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Non chiedete più a Tulsa King di essere quello che non è – La Recensione del finale della terza stagione

Lo sguardo truce di Dwight Manfredi è il preludio di un finale scoppiettante, su Tulsa King 3

ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su Tulsa King 3.

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Se c’è un’immagine che riassume perfettamente lo spirito di Tulsa King 3 è quella di Dwight Manfredi, in tenuta da combattimento e armato fino ai denti in pieno stile I mercenari, che marcia in silenzio verso la tenuta di Jeremiah Dunmire al fianco di un esercito privato, con Samuel L. Jackson che gli cammina accanto come se stessero andando a prendere un caffè. Non c’è tensione. Non c’è dubbio. C’è solo la certezza del potere. E se questa è la cifra stilistica di Tulsa King 3, allora il finale Jesus Lizard è il suo manifesto più compiuto. Ma anche il suo limite più evidente.

L’episodio conclude una stagione che ha oscillato tra momenti di pura ispirazione e slanci di pura pigrizia narrativa, con un tono sempre più simile a un cartoon live-action. Un mondo dove le conseguenze non esistono, i cattivi si arrendono con un monologo e ogni problema si risolve con un brindisi al bourbon. Non è un difetto, se lo si accetta per quello che è. Ma Tulsa King 3, esattamente, che cosa è? Perché va benissimo che si limiti a intrattenere ma se ambisce a costruire qualcosa di più, forse addirittura un mito contemporaneo (e ne avrebbe tutte le possibilità), allora occorre cambiare registro. Perché i miti, per funzionare, richiedono sacrificio, ambiguità, dolore. Non solo pistole, battute e un Samuel L. Jackson che ruba la scena con un’occhiata.


Il fuoco come vendetta, non come giustizia

Jeremiah Dunmire propone a Joanne di firmare un accordo, in Tulsa King 3
Credits: Paramount+

Il climax di Jesus Lizard, Dwight che brucia vivo Jeremiah, nello stesso modo in cui era stato ucciso Theo Montague, alla prima puntata, è l’atto più simmetrico e moralmente complesso della stagione. All’inizio, Dwight disprezzava chi bruciava i corpi: lo definiva da infami. Ma qui, nella sua versione più cruda, la vendetta non è più un atto di potere, ma di equilibrio cosmico. È il prezzo del caos introdotto da Dunmire, un uomo che ha trasformato la distilleria in una guerra di religione personale.

Tuttavia, la serie non si sofferma un attimo sulla gravità di questo gesto. Non c’è rimorso, non c’è silenzio, non c’è nemmeno un secondo di sguardo perso nel vuoto. Dwight torna al Bred-2-Buck, si siede accanto a Margaret, alza un bicchiere e la vita ricomincia come se nulla fosse. Questa è la filosofia di Tulsa King 3: niente lascia traccia.
Eppure, è proprio questa mancanza di peso emotivo a rendere il finale soddisfacente ma non memorabile. Bruciare un uomo vivo non dovrebbe essere un colpo di scena: dovrebbe essere un trauma. E invece è solo come un’altra voce sulla lista della spesa.

Cole Dunmire: la redenzione del vigliacco

Nel corso di queste dieci puntate di Tulsa King 3 abbiamo sempre tenuto sott’occhio Cole, l’unico figlio di Jeremiah. Dapprima come bullo, poi come anima in pena. Infine, in cerca di redenzione. Il suo personaggio è l’unico in tutta la stagione ad avere un percorso narrativo di un certo rilievo. E uno dei pochi momenti di vera umanità arriva proprio da lui che, dopo aver vissuto nella paura e nella sottomissione per tutta la vita, decide di tradire suo padre, ancora una volta. Per amore di Spencer? Per vendetta? Perché lungimirante e sicuro che la guerra contro Dwight è destinata a essere persa? Non è dato sapere. Quello che sappiamo per certo è che pugnala alle spalle suo padre per salvare Joanne.


In modo passivo, quasi furtivo. Non c’è scontro diretto con il genitore, non c’è resa dei conti con la figura paterna, che tanto ha abusato emozionalmente. Si limita a consegnare una mappa al tavolo di guerra e a sussurrare di aver concluso di prendere ordini.
È una redenzione da uomo piccolo, sì, ma forse proprio per questo è realistica. Cole non è un eroe epico: è un ragazzo fragile che ha scelto l’amore invece del sangue. E Tulsa King 3 lo premia non con una battaglia ma con uno sguardo di approvazione da parte di Russell Lee Washington. È poco, ma è onesto.

Tulsa King 3: la leggerezza di Samuel L. Jackson e il peso delle sottotrame abbandonate

Russell concede la grazia a Cole
Credits: Paramount+

L’ingresso di Samuel L. Jackson negli ultimi due episodi ha dato a Tulsa King 3 una scossa di adrenalina e carisma che mancava. Il suo personaggio, Russell, in viaggio verso New Orleans (dove lo aspetta uno spinoff), non è un semplice alleato: è il riflesso speculare di Dwight. Un uomo che ha visto troppo per credere ancora alle cause ma abbastanza per riconoscere un fratello. Il suo addio, durante le celebrazioni della vittoria del clan Manfredi, è uno dei momenti più spassosi e poetici dell’intera seria. Anche se strizza (un po’ troppo, forse) l’occhio a Pulp Fiction.


