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La storia del Mago di Oz la conosciamo più o meno tutti. Dorothy viene trasportata da un uragano in una terra fantastica e inizia un viaggio per poter fare ritorno a casa. Su indicazione della strega buona Glinda, Dorothy si mette in cammino verso la Città di Smeraldo. Lungo il sentiero dorato incontra uno spaventapasseri senza cervello, un uomo di latta senza cuore e un leone senza coraggio. Tutti loro, come Dorothy appunto, desiderano qualcosa dal wonderful mago di Oz che in cambio chiedo loro solo e soltanto la scopa della wicked strega dell’Ovest, come prova della sua sconfitta. Perché è bene sottolineare che la strega non è mean, ma wicked appunto. Un termine così sottile, di duplice significato e sfumature variabili, da aver spinto l’autore Gregory Maguire a scriverci sopra un intero romanzo: Wicked: The Life and Times of the Wicked Witch of the West.
Solo che nel romanzo il punto di vista è stravolto. Maguire prende un personaggio monolitico – la Strega Malvagia – e le restituisce un passato, un carattere, una voce. Di colpo la perfida strega ha un nome, Elphaba, una famiglia e degli amici. Ha un passato che ne segna il presente e ne determina il futuro. Stephen Schwartz, già uno dei nomi più solidi del teatro musicale americano, legge il libro, riconosce il potenziale emotivo e decide che quella storia può esprimersi appieno solo attraverso la forma del musical.
Wicked diventa uno dei musical più longevi della storia non solo per l’efficacia narrativa, ma per il modo in cui intercetta una sensibilità contemporanea. Racconta l’altra versione dei fatti, smonta la fiaba ufficiale e invita a guardare ciò che sta dietro le etichette. È un musical sull’alterità, sulla costruzione mediatica del “cattivo”, sull’amicizia femminile che non si limita al modello competizione–riscatto, ma è complicata, fragile, trasformativa.
Wicked funziona su più registri simultanei: è spettacolo, romanzo di formazione e riscrittura mitologica. La sua forza non sta solo nella messa in scena, ma nella capacità di trasformare archetipi immutabili in simboli mutevoli, utili a leggere temi contemporanei.

Amicizia e politica
L’adattamento cinematografico assume le fattezze di un kolossal sotto la regia di John Chu. Attesa per anni, la pellicola rappresenta il segno definitivo che Wicked è ormai un tassello della cultura collettiva, un prodotto che esce dalla nicchia e diventa patrimonio globale. Diviso in due parti, fedele così alla tradizione dello spettacolo di Broadway, Wicked adatta quasi alla lettera la storia del musical. Se nel primo capitolo, il racconto di formazione si intreccia alla storia di amicizia delle due protagoniste, durante il secondo capitolo siamo più dalle parti del dramma tragico e del saggio politico.
Sono passati diversi anni da quando Glinda e Elphaba hanno visitato la Città di Smeraldo, apprendendo della vera natura del mago e degli oscuri segreti celati a tutta Oz. Ma se la prima ha scelto di diventare parte integrante del sistema, assicurandosi un posto di rilievo nella società, l’altra ha abbracciato il ruolo di outsider e ribelle, con incursioni periodiche nel tentativo di sabotare il mago e salvare Oz. La seconda parte di Wicked si apre dunque su una situazione di impasse, in cui né Glinda né Elphaba riescono venire a patti con le decisioni che ha preso l’altra. Attorno a loro, i personaggi si muovono a rallentatore, in attesa di un input che possa smuovere definitivamente lo status quo. Un input che non tarda ad arrivare quando, per una serie di sfortunati eventi, Elphaba abbraccia una volta per tutte il suo ruolo di perfida Strega dell’Ovest.
Da questo momento la trama di Wicked segue parallelamente quella di Il Mago di Oz. Dorothy non è altro che uno strumento nelle mani del mago e di Madame Morrible per sbarazzarsi dell’anticonformista, mentre Lo Spaventapasseri, L’Uomo di Latta e il Leone codardo sono solo vittime di peccati altrui.
L’amicizia fra Elphaba e Glinda rimane il cuore del racconto. Un legame che ambisce a ricodificare la polarità bene/male. I ruoli si confondono, capovolgendo la staticità delle due figure tratteggiate in Il mago di Oz (disponibile sul catalogo NOW qui) e infondendola di una vita capricciosa. Glinda agisce per il proprio torna conto, il canto della sirena della fama è più forte degli ideali e cede alle lusinghe del mago. Notevole come, però, nella versione cinematografica di Wicked, il suo personaggio abbia maggiore spazio di crescita ed evoluzione, riuscendo infine a cambiare davvero, in meglio.
D’altro canto, Elphaba che ha sempre cercato di perseguire il bene supremo, solo quando agisce in maniera egoista può dirsi finalmente libera dalle catene del pregiudizio. Il finale la vede allontanarsi dalla società, consapevole che non ci sarà mai un posto per lei. Il verde diventa così metafora della stigmatizzazione, può rimandare alla razza, alla disabilità, alla non-conformità sessuale o semplicemente a qualunque differenza che diventi pretesto di esclusione. Elphaba non viene soltanto derisa, ma diventa il bersaglio di definizioni pubbliche (“malvagia”) che le vengono attribuite per ragioni strumentali.

