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Il calo è stato evidente. Non si può certo parlare di un fallimento, ma il Festival di Sanremo del 2026 è andato in controtendenza rispetto alle ultime edizioni, perdendo punti di share e milioni di spettatori. Un calo, dopo anni di crescita esponenziale: il discorso include in particolare le ultime annate di Amadeus, ma lo stesso Carlo Conti era stato protagonista di risultati eccezionali giusto un anno fa. Il Festival di Sanremo, fenomeno globale contemporaneo che avevamo analizzato ampiamente in un articolo del 2025, si è confermato ad alti livelli… ma un po’ meno. Un campanello d’allarme, per molti versi. E la certificazione di un aspetto che avevamo ben evidenziato nell’approfondimento appena citato.
Tra i tanti aspetti che si potrebbero esporre, uno è più sottovalutato degli altri. Spesso ignorato eppure fondamentale per ricreare la magia di un evento che riunisce più di dieci milioni di italiani per oltre una settimana all’anno. Stiamo parlando della rottura della liturgia, ancora più importante della “trama principale“: nel momento in cui la messa cantata non viene spezzata dall’improvvisazione, dall’imprevisto, dalla nota stonata, dalla polemica o comunque da un fenomeno del tutto imprevisto che fa deragliare il carrozzone dai binari maestri, non resta altro che la liturgia. E la liturgia, se protratta per oltre venticinque ore nell’arco di cinque giornate consecutive, finisce per stancare tutti. Anche i più tradizionalisti. Era già successo l’anno scorso, ma evidentemente il credito si è ridotto.
Il caso Bugo-Morgan, ma con Carlo Conti al posto di Amadeus

Ripetiamo, onde evitare fraintendimenti: non è certo l’unico aspetto che potremmo evocare per spiegare cosa è andato storto nell’ultimo Festival di Sanremo di Carlo Conti. Potremmo parlare per esempio dell’assortimento non eccezionale del cast nel 2026: al di là dei personalissimi gusti di ognuno di noi, è evidente che i cantanti di questa edizione non rappresentino, nel complesso, uno spaccato abbastanza fedele del mercato musicale contemporaneo. Al di là del valore dei singoli interpreti e di equilibri tra generi piuttosto immutati, si è creato un interesse più ridotto soprattutto tra i più giovani: si catturano a fatica col linguaggio televisivo, ma si perdono con grande facilità.
Non potendo approfondire a dovere ciascuno di questi aspetti, concentriamo allora l’attenzione sulla liturgia. E lo facciamo con un esempio che dovrebbe rendere bene l’idea. Quando pensiamo all’imprevisto che “interrompe la messa”, viene in mente immediatamente il caso più emblematico degli ultimi anni: l’ormai storica questione che ha coinvolto nel 2020 Bugo e Morgan.
Cosa successe in quel momento? Un cantante in gara fece una cosa che non si vede pressoché mai a Sanremo: abbandonò il palco mentre si stava esibendo.
Un momento iconico, fonte di un’infinità di discussioni che si sono protratte per anni, meme, ironie, analisi e retrospettive che hanno reso indimenticabile il grave incidente di percorso. Ecco: quando parliamo di rottura della liturgia, questo è l’esempio perfetto. Detto ciò: tutti ricordano il testo modificato cantato da Morgan, la sua espressione stupita e Bugo che sparisce all’improvviso, ma non è tutto. Perché un attimo dopo Amadeus irruppe sul pubblico con il suo “Dov’è Bugo?” e altrettanto fece un attimo dopo Fiorello, facendo quello che gli riesce straordinariamente bene: improvvisò qualcosa per intrattenere il pubblico in un momento complesso.
Ok, ci siamo no? Ora facciamo un gioco: immaginate cosa sarebbe successo se quell’edizione di Sanremo fosse stata condotta da Carlo Conti e non da Amadeus?
Quel momento sarebbe stato altrettanto memorabile? Conti avrebbe reagito come Amadeus? Sarebbe arrivato sul palco qualcuno alla Fiorello per divertire il pubblico? In poche parole: l’imprevisto sarebbe diventato racconto e non più un mero incidente?
Non è possibile averne la riprova, ma con ogni probabilità no. Non sarebbe andata così. Probabilmente sarebbe andato oltre dopo pochi momenti, o avrebbe mandato la pubblicità per prendere tempo: avrebbe gestito la situazione da grande professionista, ma il caso Bugo-Morgan sarebbe stato diverso. Perché Amadeus sa assecondare il deragliamento e “cavalcare” il caos con grande maestria, mentre Carlo Conti è un maestro del disinnesco. Ha, deliberatamente, spento ogni focolaio sul nascere nelle ultime due edizioni, oltre a non andare mai fuori dal copione predisposto. Ha finito così per ottimizzare un racconto che ha perso parte della sua anima: quella che aveva acquisito negli ultimi anni, almeno.
