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Seinfeld insegna da 30 anni come si scrive una grande sitcom

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Capita spesso di parlare con un purista delle serie tv comedy e sentirsi dire:Friends è grandioso, ma Seinfeld ha sconvolto il mondo delle sitcom’. Che poi che vorrà dire. Sconvolgere. Cosa c’è di così sconvolgente in una serie tv basata sul nulla? Per scoprirlo e per saziare la mia incolmabile voglia di depennare ogni singola serie tv comedy dal mio preziosissimo taccuino ho cominciato a vedere Seinfeld con esiti tutt’altro che scontati, almeno per il mio allenamento alle sitcom. Ci siamo, no? Friends, How I Met Your Mother, New Girl, Brooklyn 99, Modern Family, The Office, Parks and Recreation e chi più ne ha più ne metta, insomma, ci siamo capiti. Quella roba lì. Quella roba che guardi di sottofondo mentre fai pranzo o gusti prima di sprofondare nel letto dopo una lunga giornata. Il sollievo della leggerezza a cui tutti aspiriamo ma per i quali non tutti sono portati. Sfatiamo finalmente l’idea che il genere comedy sia nazional popolare, che piaccia tutti senza distinzioni, e sfatiamo ancor di più il mito che una comedy valga l’altra, questa cosa non vale assolutamente e di certo non vale affatto per Seinfeld. Madre e padre, congiunto e genitore 1 e 2 di tutte lo comedy, ma fidatevi, non è quello che vi aspettate. E’ così che senza alcun preconcetto mi sono lanciata nella visione della comedy più osannata dalla critica, quel tipo di comedy messa a un punto talmente alto della scala gerarchica da venir nominata in poche e scelte occasioni. ‘Sì, ma quando c’era Seinfeld…

Eccoli: quattro amici al bar e no, non è una canzone di Gino Paoli, ma l’incipit di ogni sitcom sulla faccia di questa terra. Di tutte, o quasi, ma non di Seinfeld. Un giovane Jerry Seinfeld interpretato da sé stesso sale sul palco di un comedy club e racconta un aneddoto personale a cui attacca una battuta brillante, brillante per gli anni 80. Il pubblico è in visibilio, le mani scrosciano e come in un lampo ci ritroviamo in un bilocale a New York dove non si capisce esattamente chi sia il padrone di casa dato il convulso via vai di persone. I quattro protagonisti si presentano fin da subito per quello che sono: egoisti, disinteressati e con nessunissima voglia di venirci a dire tutto quello che gli salta in mente. “No hugging, no learning” (“Niente abbracci, niente insegnamenti”) come recita il mantra non scritto della serie. Jerry, Elaine, George e Kramer vivono alla giornata, da veri newyorkesi, senza degnare neanche un briciolo di loro stessi a favore di camera. Nessun discorso sdolcinato, nessuna parafrasi sentimentale: Seinfeld arriva nel 1989 senza alcun libretto di istruzioni allegato, collocandosi assolutamente fuori da ogni canone che, leggenda vuole, ogni serie tv comedy dovrebbe avere.

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Lo faranno o non lo faranno? In Seinfeld non c’è attimo in cui possa risultare scontato porsi questa domanda. Nessuna coppia per cui tifare, nessun amore per cui lottare. Frasi non dette e lasciate sulle languide bocche di due amanti impacciati non sono ciò di cui Seinfeld si nutre per garantirsi il suo pubblico. Fedele a se stessa e al suo niente, lo show about nothing cavalca sulla cresta dell’onda nove stagioni intere senza servirsi di longevi tira e molla o commuoventi addii, ma appoggiandosi soltanto al suo impareggiabile estro nell’arricchire la vile quotidianità con una creatività straordinariamente avvezza al racconto dell’ordinarietà. Ed è così che l’attesa di un tavolo al più ambito ristorante cinese del quartiere diventa il main theme di tutti i 25 minuti di una puntata non cedendo mai un istante all’imprevisto che salta da un momento all’altro o all’arrivo di un qualsiasi sconvolgimento della trama. Per 25 minuti i protagonisti aspettano che il tavolo si liberi, borbottando quando vengono superati dai clienti appena arrivati e pensando di tanto in tanto di lasciare la coda e mangiare un banalissimo street food in preda alla fame e all’impazienza. Osserviamo quasi impotenti il susseguirsi della vita di Jerry Seinfeld e i suoi compari, come se fossimo una mosca finita lì per caso ma desiderosa di godersi lo show. Nessun invito e nessun tappeto rosso ci aspetta all’ingresso di Seinfeld eppure è proprio il suo niente, la sua inappetenza al voler sorprendere a ogni costo, a voler piacere a ogni costo, che lo rende rivoluzionario nel suo minimalismo narrativo.

Uno show sul nulla, ma che tuttavia parte da spunti di conversazione quotidiana come le differenze abitudinarie tra uomini e donne: la scelta del ristorante, l’eterna lotta tra caffè e caffè decaffeinato e tutta una serie di argomenti di cui uno stand up comedian si serve per sviscerare le sue opinioni in poco meno di 10 minuti prima di passare ad altro, ma che in Seinfeld sopravvivono per tutta la durata della puntata senza incespicare o finire preda della ridondanza. Ed è servendosi di questa familiarità a tematiche ordinarie che Seinfeld sferra i suoi ganci più potenti, parlando di omosessualità, razzismo e femminismo e facendolo senza un’esagerata promozione in merito, ma disquisendone in modo acuto e ironico, aggiungendo familiarità a tematiche spesso ostiche al mondo della televisione ma che in Seinfeld vengono trattate con una rilassatezza tale da portare veramente lo spettatore a domandarsi se non sia finito in una macchina del tempo. Un esempio: 1994, parliamo di ormai 27 anni fa, Elaine Benes, interpretata da un’incredibile Julia Louis-Dreyfus, si schiera a favore dell’aborto annunciando ai suoi amici che non uscirà con nessun uomo che non condivida la sua opinione. 2021, questa puntata potrebbe mai andare in onda oggi? Parliamone.

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Nessuna buona intenzione e nessuna intenzione di voler evolvere ambendo alla versione migliore di sé. I protagonisti di Seinfeld sono pigri e insoddisfatti, invidiosi ed egoisti. Non aspettatevi la coppia di amici e amanti e la spalla bonacciona del gruppo: se troveranno un modo per fregarti lo faranno, mentendo come i migliori maghi della truffa, come solo George Costanza insegna. Amici per caso e convenienza, uniti da una condivisa misantropia e un egual confuso rapporto con la vita, non c’è giorno in cui i quattro newyorkesi non cerchino di cavarsela al meno peggio delle loro possibilità, servendosi di ogni mezzuccio a disposizione per raggiungere i propri obiettivi con il minor sforzo possibile. Non c’è morale, e figuriamoci qualsiasi forma di insegnamento. Chi mai vorrebbe imparare qualcosa da quei quattro lavativi?

Ed è proprio in quella stropicciata realtà che Seinfeld resiste al tempo rimanendo una delle sitcom più insuperabili della storia: offrendoci come protagonisti tipi con i quali difficilmente diventeremmo mai amici, anziché prototipi imbellettati, e servendoci su un piatto d’argento – un po’ appannato – la cruda verità al posto della sua versione edulcorata e sfacciatamente accattivante. Preda dell’indecisione, prede di loro stessi, Jerry, Elaine, George e Kramer sono il torbido specchio in cui ci infastidisce specchiarci ma di cui chissà perché, come Narciso, continuiamo a subire l’elettrico fascino.