La fabbrica della narrazione: il potere della rappresentazione in Wicked
L’amicizia tra le due protagoniste illustra due strategie di sopravvivenza: la dissidenza radicale (Elphaba) e l’adesione strategica alla popolarità (Glinda). Entrambe implicano costi e compromessi. Il duetto finale (“For Good“) funziona come rituale di individuazione. La relazione ha trasformato entrambe, e la canzone sancisce l’impossibilità di ridurle ai ruoli originari. Non potranno mai tornare indietro, nel bene e nel male. Il finale del film regala un esito simile, eppure diverso rispetto al musical. Glinda acquista un ruolo decisamente più attivo, è in grado persino di leggere il Grimorio adesso. Elphaba scappa con Fiyero, attraversando una terra desolata verso un destino ignoto. Fiyero stesso, con la trasformazione in Spaventapasseri, si spoglia del ruolo prestabilito di “principe azzurro”.
Il film di John Chu si fa molto più politico rispetto alla controparte teatrale. Il regista strizza l’occhio al Grande Dittatore, parla più esplicitamente di propaganda, di fascismo e di corruzione delle masse. I primissimi piani che non risparmiano nessuno degli attori in scena si focalizzano sulla molteplicità di sentimenti ed emozioni che li attanagliano da dentro. C’è sempre la spettacolarizzazione, i lustrini e il technicolor, ma stavolta al servizio di un’estetica che è tutta apparenza.
Anche la questione degli animali viene approfondita rispetto al musical di Broadway. In Wicked, gli Animali non sono semplici creature parlanti. Essi rappresentano una comunità con cultura, memoria, linguaggio. La loro progressiva “animalizzazione” non è un fenomeno naturale, ma il risultato di un processo istituzionale mirato. Madame Morrible e il Wizard non mirano semplicemente a “silenziare” gli Animali, vogliono cancellare la loro capacità di raccontarsi.
Nel cuore dell’autoritarismo di Wicked c’è infatti un paradosso. Il Mago non è un tiranno carismatico né un genio. È un uomo mediocre con un enorme talento per la messa in scena. La sua autorità nasce da un vuoto trasformato in spettacolo.
l mondo di Oz ha una sua mitologia, fatta di splendore, progresso, giustizia, ma questa mitologia funziona solo se nessuno la mette in discussione. Elphaba rappresenta l’antimito perché non distrugge la fiaba, la decostruisce dall’interno. Ed è questa la dimensione simbolica più potente del musical. Perché Wicked non mostra un regime che impone terrore o punizioni esemplari, mostra un regime che teme la complessità. E la complessità è proprio ciò che l’antimito introduce.

Il musical trionfa sempre
Wicked For Good è un capitolo decisamente più oscuro, serio e adulto. Mancano le parti comiche e la leggerezza che contraddistungueva la prima parte, ma è il racconto stesso a richiederlo. Come per il musical originale, la seconda parte risulta più debole e l’opinione del pubblico parla chiaro. Ci sono sottotrame di cui avremmo voluto sapere di più, come per Nessa e Booq. In fin dei conti la possibilità di prendersi davvero il suo tempo sembra un’occasione sprecata in Wicked For Good, dove le due ore e un quarto di minutaggio appaiono esigue se confrontate alle quasi tre ore della prima parte.
Le due canzoni inedite (“No Place Like Home” e “The Girl in the Bubble”) non colpiscono, rubando tempo prezioso a dinamiche di cui avremmo voluto sapere di più. Il sipario si chiude in maniera impietosa su gran parte dei personaggi secondari, lasciandoli in sospeso mentre si consuma il dramma delle due amiche. C’è tanto che scorre sulle schermo e, allo stesso tempo, poco che venga realmente approfondita. La narrazione procede a singhiozzi, saltando a pie pari da una scena all’altra senza che sia esplicitata una logica solida.
Persino performance incredibili come “No Good Deeds” e “As Long As You’re Mine” ci toccano solo in minima parte, forse per via di una alchimia non proprio da brividi tra Jonathan Bailey (ecco 7 curiosità sull’attore) e Cynthia Erivo. Di certo non regge il confronto di quella tra Ariana Grande (ve la ricordate in Victorious?) e Cynthia Erivo stessa.