Il Festival di Sanremo è anche il Festival della Canzone Italiana
Sia chiaro, onde evitare fraintendimenti: non è un modo per imputare qualcosa a Carlo Conti, anche perché il bilancio finale di questa edizione è comunque positivo sul piano dei numeri. Il suo approccio è stato quello di uno dei massimi professionisti viventi del mezzo televisivo. Gestire al meglio un evento come il Festival di Sanremo, d’altronde, è un dono di pochissimi eletti della televisione, e lui rientra in una cerchia strettissima. Tuttavia, è evidente che la scelta di dare una centralità totalizzante alla liturgia abbia tolto brio a un evento che quest’anno ha avuto una rilevanza inferiore rispetto agli anni scorsi: la conversazione si è accesa molto meno rispetto agli anni precedenti, e la scia dei giorni successivi è stata molto più corta. Chiuso l’Ariston è finito sul serio, stavolta: restano “solo” le canzoni, ma è ancora presto per comprendere quanto rimarranno o meno nell’immaginario comune.
Le impressioni, tuttavia, non sono positive anche in quel senso. E in ogni caso sono parte dell’evento, non l’evento stesso.
Bisogna riconoscerlo, senza che questo sia necessariamente un bene o un male: il Festival di Sanremo è anche il Festival della Canzone Italiana, ma con Conti è stato solo quello. Dall’inizio alla fine, per due edizioni di fila. Anche perché, a dirla tutta, le scelte fatte da Amadeus non erano state poi così dissimili: c’era stato sì più spazio per sperimentare, ma fino a un certo punto. I Festival di Conti sono stati molto tradizionalisti e conservatori sia nella scelta delle canzoni che dei cast e delle dinamiche di base del racconto, ma quelli di Amadeus non erano stati rivoluzionari in tal senso.
Cambiano i nomi e alcuni equilibri, non sottovalutabili, ma le tendenze erano state più o meno le stesse. Insomma: la scrittura dell’evento subisce fisiologiche evoluzioni o involuzioni perché rispecchiano con forza la personalità di conduttori e/o direttori artistici, ma la base di partenza e il punto d’arrivo sono i medesimi.
La differenza, di conseguenza, sta nella gestione del percorso.
Come Amadeus abbia riempito gli spazi assecondando tempi morti e variabili imprevedibili. Come abbia giocato col cast con grande leggerezza senza mai perdere per questo il filo, dilatando il racconto e facendo davvero la differenza in quei momenti. Lo faceva lui e lo facevano concorrenti e ospiti, meno attaccati al “copione” di base. Più informali. Tutti erano più liberi di stupire, in pratica.
Conti ha intrapreso un percorso molto più lineare, limitando gli imprevisti e mantenendo un approccio piuttosto ingessato dall’inizio alla fine. Visto che è stato spesso menzionato nel corso di questa edizione, qualcuno oserebbe parlare di un approccio al Festival di Sanremo di matrice “baudiana”, ma nemmeno questo sarebbe del tutto vero: Baudo, uno che ha insegnato all’Italia intera come si fa la tv, tendeva ad affrontare gli imprevisti con un approccio molto più vicino a quello di Amadeus che a quello di Conti. I suoi Festival, oltretutto, erano pieni di incidenti di percorso. Eccome.
Ma ora il Festival di Sanremo passa a Stefano De Martino

Se dovessimo individuare una lezione per riportare il Festival di Sanremo sugli standard delle scorse edizioni, sarebbe questa: includere la rottura della liturgia nella liturgia. Senza forzare l’imprevisto, ma assecondando il caos nel momento in cui irrompe nel racconto. Ciò accresce l’interesse per l’evento, trasformandosi in un evento parallelo che riempie i social e il dibattito pubblico prima, durante e dopo essere andato in onda. Perché le canzoni avranno sempre una centralità assoluta, ma poi c’è tutto il resto.
C’è uno spettacolo che è persino necessario scrivere così: i momenti di noia e il sonno che incalza sono parte del format. Però il format si evolve nel momento in cui il racconto subisce un colpo di scena improvviso, un plot twist che ribalta ogni prospettiva e porta a viverlo con un mood completamente diverso. Quest’anno, però, l’abbiamo visto in minima parte: potremmo al massimo citare le polemiche sulla figura di Pucci o i “festini bilaterali” di Elettra Lamborghini, per dire. Esagerando, la presunta scaramanzia di Raf prima di esibirsi: poca roba, in sostanza. Solo col Dietrofestival, quando siamo andati oltre il palco, è emersa la narrazione alternativa: il fatto che il momento più intrigante dell’edizione sia arrivato la domenica sera non è incoraggiante, affatto.
Carlo Conti ha scelto di guardarsi le spalle e va bene così: è e rimarrà un monumento vivente del Festival di Sanremo.
Ma ora è il momento di Stefano De Martino, arrivato al passaggio più importante della sua giovane carriera. L’impressione è che abbia tutte le potenzialità per essere l’officiante ideale della liturgia classica, ma con un dinamismo capace di restituirci l’essenza della Sanremo che spopola anche tra i più giovani e riempie le stories e i reel per settimane. Una vecchia Sanremo, e la Sanremo parallela: non scritta, eppure attesa da tutti. Perché Sanremo è Sanremo, anche così. Lo è se c’è una deviazione e si rischia di andare a letto con ore di ritardo. Quando niente va storto, qualcosa va storto: per il bel canto, invece, ci sarà sempre spazio dopo l’ennesimo blocco pubblicitario.
Antonio Casu






