto simili nessuna storia si può dire uguale alle altre. Bo Burnham: Inside è questa cosa qui. Uno spaccato di vita lungo all’incirca un anno che vede come protagonista il comico americano Bo Burnham, chiuso in un bilocale in compagnia della sua creatività e della sua depressione. Una perfetta espansione cinematografica di quei tanti discorsi di circostanza che si fanno sul covid, esplicitati e resi su schermo come noi non avremmo mai potuto fare, per incapacità espositiva o per difficoltà emotiva.

Costretto nella sua casa a Los Angeles, Bo Burnham: Inside nasce come racconto dell’esperienza pandemica del comico Bo Burnham, il quale racconterà di non essere riuscito a esibirsi sul palco per circa 5 anni a causa dei suoi problemi legati all’ansia. Una volta ritrovata la serenità per tornare a performare su un palcoscenico davanti a un pubblico, però, si troverà in quello che qualcuno chiamerebbe ‘uno scherzo del destino’, a causa della reclusione imposta dalla quarantena. Mentre gli anni di lontananza dal pubblico continuano a sovraffollarsi, lo stesso capiterà alla sua creatività, che lo porterà a dedicare quasi un anno e mezzo della sua vita alla creazione dello special Bo Burnham: Inside.
Creato, scritto, diretto, filmato, montato e interpretato da lui in quella che si può definire una produzione autonoma, che serve la sua natura amatoriale a una regia indipendente ma non di certo scadente. Ed è in un posticino pieno di strumenti musicali, una decina di telecamere e una ventina di luci che si compie la magia: quella di essere divertenti anche se bloccati in una stanza.
Cercando di essere divertente e bloccato in una stanza
Non c’è molto altro da dire a riguardo
Si può essere divertenti quando si è bloccati in una stanza?
”Fatti una passeggiata” è la risposta che almeno una volta nella nostra vita uno zio ebbro al cenone di Natale ci ha consigliato di fare come risposta a un nostro malessere. Ma quando sei costretto in uno spazio minuscolo non c’è passeggiata che tenga, non c’è spazio che potrebbe dare spazio a quei pensieri che non hanno altro sfogo se non quello circoscritto nella nostra mente. E allora, Bo ci insegna qualcosa. Quando la mente è troppo piccola per ospitare tutto questo nulla, tutto questo tutto, e non c’è posto e spazio in cui rifugiarsi – brunch costosissimo a cui dedicare una mattinata, aperitivo in cui staccare la mente da se stessi, e passeggiata di salute che non porta a chissà quali grandi risvolti emotivi – anche una stanza può diventare un microcosmo.
Un mondo fatto su misura per noi in cui tutto può accadere, o non accadere. In cui siamo i registi designati per far sì che la sceneggiatura della vita possa essere avvincente, anche solo per quell’unico spettatore che siamo noi.
Bo Burnham mette a disposizione il suo genio creativo per raccontarsi e restituirci il ricordo di quella che è stata la quarantena forzata del 2020. E lo fa facendoci molto più ridere che soffrire, ma senza mai tralasciare la commovente profondità che accompagna l’intero special. Si parla di meme, di genitori ingombranti, della positività tossica, di cosa fanno le ragazze bianche su Instagram, e anche della storia di una gallina alla ricerca della libertà. Cantando con ironia le parole peggiori e con note dolenti le più insignificanti storie, anche quella di una gallina che – forse – sarebbe potuta diventare una dentista. Provare per credere.
Surreale e commovente. Bo Burnham: Inside è molto più di uno special comedy cantano

Un film scritto su misura per noi, in cui giorni buoni e giorni meno buoni si susseguono, senza grandi lavori di montaggio. Una giornata passata a letto diventa così l’episodio filler della nostra serie tv preferita. In apparenza inutile ed evitabile, ma essenziale per ricaricare le batterie del nostro eroe che, il giorno successivo potrebbe avere un impulso creativo grande abbastanza da impedirgli di fiondarsi sotto il peso delle coperte, ancora. Un’idea banale che in un istante diventa geniale, diventa ragione di vita, impiego delle successive ore, se si è fortunati giorni. E Bo Burnham di quell’impulso creativo ne ha fatto un film, uno special, una biografia su schermo di un anno della sua vita. Di un trentacinquesimo della sua attuale esistenza. Com’è strano che posti così piccoli, attimi minuscoli a fronte dell’esistenza tutta, possano essere così significanti e segnanti.
Ma d’altronde, se non vogliamo potrebbero anche non esserlo. Potrebbero essere una parentesi. Ma chi vuole vivere in una parentesi, ovattato dal resto. Che poi siamo sicuri che tutto il resto, sia poi così significante? Chi l’ha deciso? Ah sì, sempre noi.

Alla regia della nostra vita, attori non pagati di un film lunghissimo decidiamo la rilevanza di una scena al posto di un’altra, dando valore a ciò che di bello c’è stato nell’ultima sequenza, tagliuzzando qua e là qualche smarginatura. Una dramedy a costo zero, come uno di quei film indie girati con la videocamera sulle spalle. E questo special, in un misto di musical, stand-up comedy e una sensazione di conforto impalpabile, restituisce uno spaccato di esistenza che molti potrebbero aver vissuto anche se mai davvero verbalizzato. Uno specchio in cui riflettere e riflettersi senza giudizio, anche se soli dentro a una stanza.
Quattro pareti che improvvisamente diventano una casa intera, il nostro speciale circoletto culturale in cui, sommersi da libri, tv spazzatura, fogli scritti e un’omelette lasciata a raffreddarsi tutto accade, tutto esiste dentro e fuori di noi, con lo sguardo che si fa telecamera e lo stato d’animo che diventa colonna sonora. Come quella che percorre il racconto di Bo Burnham: Inside. Grave, divertente, tragica, irriverente, ma pur sempre funzionale al racconto. Il nostro racconto. La nostra dramedy. Forse a volte più drama che comedy. Ma se la classificazione di The Bear ci ha insegnato qualcosa, forse è che le etichette, quando si parla del proprio vissuto, non esistono davvero, o se esistono lo fanno solo per farci arrabbiare.