Ma proprio qui risiede il paradosso: migliore è Jackson, più evidenti diventano i buchi della scrittura.
Dove è Quiet Ray, il cui ordine di uccidere Dwight scatena l’intera trama di Lee? Scompare con un sospiro e un cellulare gettato per terra. Che fine ha fatto Bevilaqua, il socio di Dwight rapito da Musso? Non una parola, non un accenno, nonostante Dwight ottenga in cambio la licenza federale. E il desiderio di vendetta di Bodhi, che ha visto uccidere il suo migliore amico, dov’è sparito? Andato in fumo con una canna? E l’emancipazione di Tyson si risolve con una busta piena di soldi?
E Cleo Montague, la figlia del patriarca bruciato vivo da Dunmire? Compare per un bacio con Mitch e poi svanisce, come se la sua eredità, la sua rabbia, il suo dolore non contassero. Eppure l’avevamo ben vista a rovinare il prato al vecchio Jeremiah.

L’impressione è che Tulsa King 3 abbia troppe belle idee per i suoi mezzi. Introduce archi narrativi con entusiasmo ma li abbandona con una disinvoltura che rasenta l’indifferenza. Il risultato è un certo disordine, e il pubblico, che si affeziona ai personaggi, finisce per rimanerci male (vedi com’è finita con Armand…).

Un finale senza conseguenze per una stagione senza troppa profondità

Jesus Lizard chiude Tulsa King 3 con eleganza ed efficienza. E, perché no, una buona dose di autoindulgenza. È un episodio celebrativo più che conclusivo, che conferma più che sorprendere. Non c’è ambiguità morale, non c’è lutto, non c’è incertezza. Solo la promessa che, qualsiasi cosa accada, Dwight ne uscirà illeso. Perché in questo mondo, il Generale non perde mai.


Eppure, proprio questa invincibilità rischia di rendere la serie sempre meno coinvolgente. Perché il vero dramma non sta nel vincere ma nel rischiare di perdere tutto (per davvero, però!). E finché Tulsa King 3 continuerà a proteggere i suoi personaggi dal dolore reale, resterà un ottimo intrattenimento ma non un grande racconto.

La nostra lezione: smettere di cercare il senso e godersi lo spettacolo

Lo staff di Manfredi è pronto a eseguire i suoi ordini, in Tulsa King 3
Credits: Paramount+

Dopo dieci episodi passati ad analizzare ogni fotogramma, a dare mille interpretazioni per ogni gesto e mille teorie su chi sarebbe morto, chi avrebbe tradito e perché Musso faceva quello che faceva, ci rendiamo conto di una verità semplice: Tulsa King 3 è sempre stata esattamente quello che voleva essere. Non un dramma esistenziale, non un thriller politico, non un’epopea criminale alla The Sopranos. È, davvero, un live-action cartoon con i baffi, il bourbon e Samuel L. Jackson che mangia la pizza del suo bersaglio.

E se ci siamo aspettati di più, non è colpa di Sheridan o di Stallone. È colpa nostra, che abbiamo cercato significati nascosti dove c’era solo l’intento di farci divertire. Perché questo Tulsa King 3, a posteriori, è stato coerente dall’inizio alla fine. Anche con i suoi difetti.
Tutto quello che dovevamo fare era sederci, versarci un bicchiere e goderci lo spettacolo. Senza chiedere a un fuoco d’artificio di essere anche una poesia.


Tulsa King 3: brindisi, saluti e titoli di coda

Alla fine, Jesus Lizard non è quel finale di stagione indimenticabile che resterà negli annali. Non ci prova nemmeno. Paradossalmente, però, è la ciliegina sulla torta. L’impronta che completa ciò che rappresenta Tulsa King 3. Una commedia d’azione senza conseguenze su un uomo che risolve ogni problema con un abbraccio o con una squadra d’assalto, a seconda della necessità del momento. E una volta che smetti di paragonarlo e giudicarlo secondo criteri di prestigio e lo lasci essere la folle creazione che vuole essere, in realtà è piuttosto delizioso.

La vera domanda per la quarta stagione non è tanto su chi sarà il prossimo nemico ma, piuttosto, se abbiamo imparato la lezione.
Perché se torneremo a guardare Tulsa King con la stessa fame di profondità, di coerenza, di giustizia narrativa che ci ha accompagnato in questi dieci episodi, rischieremo di nuovo di rimanere delusi. Ma se accetteremo che questo show non vuole cambiare il mondo ma vuole solo farci divertire allora potremo finalmente godercelo per quello che è: un brindisi rumoroso in un casinò dopo una sparatoria.

Il terreno c’è per fare qualcosa di più. E se non prestigioso (nonostante abbia tutte le carte in tavola per esserlo) almeno curato. Perché anche i cartoni animati migliori hanno un’anima. E Tulsa King ne ha da vendere. Basta non schiacciarla con le aspettative… né abbandonarla all’indifferenza.