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Requiem, la Serie Tv di Netflix che lascia più domande che risposte

L’accattivante trailer di Requiem, Serie Tv di fresca uscita targata BBC, sembra introdurci a una vera e propria ghost story. Gli elementi di base ci sono tutti: una villa sontuosa ma altrettanto creepy, con passaggi nascosti, segreti e misteri; sogni inquietanti; bambini scomparsi; e, ovviamente, i fantasmi. Fantasmi che non sono proprio quello che sembrano, ma ci arriveremo.

La giovane protagonista, Matilda, è perseguitata dagli incubi in cui le appare una bambina, sente delle voci, vede degli specchi in cui si riflettono strane presenze. L’inspiegabile suicidio della madre e il ritrovamento di alcune foto farà scattare in lei il bisogno di tornare indietro nel tempo, per scoprire le sue origini.

Questo è quello che succede per quasi tutta la durata di Requiem; lo spreco di tempo è, a mio avviso, uno dei peccati principali di questa Serie Tv, che parte già svantaggiata per alcuni aspetti della trama che la avvicinano pericolosamente a Dark, altra punta di diamante Netflix.

Un altro degli aspetti che fanno storcere il naso è l’assoluta mancanza di scene “da brivido”. Questo, per una Serie Tv che si propone come in bilico tra la ghost story e l’horror è abbastanza grave. Ma il peccato principale è sicuramente l’assenza quasi totale di spiegazioni: in questo gioca un ruolo essenziale il primo elemento, ovvero il tempo, che viene gestito male, portando la Serie Tv a dover risolvere una marea di questioni in sospeso in pochissimo tempo. Cosa che, lo sappiamo bene, è pressocché impossibile. Infatti Requiem lascia una sensazione costante di mancanza, come una pietanza che manca di sale.

In primo luogo, non viene minimamente approfondita la natura delle presenze che Matilda vede negli specchi neri: non sono fantasmi, non sono poltergeist o altre creature folkloristiche. Sembrerebbero malvagi (dopotutto, hanno spinto sua madre a tagliarsi la gola), ma vengono definiti “angeli”.

Di conseguenza, nemmeno l’entità che entra in Matilda alla fine della Serie viene definita o meglio, viene chiamata “arcangelo”, “estensione del divino”, sebbene venga evocata da una setta riconducibile più che altro al satanismo “televisivo”, e nonostante le faccia compiere atti al limite del paganesimo (anche quello in una versione a uso e consumo del pubblico). Insomma, il fulcro principale della Serie Tv, il vero scopo dei rituali a cui la piccola Carys/Matilda viene sottoposta, non viene assolutamente chiarito, se non in modo incompleto e contraddittorio.

In generale, durante la visione di Requiem permane la sensazione che questa Serie Tv sia andata a pescare un po’ di idee da film e altre fiction (Dark su tutte, ma l’ossatura della trama e le ambientazioni devono molto agli horror più recenti), ma senza riuscire a costruirsi un’identità davvero sua. Ed è difficile brillare davvero, senza avere un tocco personale; ciò si ripercuote anche sulla recitazione, piuttosto scolastica, tranne in alcuni casi (ad esempio la madre di Carys, Rose Howell).

Insomma, durante tutti i sei episodi lo spettatore si aspetta che da un momento all’altro succeda qualcosa, che venga spiegato un aspetto in più, che venga aggiunto qualcosa alla trama ma succede tutto troppo velocemente e troppo superficialmente per poterci definire veramente soddisfatti.

Qualche aspetto positivo questa Serie però ce l’ha, ad esempio la musica. L’unico aspetto forse veramente inquietante di Requiem è la spaventosa nenia rituale incisa sul nastro, che, per quanto distonica e agghiacciante si pianta in testa e non si schioda più. Un altro aspetto assolutamente godibile è l’ambientazione nel cuore del Galles. Lì, tra boschi mormoranti, ville infestate, grotte misteriose penetra quell’angosciante sensazione che da un momento all’altro stia per piovere.

Un’atmosfera cupa e malinconica, molto gotica ed estremamente british, che salva Requiem dall’essere a tutti gli effetti un prodotto a metà. Ma che non riesce a toglierci dalla testa la domanda che rimane nell’aria, subito dopo il finale: e quindi?

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Written by Giulia Vanda Zennaro

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